Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

mercoledì 27 maggio 2020

Lockdown, il racconto


Premessa:

Quello che segue è una sorta di diario relativo al periodo di lockdown da marzo ai primi di maggio di questo tormentato 2020. Ovviamente non si tratta della fredda cronaca degli avvenimenti di quei giorni, di quella ho già scritto abbondantemente (pure troppo) in altri post. In questa occasione trattasi di una versione pseudo-romanzata basata su vicende reali e no; un raccontino senza pretese, senza né arte né parte, che è venuto fuori così all'improvviso. Come sempre anche questo bozzetto non ha alcuna pretesa letteraria: è colmo di errori e orrori, come da tradizione.

Ogni riferimento a fatti e persone non è proprio puramente casuale.

Lockdown - Il morbo di Batman:

Nel balcone della cucina da alcuni giorni si presentava sempre lo stesso passero, puntuale e preciso come un volatile elvetico. Era lui il primo a gustare le prelibatezze fornite dagli umani che abitavano nella casa. Dopo qualche istante arrivava anche la femmina. Lei era più timida e discreta e si accontentava delle briciole più periferiche, quelle che venivano sospinte dal vento sul bordo del balcone, vicino alla ringhiera. Tuttavia in quella trattoria improvvisata non mancavano anche alcuni clienti saltuari quali alcuni corvi, una famiglia di cornacchie, un paio di capinere e gli immancabili piccioni. Quando arrivavano questi ultimi il caos era garantito e di solito lo chef era costretto a chiudere momentaneamente la mensa e a sparecchiare la tavola. Da quando il mondo venne chiuso la natura si era ripresa il suo spazio e, in qualche modo, i ruoli si erano invertiti: le strade e le piazze erano diventati il ritrovo per la movida degli animali, mentre gli esseri umani osservavano dalle finestre, chiusi in gabbia. I piccioni passeggiavano sull’asfalto, i gatti sonnecchiavano sui marciapiedi e gli uomini potevano solo osservare da finestre e balconi. Dietro le sbarre.
Comunque i primi giorni di clausura non erano poi così male, c’era internet, la musica, i libri e la smart tv con un sacco di roba dentro. Il virus era chiuso fuori e dentro si stava al sicuro, con tutti i confort possibili e immaginabili tranne uno: la libertà.
Milioni di persone innocenti che dovevano scontare una condanna ai domiciliari per colpe di altri umani che abitavano in tutt’altra parte del mondo. Si doveva pagare il conto particolarmente salato di qualche ristorante orientale con il suo menù a base di liquami putridi, animali selvatici macellati sul posto, pipistrelli e pangolini. Sino a pochi giorni prima nessuno sapeva cos’era un pangolino e tantomeno che potesse venire ingerito da un essere umano. Eppure da qualche parte in un wet market distante migliaia di chilometri c’era chi si sollazzava con una zuppa di pipistrello. Il virus era il conto da pagare, ma anziché pagarlo chi aveva digerito quello strano cibo era stato spedito un po’ a tutti, in giro per il mondo.
Tra i finanziatori inconsapevoli di quel banchetto regnava l’incertezza. Si apre, si chiude, si lavora, non si lavora. Alla fine si decise di chiudere tutto, mentre le bare correvano dentro camion militari e il panico dilagava sospinto dalla tv e dalle notizie dal fronte. Il virus aveva fatto il salto di specie e gli umani erano il suo obiettivo, anche se non conoscevano il cuoco cinese né il pangolino. In molti si chiusero volentieri nelle proprie case anche se qualcuno continuava a farsi i cazzi propri nelle strade deserte, o quasi. I sapiens più disciplinati accettarono di buon grado la clausura, le mascherine, i guanti e l’amuchina. In molti scoprirono in quei giorni che quest'ultima non era un piccolo bovino di sesso femminile, ma bensì un igienizzante a base di ipoclorito di sodio. 
