Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

domenica 29 marzo 2015

Haust - Bodies


"Bodies" si apre con un basso potente che squarcia il rumore bianco e subito ci si immerge nell'atmosfera schizofrenica e malsana del disco. I norvegesi Haust hanno un loro suono, si sono aperti una strada tutta loro nel panorama hardcore punk moderno con quattro dischi esplosivi: "Ride The Relapse" del 2008, "Powers of Horror" del 2010, "No" del 2013 e il nuovo nato, oggetto di questa recensione.
Da sempre coinvolti nella scena Black Hole Crew in compagnia di una altro pezzo da novanta come i magnifici Okkultokrati (con i quali condividono il chitarrista Pål Bredrup) e un manipolo di altre ottime band, non si limitano al solito compitino di diffusione di rumore e chitarre ruggenti. "Bodies", infatti, offre innumerevoli punti di vista: su una base hardcore caotica e rumorosa si formano suoni atipici di derivazione noise e scorrazzano deviazioni sperimentali e dissonanze inaspettate, melodie atipiche, sfumature psichedeliche, chitarre garage e scorie black metal riadattate allo scopo.
In questo disco si possono sentire al contempo raffiche di chitarra punk, dissonanze e tensioni noise degne dei migliori Jesus Lizard o Unsane, qualche passaggio non distante dal classico post-punk e anche l'ombra inquietante del più oscuro black norvegese, con la malefica voce catarrosa di Mølberg sugli scudi. Si potrebbero cogliere senza difficoltà anche alcune tracce dei suoni proposti dai primi Voivod perché, per quanto diverse siano le due band, l'atmosfera creata in numerosi passaggi di Bodies non è troppo lontana da quanto sentito in War and Pain a suo tempo. Ma si tratta solo di sensazioni e ricordi sfumati, gli Haust sono talmente difficili da inquadrare che scivolano via da qualsiasi etichetta  allo stesso modo di quanto avviene con gli Okkultokrati. Forse la causa è da ricercarsi nell'aria che si respira in Norvegia, nel freddo gelido o negli inverni lunghissimi e bui di quelle lande, o forse deriva da qualcosa presente nel DNA dei norvegesi. Fatto sta che in quella terra è sempre sbocciata musica diversa, che segue strade diverse rispetto a quanto avviene oltre i loro confini e gli Haust non fanno eccezione.
In conclusione devo dire che "Bodies" è un capolavoro, probabilmente è anche il miglior disco prodotto dai cinque di Oslo e sicuramente non avrà alcun difficoltà a conquistarsi uno dei primi posti nella classifica di fine anno.

Grandissimo album.


Tracklist:

01.Static Attack
02.Days
03.Body Melt
04.Light
05.Give Me Shame
06.Peephole Maze
07.No Body
08.Out Like A Light
09.Fall
10.Bodies

Fysisk Format - 2015








venerdì 27 marzo 2015

Wind Atlas - Lingua Ignota


Già con una copertina così, con il dipinto di John William Waterhouse in bella mostra, questo disco si guadagna il massimo dell'attenzione. Se poi si trova un contenuto eccellente all'interno del prezioso involucro, uno spazio dedicato non glielo può più togliere nessuno.
Loro sono i Wind Atlas, sono in cinque e sono di Barcellona; "Lingua Ignota" è il loro secondo full lenght che segue il precedente album "The Not Found" del 2013 e il 7 pollici "Fen Fire/ Ophelia/ Inmost Eye" del 2012.
Appena parte il disco si viene subito catapultati indietro nel tempo, nell'epoca d'oro della darkwave, con echi di Dead Can Dance, Cocteau Twins  o degli Ataraxia, e le magie in 4AD style degli 80's che aleggiano piacevolmente sui solchi.
Mentre il disco scorre per la delizia dei nostri timpani si formano immagini indimenticabili e un'atmosfera mistica e magica, grazie ad ambientazioni medievali, tessiture ambient, ombre neo-folk e un alone pagano, antico e fascinoso.
È tutto un continuo susseguirsi di emozioni e sensazioni indimenticabili, grazie alle eccellenti trame sonore sapientemente tessute dalla band e alla splendida voce della vocalist Andrea.

Una musica senza tempo, quieta e irrequieta allo stesso tempo, rilassante e piacevole, ma anche oscura e tormentata, che può essere in grado di accalappiare i nostalgici del genere come anche nuovi adepti con la mente aperta.


Tracklist:

01.Eurycide's Chant
02.Sound of Gold, Rhythm of Jade
03.The Sun Rises
04.Hylé
05.Stalker
06.The Goddess Is Where It Is Venerated
07.Ecdisis
08.Demona
09.The Joy Of The Auloniad

2015 - Burka For Everybody











giovedì 26 marzo 2015

Haapoja/ Dephosphorus - Collaboration LP


Con ancora in testa il massacro sonoro prodotto dal fenomenale "Ravenous Solemnity" dei Dephosphorus mi sono buttato a capofitto nella nuova opera dei greci, stavolta in collaborazione con i finlandesi Haapoja che, confesso (mea culpa) non conoscevo prima d'ora.
Quell'album monumentale pubblicato nel 2014 dai maestri dell'astrogrind ateniese mi aveva spinto alla ricerca di tutto il materiale di quella band, scoprendo innanzitutto un altro fantastico disco come "Night Sky Transform" e, a seguire, tutto il loro pianeta di un'altra galassia. Da allora i loro lavori sono in perenne rotazione sul piatto del mio stereo.
In questa occasione le due band si sono divise il disco, una facciata per ognuna, da cui il titolo, non troppo fantasioso a dire il vero, "Collaboration LP."
I nordici Haapoja propongono un blackened crustcore ad alta velocità tenuto insieme da un ottima chitarra, che scorrazza nei quattro brani con risultati ottimi, e dalla voce stridula del cantante, le cui urla dolorose straziano queste composizioni senza alcuna via di scampo.
Nelle tracce iniziali delle due facciate le band si sono scambiate i cantanti, e in effetti mischiare le carte ogni tanto porta a buoni risultati.
In conclusione il lato dedicato agli Haapoja è una bella botta di hardcore urticante e violento. Decisamente interessante.
Ovviamente quando nel viaggio nell'iperspazio ci sono i Dephosphorus alla guida dell'astronave il risultato e su ben altro livello; i tre greci (Thanos Mantas alle chitarre e al basso, Panos Agoros alla voce e John Votsis alla batteria) offrono alle nostre orecchie terrestri un suono magnifico, ricchissimo e ammaliante nella sua brutale potenza. Il grindcore evoluto e fantasioso dei Dephosphorus non ha paragoni con nessuno: è semplicemente unico.
Con le costruzioni ritmiche intricate e le atmosfere ultraterrene che scaturiscono in questi solchi ci hanno regalato un'ennesima perla (estrema). 
Nella traccia conclusiva, Shades of Reality, l'eccellente chitarrista degli Haapoja, Pekka Kyvelä è ospite dei greci con la sua chitarra solista. Questo brano, un irresistibile ibrido thrash-d-beat-sience fiction è forse anche il pezzo migliore di questa nuova collezione: gli Slayer sul pianeta Dephosphorus.
Ottimo.
Per molti, ma non per tutti.

"Ho visto cose che voi umani..."


Tracklist

Side A: HAAPOJA

01.We See With Teeth
02.Minä Olen Herra
03.Pakon Sanelema
04.Kaikki Murhasta

Side B: DEPHOSPHORUS

01.Aika
02.An Eerie Transmission
03.Abstraction Maze
04.Extract The Soul
05.Shades Of Reality

2015 - 7 Degrees Records - Handshake Inc. - Nerve Altar







Dephosphorus:



Haapoja, gli altri dischi della band finlandese:



mercoledì 25 marzo 2015

Moonspell - Extinct


Con questo sono dieci gli album a firma Moonspell, dal lontano 1992 a oggi. "Extinct" arriva dopo l'ottimo doppio album "Alpha Noir/ Omega White" del 2012 e ne segue la scia, soprattutto per quanto proposto dalla seconda parte di quel disco (quella denominata Omega White), quella più tendente al gothic rock che al metal, per intenderci. Quel disco aveva fatto molto discutere, principalmente tra le frange dei metalheads duri e puri; a me invece era piaciuto molto, come anche - presumo - a chi si ciba di rock gotico, darkwave e terre di confine tra i generi.
Del resto i Moonspell non hanno mai fatto un disco uguale all'altro, a partire dagli esordi black, al gothic metal da antologia di "Irreligious" alle tendenze simil darkwave-synth pop che tinteggiavano di fresco il gothic-dark-metal del capolavoro "Sin/ Pecado" o alle contaminazioni elettroniche di "The Butterly Effect".  Nel primo decennio degli anni 2000 si erano ripresi in qualche modo il loro posto tra i grandi del dark metal con tutta una serie di album di alto livello che vanno da "Darkness and Hope" a "Night Eternal."
"Extinct", come dicevo, prosegue il discorso del disco precedente, unendo in qualche modo l'anima gothic rock al metal estremo che è pur sempre presente, seppur in percentuale meno significativa rispetto a una volta.
In ogni caso la band di Fernando Ribeiro ha sempre le sue frecce al suo arco: la grande capacità di costruire melodie vincenti, il gusto mediterraneo che impreziosisce il loro sound e li fa distinguere dalla massa. E anche questo disco non fa eccezione; forse non c'è una nuova Opium e fors'anche c'è qualche debole cedimento alle tentazioni commerciali, ma niente di preoccupante.
Già l'iniziale "Breathe" dispiega tutto il potenziale melodico dei portoghesi con un buon ritmo a sostenerne l'andamento e alcune ottime accelerazioni metal in grado di soddisfare tutti i gusti; contiene anche una coda strumentale che chissà perché mi ricorda qualcosa della dance anni '70, non so se una porzione di un brano di Gloria Gaynor o Donna Summer. Ma non spaventatevi: non c'è disco music in questi solchi.
Un'altra bella botta è garantita dalla granitica titletrack, vero e proprio schiaccia sassi che non fa prigionieri, anche grazie a un ottima melodia gothic rock - che più di così non si può - che alleggerisce il carico di watt. In questa come in altre canzoni in scaletta c'è un gran dispiego di tastiere che scorrono a fiumi per garantire un adeguato apporto dark-gothic alla struttura dei brani.
Il terzo tassello è affidato alle atmosfere mediorientali di "Medusalem" che procede con un'andatura in classico gothic non lontano da quanto propongono da un bel pezzo i finlandesi 69 Eyes, i Mono Inc. o altre bande teutoniche come ASP o Eisheilig. Qui però c'è il tocco in più della grande voce di Ribeiro e anche un livello di rifiniture decisamente superiore.
Decisamente azzeccata anche la seguente "Domina", più pacata e atmosferica, che si avvale ancora una volta di un'eccellente melodia.
Proseguendo nell'ascolto ci si imbatte nei Sisters of Mercy meno cupi in "The Last of Us", con una melodia più leggera e impalpabile sostenuta da tastiere anni '80; ma non è affatto male come invece sembra a un primo impatto.
Fortunatamente però la successiva "Malignia" presenta ben altro spessore, pur non essendo (forse) cattiva come avrebbe dovuto.
Il disco prosegue su buoni livelli, con ottime trovate strumentali e una serie di refrain sempre a fuoco, con poco metal e molte effusioni gothic dark, sino alla conclusiva, atipica,"La Baphomette", puro dark cabaret degno dei pezzi migliori del catalogo Projekt. Sicuramente un buon modo per chiudere un buon album; forse non il migliore dell'eccellente discografia dei Moonspell, ma decisamente un disco ben al di sopra della media. Una sicurezza.

Tracklist:

01.Breathe (Until We Are No More)
02.Extinct
03.Medusalem
04.Domina
05.The Last Of Us
06.Malignia
07.Funeral Bloom
08.A Dying Breed
09.The Future Is Dark
10.La Baphomette