In casa di Gavino si viveva di notizie in moto perpetuo, film, serie tv, pasta in tutte le salse, snack assortiti e ancora notizie vere, false e ancora vere. Il telecomando sempre in mano, un occhio alla finestra, ai piccioni e ai passeri e ancora notizie. Un vero e proprio bombardamento di notizie, storie, sirene, terrore e morte. C’erano poi gli eroi, sino a poco prima sconosciuti a tutti e c’era chi tra loro moriva per pagare il conto del ristorante cinese. Neanche loro, gli eroi, sapevano cos’era il pangolino. Nel giro di pochi giorni nelle case si era diventati tutti esperti di virologia, tamponi, zoonosi e apparecchi per la ventilazione polmonare assistita. C’era chi collezionava le figurine dei virologi divenuti più famosi dei calciatori, chi faceva il tifo per l’uno chi per l’altro. Le quotidiane conferenze stampa della protezione civile alle 18 erano l’evento più atteso da grandi e piccini. Non era necessario correre a casa per vederle perché a casa ci si era già, e da tanti giorni ormai. Si trattava solo di premere un tasto del telecomando senza spostare il culo dal divano. Senza alcuna fatica. Bisognava sapere e conoscere. La bestia era nuova e nessuno aveva mai visto una cosa del genere. Nessuno sapeva fino a pochi giorni prima cosa fosse un virologo.
In casa di Gavino, come in tutte le altre, si ascoltavano le ambulanze in lontananza, si ascoltavano gli scempi canori dai balconi dei vicini e a volte si rispondeva al fuoco, sollevando il volume dello stereo. Si cantava, si andràtuttobenava e si aspettava, inebetiti dall’overdose di tv. Io resto a casa era il dogma.
Dopo una settimana di prigionia, però, già cominciava a crescere un po’ la pancia e anche il divano iniziava a presentare vari segni di cedimento. Il cane era costretto a fare gli straordinari, dato che aveva l’autorizzazione ad uscire ma non poteva essere sostituito da un alter ego di peluche: era prevista solo l’uscita con animali vivi tenuti al guinzaglio. Quindi il miglior amico dell’uomo doveva rinunciare all’abituale siesta postprandiale come anche ai suoi programmi tv preferiti. L’umano aveva necessità di uscire e, a parte il cane e la spesa, non aveva altre scuse. Qualcuno si ingegnava con le invenzioni più fantasiose e le scuse più improbabili per arginare i blocchi e il proibizionismo, ma spesso veniva trovato dai gendarmi e multato. I furbetti non erano pochi,  positivi, negativi o non classificati, ma spesso erano poco furbi. Perciò venivano beccati quasi sempre in flagranza di reato, non venivano giustiziati sulla pubblica piazza solo perché si era un po’ distanti dal mercato del pangolino e dalle zuppe di pipistrelli e virus in umido.
In casa di Gavino si contavano i morti tutti i giorni e, al contempo, si esultava quando veniva pescato un furbetto e dato in pasto ai media. Almeno quel pasto, a differenza delle abbuffate orientali, veniva pagato dal legittimo consumatore e non da tutto il mondo. Spesso si trattava di ragazzini ciondolanti e vocianti in quanto ritenevano di essere immuni all’infezione a anche alle leggi, ma proprio perché rumorosi e non in grado di esistere al di fuori del branco erano più facili da scovare. C’erano poi anche i vecchi che passeggiavano a braccetto senza una meta, chi chiudeva la moglie nel cofano della propria auto per andare in gita e chi non aveva capito proprio un cazzo. L’umanità in periodo di pandemia si ingegnava per fregare il prossimo, e l’inventiva non mancava di certo. Tuttavia il principale problema degli evasori era costituito dal fatto che questi vivevano e si moltiplicavano negli assembramenti ed erano per propria natura particolarmente attrezzati per quanto riguarda l’emissione di decibel. Chi riusciva ad eludere i controlli erano invece quelli che scorrazzavano tra i vicoli e le stradine nascoste tra un condominio e l’altro, dove non passavano i gendarmi e si era al riparo da occhi indiscreti. Perché gli occhi, con congiuntivite o meno, erano l’arma della resistenza per stanare i collaborazionisti del virus e dello chef di Wuhan. In molti tra gli evasori possedevano borse e valigie piene di virus e morte e correvano in lungo e in largo nelle strade e tra una città e l’altra per distribuire, più o meno consapevolmente, la loro merce. Qualcuno di loro era al soldo della bestia, qualcun altro era solo un semplice stronzo, in versione base, senza alcun optional intellettivo. Tanti di questi individui modello base girovagavano, e spargevano droplets condite, sin dal primo giorno di chiusura del mondo. Senza un perché. I passeggiatori seriali erano in ogni dove.