2015 - Napalm Records









martedì 24 marzo 2015

Then Comes Silence - Nyctophilian


La crescita degli svedesi Then Comes Silence è stata addirittura impressionante: il primo album omonimo, pubblicato nel 2012, era un ottimo disco che si lasciava ascoltare volentieri; il secondo "II", pubblicato l'anno successivo era, a dir poco, sorprendente per qualità, personalità e messa a fuoco della materia sonora, ma con questo "Nyctophilian"Alex, Seth, Karl e Jens riescono a fare miracoli.
La musica contenuta in questo disco (vinile e compact disc insieme, in un'unica confezione) parte dal classico post punk europeo verniciato di fresco (e moderno) ma nel suo sviluppo acquisisce elementi indie-shoegaze, goth e rock psichedelico, elettronica e geniali spunti sperimentali.
Il tutto è sorretto da una struttura potente e rumorosa con una robusta sezione ritmica e un gran lavoro delle chitarre quasi sempre aggressive e "cattive" al punto giusto.
Il trittico d'apertura, "Strangers", "She Loves The Night" e "A Living Soul Should Know" è entusiasmante, il loro psyche-goth-gaze, veloce, trascinante, distorto e ammaliante, raggiunge l'apice del gothic rock di questi ultimi anni.
Nel proseguo dell'ascolto viene fuori il post punk sospinto a gran velocità di "Spinning Faster" e, subito dopo, viene fuori anche la forte personalità della band di Stoccolma con un approccio più sperimentale e azzardato, come nella sbilenca e sintetica "Feed The Beast". Ancora l'elettronica sporca piacevolmente la successiva "Demon's Nest", psichedelica e acida. Con "Animals" invece, il ritmo riprende quota e si fa difficoltà a tenere fermo il piede e anche la seguente, splendida, "Death Rides", che prosegue sulla stessa linea, dispiegando la sua carica melodica su una sezione ritmica tellurica, ti si ficca in testa come un tarlo e non ti lascia più.
"Wendy" è un breve strumentale tenebroso e gelido, con il vento che l'attraversa e una serie di rumori inquietanti per tenere alta la tensione. Funge da antipasto per il gran finale affidato alla meraviglia oscura "Everywhere and in my head" e alla potente e fragorosa "All Strange" che ha il compito di sferrare l'ultimo calcio sui timpani.
Il rock si è riappropriato del suo lato oscuro.

Gran bel disco.



Tracklist:

01.Strangers
02.She Loves The Night
03.A Living Soul Should Know
04.Spinning Faster
05.Feed The Beast
06.Demon's Nest
07.Animals
08.Death Rides
09.Wendy
10.Everywhere And In My Head
11.All Strange

Novoton - 2015









Gli altri dischi dei Then Comes Silence:


"Then Comes Silence" - 2012



"Then Comes Silence II" - 2013


domenica 22 marzo 2015

La vecchia casa



  "In quella vecchia casa i ripidi gradini di pietra erano parzialmente ricoperti di muschio. Solo la parte centrale, scavata dal continuo sali e scendi di numerosi piedi, ne era priva. La ringhiera era dipinta di arancione, ma la ruggine aveva avuto la meglio sulla vernice in più punti; qualche bullone aveva ceduto e, perciò, non garantiva un appoggio sicuro. Non garantiva alcunché, a dire il vero.
Le porte di legno dipinte di grigio, e mai rinnovate da mani di vernice fresca, si affacciavano, lassù in alto, su un piccolo corridoio aperto. 
Anche il bagno aveva trovato spazio all’esterno, dopo la prima rampa di scale; l’intimità era garantita da una piccola porta grossolanamente rifinita, sotto la quale s’insinuavano il vento, l’acqua e la luce.
Un’altra rampa di scale conduceva al piano superiore dove, ai lati di un secondo corridoio aperto, si trovavano altre stanze, anch’esse chiuse da vecchie porte che si affidavano a vecchi cardini arrugginiti per svolgere dignitosamente la propria funzione.
La luce del mondo esterno era tenuta a bada da delle vecchie veneziane bianche che avevano ceduto in più punti, e quando tirava vento - e qui il vento spirava quasi sempre - si agitavano rumorosamente, aggrappate disperatamente alle loro esili cordicelle. Nelle notti dilaniate dal maestrale urlavano come bestie ferite. Di giorno, quando l’aria si faceva calma e accondiscendente, scricchiolavano e cercavano di darsi un contegno, nonostante le macchie di fuliggine e lo spesso strato di polvere incrostata che ricopriva una buona parte delle stecche.
In quella vecchia casa aveva vissuto una famiglia, con i propri ricordi e le proprie storie, gioie e dolori. Ma adesso le stanze si erano svuotate, le crepe erano diventate adulte, erano cresciute, e si erano sviluppate come piante rampicanti. Qualche cardine aveva ceduto e il vento e la polvere avevano fatto di quella vecchia casa la propria dimora.
Dentro le stanze vuote, tra le mura scrostate e la sporcizia accumulata negli angoli, avevano trovato rifugio numerosi insetti: scarafaggi, falene, una grande colonia di formiche e anche una famiglia di piccioni diseredati.
In una di queste stanze troneggiava ancora una vecchia credenza malferma su tre piedi e ricoperta di ragnatele, e sotto di essa si era stabilito un vecchio gatto arancione, un solitario, ricoperto di cicatrici di numerosi scontri con i suoi simili e con altri animali. Di giorno se ne stava lì al sicuro, lontano dai rischi della città e dalle intemperanze del clima. Nel suo giaciglio di foglie secche, polvere e cartacce, trascorreva le ore nell’ozio più assoluto.
Di notte, invece, scendeva dalla scala e si dedicava alla caccia nei vicoli stretti e male illuminati e nelle piazze polverose dominate dal silenzio e dal vento.
A differenza di molti suoi simili non era mai stato accolto in una delle case dove vivevano gli uomini. Aveva sempre vissuto da solo, senza il conforto dell’affetto di quelli lì e senza la sicurezza di un pasto quotidiano. Altro che casa riscaldata, morbide coperte e accoglienti divani. Doveva cacciare altri animali per sopravvivere. Doveva combattere contro altri gatti per garantirsi il diritto di un territorio tutto suo. Doveva correre quando incontrava un branco di cani randagi o anche solo uno di loro. Tutte le notti. Nonostante il freddo, la pioggia, il vento e l’età che avanzava con il suo corredo di acciacchi e di difficoltà sempre nuove e sempre più preoccupanti.
Per il resto non aveva tanti vizi né molte pretese; gli bastava prendere un topolino, un pipistrello o un pulcino di volatile ogni tanto, magari una volta al giorno o anche un giorno si e uno no. O anche meno. Era uno che si sapeva accontentare.
Il sabato sera, però, gradiva non poco fumarsi una sigaretta e sorseggiare un buon bicchiere in compagnia. Non era il tipo che si lasciava tentare da droghe e sostanze sintetiche di ultima generazione, e non gli piacevano le discoteche, il rumore e la folla. Non era attratto dalle nuove tendenze. Era un tradizionalista.
Ma ultimamente per lui era diventato impossibile soddisfare queste piccole esigenze. Non aveva più i soldi per recarsi in un bar o anche solo in una bettola. Non aveva più soldi neanche per comprarsi le sigarette, neanche per quelle più economiche e tossiche. Tantomeno aveva i soldi per andare a mignotte. E poi, soprattutto, non aveva più compagnia. Di nessun genere.
Femmine manco a parlarne. Altri maschi con cui disquisire di calcio, donne e politica, meno che niente. Era solo.
Ma aveva una casa. Il che non era poco.
Certo, la doveva condividere con altri inquilini, e non tutti questi erano brave persone o simpatici compagni con cui trascorrere amichevolmente le lunghe e fredde giornate d’inverno. Anzi, alcuni di loro - come la famiglia di piccioni, per esempio - erano spocchiosi, tirchi e antipatici. Ma almeno aveva un tetto (seppur rotto e instabile), un letto (di foglie, pulci e spazzatura) e una (scarsa) riserva di caccia là fuori, nei vicoli intorno alla casa.
Non tutti i gatti randagi potevano affermare altrettanto.
Però i suoi sabato sera, ormai, erano vuoti e tristi. Li trascorreva a leccarsi le ferite, a grattarsi via le pulci e a guardare fuori dalla finestra. Mentre gli altri, quelli che potevano, si divertivano, bevevano e fumavano tutte le sigarette del mondo.
Lui invece no. 
Il muso schiacciato sul vetro appannato, le veneziane che si agitavano in preda al ballo di san Vito e la polvere che gli invadeva le narici. 
Questo era il massimo del divertimento che gli era concesso. Né più né meno.
In ogni caso aveva sempre il suo rifugio, la sua vecchia credenza, nobile decaduta, ma ancora fiera e imponente con i suoi intarsi vezzosi. Qui dentro, dentro i cassetti e la vetrata infranta, nascondeva i suoi cimeli: lo scheletro di un topo che gli aveva dato filo da torcere, qualche posata, un paio di bicchieri scheggiati e sporchi, una moneta da un centesimo, un tappo di sughero, una vecchia pipa rotta, una cavalletta mummificata, un gomitolo di lana e un paio di biglie colorate.
Non possedeva altro.