Le serrande erano chiuse, qualcuno moriva di fame, qualcun altro moriva e basta, ma i collaborazionisti non mollavano. Una parte della colpa di questo andazzo era però da ascrivere ai comportamenti schizofrenici di alcune forze politiche di opposizione, guidate da Malvini e Seloni con l’appoggio di Berloni e Renzoni, l’apritore compulsivo. Questi personaggi con i loro proclami quotidiani, in perenne campagna elettorale con mascherina, contribuivano alla confusione che regnava nelle menti semplici dei tanti cittadini modello base.
Neanche le migliaia di morti riuscirono ad unire la nazione. L’emergenza, il panico e il caos erano considerati da qualcuno il terreno migliore per spargere i propri semi. Le persone morivano in totale solitudine e in solitudine venivano seppellite.
Il morbo di Batman stava facendo una strage silenziosa. Eppure, evidentemente, ai rumorosi personaggi che guidavano l’opposizione il concetto non era così chiaro come avrebbe dovuto essere.

In casa di Gavino nella seconda settimana di lockdown l’aria divenne più pesante. Anche Giorgia, da sempre tranquilla e pacata, cominciava a perdere la pazienza, pur comprendendo le ragioni della clausura imposta dal governo. Pure il cane Franco, nonostante le passeggiate intensive, appariva abulico, annoiato e depresso.
I morti in tv non aiutavano affatto, ma anche la tv in quanto tale non era in grado di aiutare più. Come in altre case aumentò il consumo di bevande alcoliche e sigarette, come anche della quantità di cibo, con il rischio che anche scampando alla morsa del virus si potesse schiattare a causa dell’intensificazione dei vizi e delle scorrette abitudini alimentari.
Da un lato però c’era la soddisfazione che a causa del lockdown mondiale forse Bolsonaro poteva sospendere momentaneamente la distruzione dell’Amazzonia, i piromani dovevano riporre gli accendini in tasca, ma anche i tossici sotto casa erano costretti ad andare a rompere i coglioni da un’altra parte. Il distanziamento sociale era la priorità assoluta, la base di ogni azione, spostamento o movimento, sia nelle rare occasioni di uscita all’esterno concesse dai governanti solo per motivi urgenti e inderogabili sia, sopratutto, nei luoghi chiusi. Oltre a portarsi un metro appresso per misurare le distanze interpersonali, la gente era costretta a camuffarsi come bambini a carnevale che si travestono da “piccolo chirurgo”, con guanti e mascherina. Fortunatamente non era concesso portarsi appresso il bisturi.
In molti, probabilmente la gran parte della popolazione, recepirono sin da subito le motivazioni di un simile travestimento e delle norme da seguire per evitare il propagarsi dell’infezione. Alcuni invece non avevano capito un cazzo e continuavano a protestare. Del resto all’inizio dell’epidemia si era diffuso il pensiero comune, un poco sadico e nazista, a dire il vero, che solo i vecchi con intere enciclopedie mediche di malanni assortiti al seguito erano a rischio. Per questo motivo i ragazzini continuavano a fare la propria vita di eccessi e riunioni affollate, mostrando a tutti la loro carta d'identità come un certificato di immunità. Molti di questi non rinunciavano al rito dell’aperitivo, sbevazzavano e fumavano come turchi tutte le sostanze possibili preferibilmente sotto le finestre dei vecchi rinchiusi. Era già la seconda settimana di ritiro spirituale, case chiuse e chiusi in casa, eppure c’era tantissima umanità che non aveva capito un cazzo, o giù di lì.

Gavino passava il tempo disponibile tra un tg e l’altro ad osservare i propri concittadini, i vecchi dietro le finestre, i giovani sotto le finestre e i piccioni che passeggiavano sulle strade. Lui si poteva ritenere fortunato in quanto facente parte delle categorie indispensabili anche e soprattutto in caso di epidemie, perciò poteva recarsi a lavoro, incontrare gente ma anche il virus. In quei tempi, lui come altri sessanta milioni, fecero conoscenza di uno strumento pressoché sconosciuto sino a poco prima, ma che era destinato a diventare indispensabile per l’esistenza stessa: l’autocertificazione. Questo nuovo presidio era cangiante per natura, mutava a seconda del tasso di umidità nell’aria o del moto astrale lassù nello spazio. Non si faceva in tempo ad entrare in confidenza con il suo contenuto che questo era già cambiato, forse per confondere gli avversari, forse solo per caso. Eppure anche il suo continuo mutare aveva un senso, o almeno avrebbe dovuto averlo. Anche questo aspetto non era ben chiaro a una larga fetta della popolazione, principalmente a quella non provvista di un adeguato corredo di neuroni.
In quei giorni i cantautori da balcone avevano rotto i coglioni oltre ogni ragionevole dubbio. Di questa nuova specie di artisti, infatti, facevano parte tanti asini che lasciavano a briglie sciolte le proprie corde vocali, convinti del fatto che bastassero due o tre serate di karaoke tra amici e alcool per diventare cantanti. Le ugole moleste stavano crescendo in modo esponenziale con il diffondersi dell’epidemia. Era uno degli effetti collaterali del morbo di Batman.
L’altra novità con cui bisognava convivere era il frequente lavaggio delle mani con un gel a base alcolica o con acqua e sapone. Questa buona usanza rappresentava un grande problema per quelli che il sapone non lo conoscevano affatto o per chi aveva avuto solo incontri saltuari con questo misterioso oggetto. Gavino e Giorgia invece avevano una grande confidenza con lui ben prima dell’avvento del nuovo coronavirus appena nato come anche dei suoi parenti, prossimi e lontani. Lavoravano tutti e due da tanti anni in ospedale e quindi facevano parte della categoria di nuovi eroi che fino pochi giorni prima non si cagava nessuno.
Per decenni tutti i governi che si erano succeduti avevano attinto dai fondi destinati alla sanità. Facevano a gara a chi poteva tagliare di più; una sforbiciata alle forniture, un taglio agli stipendi e un colpo di mannaia sulle assunzioni. Avevano sempre lavorato in pochi per pochi euro in mezzo a virus, batteri, chemioterapici, sangue, morte e malattie, ben prima dell’avvento del morbo di Batman. In quei giorni erano diventati eroi agli occhi della popolazione, ma in pratica non cambiava alcunché: i turni erano sempre massacranti, il personale era sempre poco, i presidi di protezione individuale erano sempre scarsi, i morti erano sempre morti e lo stipendio era sempre lo stesso. In buona sostanza lo status di eroi non aveva portato nessun cambiamento nelle loro vite e nella loro attività lavorativa. Anzi c’era il rischio di avere un downgrade dalla condizione di probabili eroi a quella ben poco invidiabile di untori.
In quegli stessi giorni accadevano vicende strane nel mondo esterno: i carcerati, compresi alcuni mafiosi al 41bis e pericolosi assassini, venivano liberati a causa dell’emergenza sanitaria, dopo che che si erano verificate alcune sanguinose rivolte in vari istituti di pena, mentre i vecchi che stavano morendo dentro le RSA, le famigerate case di (eterno) riposo venivano lasciati lì, in preda al virus e ai suoi discepoli. Evidentemente la violenza era il metodo più rapido ed efficace per ottenere vantaggi. Invece chi non aveva voce né forza, come gli anziani rinchiusi nelle strutture, non solo non riusciva a ottenere alcuno sconto di pena ma spesso doveva condividere la propria cella nella RSA con pazienti infetti provenienti dagli ospedali. La strage degli innocenti proseguiva nell’indifferenza generale.

In casa di Gavino le cose non è che andassero proprio male, piuttosto erano tutti in preda all’inedia a causa della reclusione e delle scarse attività all’esterno. La routine era composta da lavoro-casa-lavoro, spesa ogni 10 giorni con mascherina, guanti e file, bisogni fisiologici del cane 2-3 volte al giorno entro 200 metri dall’abitazione. Gavino e il cane Franco conoscevano a memoria ogni centimetro del marciapiede, ogni arbusto e ciuffo d’erba presenti nel tragitto e ogni altro cane che pisciava nella zona. La stessa cosa si poteva affermare del supermarket e dei suoi scaffali, con l’unica differenza che lì non c’erano pisciate, né erba, né cani, ma la noia era la medesima.
In quel periodo andava forte il noleggio dei cani con tariffe che variavano dai 10 ai 30 euro all’ora, a seconda della razza e della taglia. Chi non ne aveva uno si doveva arrangiare con il mercato nero per ottenere qualche ora d’aria in più. In tanti rimpiansero di non averne mai preso uno prima del lockdown  o anche di averne abbandonato qualcuno in autostrada quando questa infame usanza andava di moda.