Ma la vecchia casa aveva in serbo per lui una sorpresa.

Una sera, un sabato sera, lui, il vecchio gatto arancione, era intento a osservare il via vai di gente dalla sua finestra. Pioveva e faceva freddo più del solito, eppure il traffico nel vicolo era notevole. Una lunga fila di uomini si muoveva a passo spedito sotto i loro cappelli a larga tesa, sospinti dalle folate di vento o forse solo dalla fretta. Mentre il gruppo svaniva dietro l’angolo con i lembi dei cappotti svolazzanti, seguirono alcune donne con le teste avvolte in pesanti sciarpe e i passi rumorosi che nonostante tutto non coprivano la scia del loro chiacchiericcio appena sfumato dal vento. Qualcuna di loro aveva l’ombrello, ma questi baluardi contro la furia delle acque erano pressoché inutili, se non controproducenti, a causa del vento che li girava a destra e sinistra e li piegava a proprio piacere. L’ultima donna della fila, subito dietro l’ultimo ombrello contorto, una vecchietta minuta, scivolò sull’asfalto umido per la pioggia. Cadde rovinosamente a terra con la lunga gonna rivoltata sul viso e con le gambette grassocce per aria.
Il gatto osservò divertito la scena con il naso schiacciato sul vetro sporco. Non aveva mai visto una femmina di umano con la gonna sollevata e soprattutto con un mutandone rosa come quello.
Per una attimo pensò al consorte di quella donna e ritenne di non essere poi così sfortunato ad appartenere a un’altra specie.
Avrebbe voluto un goccetto di liquore per festeggiare, ma non ne aveva.
Desiderava con tutte le forze anche un solo tiro di sigaretta, ma non ne aveva.
E con un sospiro se ne fece una ragione.
Intanto le altre donne stavano tirando su la vecchietta che si lamentava con una vocina delicata e leggera come un martello pneumatico. Mentre la rimettevano in sesto si avvicinò a lei anche un cane di piccola taglia, le annusò le zampe e poi levò lo sguardo in alto verso la finestra.
Al gatto si raggelò il sangue nelle vene. Avvertì quegli occhi furbi e malefici su di sé. Dentro di sé.
Nonostante il buio e la distanza quel piccolo cane era riuscito a vederlo, aveva violato il suo nascondiglio segreto, la sua privacy.
E non gli toglieva gli occhi di dosso. Anche quando sollevò una zampa e innaffiò di urina le gambette grassocce della vecchietta.
Il gatto si ritrasse dalla visuale di quella bestia malintenzionata con un paio di passi indietro, ma quando era ben distante dalla finestra e stava iniziando a rilassare i muscoli tesi e il cuore palpitante, una parte del soffitto, proprio sopra la sua testa, cedette e lo seppellì di calcinacci.
Lui ebbe solo il tempo i pensare a quanti anni avesse resistito quel maledetto soffitto prima di crollare, alla pioggia, al mutandone rosa e a quel figlio di una cagna puttana laggiù. Poi, l’ultima pietra sulla testa mise fine ai suoi pensieri.


Quella vecchia casa gli aveva fatto proprio una sorpresa di merda."





Questo racconto fa parte del volume "Zuppa di Mitocondri":




Il titolo "This Old House" è liberamente ispirato dalla canzone omonima dei grandiosi Madrugada, contenuta nell'album "Industrial Silence" del 1999. Anche se (apparentemente) il testo della canzone non ha molto a che spartire con questa storia, le due cose sono legate in maniera indissolubile...mi dispiace per i Madrugada ma, se non altro, questa splendida canzone - della quale trovate un video qui sotto - può alleviare gli spasmi intestinali di chi si è dovuto sorbire quest'ennesima trash novel.




Il racconto costituiva la "bonus track" del libro e sinora non era mai apparso sul web (qualcuno, forse non a torto, sostiene che doveva continuare a recitare la parte del fantasma), ma una volta uscito il libro non aveva senso tenerlo rinchiuso nel cassetto o lasciarlo solo ai pochi...ehm..."fortunati" che hanno acquistato  o si sono scaricati "Zuppa di Mitocondri". O no?
Boh, non saprei. In ogni caso si può anche saltare a piè pari: probabilmente c'è molto di meglio da leggere gratis in giro per il mondo...la mano, per esempio.


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