Quelli più audaci provarono a recuperare qualche pangolino da portare al guinzaglio, giusto per creare un po’ di panico e invidia tra gli odiati vicini di casa. Però non era facile trovarne uno in quanto era una specie esotica, per giunta in via di estinzione e poi, quei pochi rimasti, erano destinati alle cene eleganti dei cinesi o per scambio files tra pipistrelli, uomini e appunto i pangolini. Per quanto riguarda il pipistrello invece non era così difficile procurarsene uno, anche se si trattava di specie ben diverse da quelle destinate agli chef cinesi o indonesiani; quelli locali erano piccoli, troppo piccoli, probabilmente non erano in grado di traghettare virus di quel genere, e non incutevano alcun timore negli umani, o quasi.
La caccia al pipistrello avveniva col favore delle tenebre in prossimità delle grotte dove vivevano, anche se non era la stagione migliore per catturarli. Difatti non trapelò alcuna notizia di qualcuno che fosse riuscito nell’impresa e nessun pipistrello venne mai visto in giro per le strade al guinzaglio, a mo’ di aquilone. Per trovarli bisognava andare in qualche wet market del sud est asiatico. In quei luoghi infernali si sarebbe potuto trovare di tutto, anche qualche pangolino o qualche esemplare di chirottero condito con una vasta collezione di virus e micro bestiole di ogni genere. C’era però il problema di non poco conto del blocco aereo e delle frontiere chiuse a causa dell’epidemia. Di conseguenza bisognava rinunciare allo shopping. Inoltre era assolutamente inutile cercarli su Amazon o su altri siti di e-commerce: non si potevano vendere.
Mentre era immerso in queste considerazioni, Gavino prese il cane con la sua prolunga, varcò l’uscio di casa senza rivolgere una parola al suo amico peloso e casinista. 
La strada pullulava di cani, ognuno dei quali con al seguito un umano mascherato ma anche no. Alcuni di questi umani non si erano mai visti da quelle parti, forse erano noleggiatori o forse non avevano mai portato fuori il cane prima del D.P.C.M. sul Coronavirus. Probabilmente non erano mai andati d’accordo o addirittura odiavano il loro “lascia passare” a quattro zampe, ma in quel momento l’animale era ben più utile di uno smartphone.
Gavino non dava confidenza a quei portatori (presunti) sani di canidi sconosciuti, a meno che non si trattasse di qualche avvenente fanciulla. Ma quel tipo di incontri non capitavano quasi mai.
La passeggiata durava in media una mezzora scarsa, a volte meno, a volte di più, a seconda delle esigenze e della voglia di Franco. Giorgia invece era in quarantena volontaria, spalmata in un divano ricolmo di inedia e notizie sull’epidemia, quando metteva in stand by lo smart working. Cosicché toccava quasi sempre a Gavino uscire con Franco e anche occuparsi della spesa e degli acquisti nel tabacchino o in farmacia.
Franco marcava il suo territorio sempre negli stessi angoli, cagava in gran quantità ad ogni uscita e non si riusciva a capire perché e soprattutto dove teneva tutte quelle munizioni in quel corpo minuscolo.
Nel mezzo del cammino, tra un fiotto di urina e l’altro, tra una cagata e un incontro ravvicinato con qualcuno dei suoi simili, avvistavano spesso altri esseri: merli, cardellini, capinere, corvi e altri volatili mai visti così da vicino. Gli animali si avevano preso lo spazio lasciato libero dagli umani in clausura e stavano anche prendendo un po’ di iniziativa e coraggio. I temibili predatori umani, infetti, rinchiusi in casa o mascherati, non incutevano più timore. Per il momento.
Gavino, oltre a raccogliere la merda del suo amico, si soffermava a guardare i balconi con le lenzuola disegnate con le scritte colorate “andrà tutto bene” e ringraziamenti vari. Fortunatamente non c’erano cantanti da balcone in quel momento e il giro andò a buon fine. Soliti incontri, solito percorso, una sigaretta e la solita noia. Rientrarono a casa insoddisfatti e sbuffanti. Via la mascherina, via il guinzaglio e la pettorina, e ritornarono a vegetare sul divano.
Nel frattempo l’autocertificazione era cambiata ancora. Gli umani nelle strade diminuivano e crescevano di numero senza alcuna valida motivazione. A giorni si potevano contare svariate decine di imboscati nella stradine secondarie, forse anche untori positivi che scappavano alla quarantena obbligatoria. Fortunatamente i cantori delle verande andavano lentamente a estinguersi, ma la gente in giro era sempre troppa, nonostante i morti si contassero a migliaia. L’Europa intanto si dimostrava ancora una volta inutile e dannosa, oltreché cinica e orba. Le dichiarazioni rilasciate dai suoi rappresentanti in quei giorni facevano crescere l’odio e la rabbia nei suoi confronti. Solo molte settimane più avanti riuscirono ad aggiustare il tiro e a dimostrare un po’ di rispetto per gli innumerevoli cadaveri e per le persone che avevano perso tutto a causa della chiusura del mondo. Il vecchio pachiderma Europa si dimostrò ancora una volta inadatto per il popolo europeo e fatto solo per uso e consumo della Germania e di qualche altro paese nordico, come l’odiosa Olanda. Gli stati a sud di Berlino non contavano un cazzo e dovevano necessariamente patire manovre lacrime e sangue in Troika style, come era già avvenuto in passato con la Grecia. Tuttavia ci fu un cambio di rotta, un ripensamento tardivo, che però non era ancora avvenuto a questo punto del racconto.
Quello che invece si verificò in quello spazio temporale era un autentico colpo si scena: l’autorizzazione ad uscire per i bambini. In men che non si dica gli umani passarono dal noleggio dei cani a quello degli infanti. La compravendita di pargoli o presunti tali portò a un incremento delle finanze delle famiglie più numerose, le quali potevano cedere senza grossi problemi uno o più componenti minori della stessa per cifre importanti. In quei giorni si assistette a un incredibile movimento di pargoli che passavano di mano in mano, di strada in strada, per permettere agli adulti mascherati di avere una nuova scusa per uscire.
I proprietari dei cani a noleggio protestarono, senza però ottenere i risultati sperati. Anzi, qualcuno di questi venne arrestato, approfittando del fatto che in prigione si erano liberati numerosi posti a causa dello “svuota carceri” organizzato da una grande coalizione composta da alcuni giudici, il virus e la criminalità organizzata.
La lobby dei canoleggiatori provò anche a fare qualche manifestazione in piazza, ma anche in quell'occasione vennero dispersi dalla polizia in quanto gli assembramenti non erano ammessi.
Nel resto del mondo l’epidemia iniziò a dilagare con la stessa virulenza causando migliaia di morti, anche tra chi prima prendeva per il culo e sghignazzava di fronte alla chiusura totale dei paesi più colpiti. Il virus correva veloce anche a causa di chi non aveva fermato il traffico aereo e navale in tempo. Era fondamentale invece sigillare le frontiere esterne degli stati e in molti casi anche quelle interne tra le varie regioni della stessa nazione. Non tutti i governi lo avevano capito all’inizio e qualcuno, a dire il vero, neanche dopo. L’epidemia era diventata pandemia. Il mondo intero era in pericolo.
In Cina, a Wuhan, dove tutto era cominciato i morti ufficiali erano troppo pochi rispetto al numero di scatole contenti ceneri umane che venivano consegnate ai parenti sopravvissuti. Qualche capo di governo cominciò ad accusare apertamente la Cina per aver tardato nel comunicare la mondo la presenza del nuovo coronavirus, come anche di nascondere il reale numero di decessi ascrivibili all’epidemia. Più avanti accusarono il governo cinese anche di non aver vigilato nel laboratorio di Wuhan dove si facevano esperimenti sui virus. Il sospetto era che la bestia immonda fosse scappata accidentalmente dal laboratorio dove si lavorava a suoi parenti e simili, probabilmente a causa di una qualche negligenza di alcuni addetti. C’era anche chi asseriva che qualche dipendente avesse venduto alcuni animali utilizzati per gli esperimenti nel mercato di Wuhan. Secondo questa tesi il cerchio si era chiuso con gli spuntini abominevoli dei suoi clienti che non disdegnavano carni di animali strani o anche in via di estinzione. Del resto non si può discutere sulla bontà di un arrosto di pangolino o di uno spiedino di serpente condito da un’insalata di bacherozzi.
Comunque quelle tesi non erano mai state seguite da prove tangibili, erano ancora allo stato di chiacchiere da bar (chiuso). Il fatto certo e incontrovertibile era che il virus era passato dal pipistrello al pangolino, era poi ritornato al pipistrello e quindi era approdato nella sua versione 3.0 all’uomo, con viva e vibrante soddisfazione di quest’ultimo. Un viaggio apparentemente lungo e contorto che però si era svolto nella sua interezza, da capolinea a capolinea, nella città di Wuhan, probabilmente nel suddetto mercatino di prelibatezze e leccornie assortite.
In quei giorni, in qualche modo, i cinesi cercarono di porre rimedio al danno, donando apparecchiature sanitarie e presidi di protezione individuale ai paesi più colpiti. Inviarono anche personale sanitario specializzato sul fronte occidentale, seguiti subito dopo da tante altre nazioni non necessariamente ricche quali l’Albania e Cuba tra le altre. La solidarietà Internazionale aveva toccato il suo apice, eccezion fatta per la UE che ancora a questo punto del racconto non aveva dato segni di vita.
La solidarietà faceva bene a chi la faceva e a chi la riceveva. Perciò anche i singoli cittadini si buttarono a capofitto, chi più chi meno, in questo salutare moto di coscienza. C’era chi donava pasti ai bisognosi, chi donava danari alla Protezione Civile o ad altre associazioni benefiche o chi, semplicemente, aiutava la vecchia del piano di sopra a portare su la spesa. Molti avevano semplicemente iniziato a parlare con i vicini con i quali non avevano mai avuto rapporti, se non per mandarsi affanculo. Con il dilagare della pandemia ci si era trasformati in una nazione di buoni samaritani, eccetto una discreta percentuale di coglioni che faticavano a cambiare rotta.

Pure Gavino, nel suo piccolo, oltre al suo lavoro, aveva dato qualche piccolo contributo alla causa. Anche se era perfettamente cosciente del fatto che si poteva fare sicuramente di più. In quei giorni però era occupato nella lotta impari contro un principio di depressione e poi era impegnato ad ascoltare ogni singola parola del nobile a capo del governo nazionale e anche di quello più in carne a capo della regione. I decreti del presidente del consiglio come anche i moduli per le autocertificazioni si succedevano senza soluzione di continuo. Quindi bisognava essere sempre sul pezzo, senza perdere una virgola. Quando in tv c’erano loro il mondo circostante si doveva fermare, il cane doveva attendere e tutto il resto pure. La legge non ammetteva ignoranza. Le disposizioni in merito all’emergenza sanitaria potevano cambiare nel giro di pochi giorni o settimane, a volte in meglio, a volte in peggio. Questo dipendeva dall’andamento della curva epidemica, dalle cazzate combinate da alcuni umani come gli assembramenti non autorizzati per funerali di boss, rom o illustri cittadini di qualche sperduto paesino. Il virus non guardava in faccia a nessuno, né a chi si riuniva per l’aperitivo né a chi aveva necessità di farsi notare in una cerimonia funebre proibita.
Però c’erano anche aspetti positivi in quei momenti di paura, morte e proibizionismo: c’erano i sindaci, o meglio alcuni sindaci di qualche grande città, come di alcune cittadine sconosciute sino a quel momento, che con i loro messaggi schietti ed esilaranti riprendevano i propri discepoli indisciplinati. Quei video garantivano piacevoli momenti in casa di Gavino. Come in altre abitazioni di reclusi, venivano condivisi in ogni spazio social possibile e immaginabile. Forse erano quelli i veri eroi della pandemia. Tuttavia il più grande di tutti, il capostipite della dinastia dei grandi comunicatori tra gli amministratori locali era indubbiamente il governatore della Campania; il migliore di tutti. Irraggiungibile e invidiato da mezzo mondo. Con quegli impavidi condottieri la guerra al virus si poteva anche vincere e i tanti coglionavirus che ancora infestavano le strade delle nostre città avevano i minuti contati. C’era ancora troppa gente in giro che viveva e si moltiplicava negli assembramenti. Questi soggetti non solo non rispettavano i decreti del governo, non rispettavano neanche i morti, i malati e chi lavorava per salvarli. Non avevano nessun rispetto per gli altri. Uscivano per le strade senza rispettare il distanziamento sociale e sputacchiavano quante più goccioline possibile dalle fauci incustodite. Nessuno di loro, ovviamente, portava la mascherina anche se avrebbe potuto portare con sé il virus, il quale era sempre alla ricerca di un autobus da prendere a scrocco per girovagare in lungo e in largo nel mondo degli umani. Più numerosi erano i collaborazionisti più tutto era più semplice per la bestia.

Dopo oltre un mese di vita in cattività le persone, almeno quelle che le regole le avevano rispettate, erano allo stremo, nonostante stesse subentrando una sorta di strana e nuova normalità. Aumentarono i casi di depressione, i maltrattamenti in famiglia e anche l’autolesionismo. Il popolo era ingrassato, annoiato, alcolizzato e demoralizzato, e anche abbastanza rincoglionito.
Gavino come tanti altri attendeva la Fase 2 con trepidazione. Il tempo delle messe e delle messe in piega però era ancora distante, anche se tutti ne parlavano e, in certi momenti, pareva imminente. Bisognava restare ancora in galera. I coglionavirus erano gli unici padroni delle strade; i furbetti erano in ogni dove, era la specie che si era adattata meglio al lockdown. Inoltre erano gli unici a scampare ai controlli dei gendarmi. Quasi sempre. Il motivo per cui accadeva questo era da ricercare nel fatto che gli umani normali che non avevano nulla da nascondere, o che comunque erano in buonafede, utilizzavano le strade principali per le uscite, mentre loro in quanto furbetti si comportavano diversamente; di solito agivano nell’oscurità o all’ombra dei vicoli meno accessibili.
Lui li osservava tutti i giorni dalla finestra, con sullo sfondo l’elastico della Fase 2 che si avvicinava e poi si allontanava in un battito di ciglia. Troppo alta la percentuale di coglions nella nazione per poter sperare in una riapertura rapida e sicura. Intanto, virus o non virus, lui era costretto a lasciare la gabbia. Doveva uscire.
Guardò la pila di autocertificazioni sul tavolo con un un po’ di imbarazzo, ne possedeva una collezione niente male, anche se sino a quel momento non era incappato in alcun controllo dei gendarmi né, tantomeno, in nessuna sanzione.
Prese l’ultima versione del lasciapassare, lo compilò e uscì da solo. Franco lo fissò implorante da dietro alla montagne di cuscini sul divano, ma venne ignorato. Come anche venne ignorato il papa che in tv celebrava la pasqua in solitudine, sotto la pioggia. Si avvicinavano tante altre feste da trascorrere in cattività, come animali rari in tante piccole gabbie di un immenso zoo. Ci sarebbero state ancora tante altre occasioni per non festeggiare.
“Ricordati di sanificare le feste!”

Franco urlò il suo disappunto ma continuò a essere ignorato.
Gavino si ritrovò solo in mezzo alla strada. Da solo. Nessun altro umano si trovava sul posto in quel momento. Nessuna auto percorreva la via. C’era solo lui e il silenzio quasi assoluto se non fosse per uno sparuto gruppo di piccoli animali cinguettanti. Non c’era traccia neanche dei famigerati furbetti i quali, con tutta probabilità, stavano riposando oppure semplicemente preparavano solo le prossime mosse per ingannare l’avversario. La via era un po’ più sporca del solito. Alcuni pezzi di carta svolazzavano in mezzo alla carreggiata, sospinti dalla brezza e accompagnati da qualche foglia in libera uscita. Intorno i soliti balconi con i panni che sventolavano come bandiere. Fortunatamente quelle appendici della abitazioni erano ormai tutti in versione unplugged: solo qualche madre che richiamava il proprio figlio o qualche cane che abbaiava, nessun microfono. Il festival di San Patrignano era chiuso definitivamente.
Gavino salutò il solito merlo che si affacciava sulla via dalla sua siepe. Lo vedeva abitualmente quando passeggiava con Franco quindi erano entrati in confidenza.
Il volatile lo seguì con lo sguardo, perché andava bene la confidenza e i saluti ma la fiducia era ben altra cosa, lì dentro merlino custodiva i suoi pargoli. Gavino non ci fece caso più di tanto, invece era turbato decisamente di più dalla solita vecchia incollata alla finestra, sempre nella stessa posizione, immobile e inquietante. Tante volte aveva pensato che fosse finta o imbalsamata, ma già diversi giorni prima si era reso conto che la sera quella figura abbandonava la finestra o veniva rimossa da qualcuno. Si toccò i coglioni e proseguì il cammino senza distogliere lo sguardo dalla vecchia alla finestra, sino a quando tutte e due sparirono dietro l’angolo. Girò intorno all’isolato un paio di volte, ripassando quella figura inquietante a ogni passaggio. Poi prese il coraggio a piene mani - e soprattutto con tutti i piedi - e decise di percorrere il sentiero dei furbetti, all’ombra dei palazzi dove nessun gendarme si era mai visto né sentito. Il cammino di Santiago de Compostiera si snodava tra i vicoli e i cortili comunicanti dei vari palazzi della zona, tra i cassonetti della differenziata, qualche carcassa d’auto abbandonata e i vari mezzi di locomozione - quelli ancora funzionanti seppur immobili da tempo immemore - degli abitanti del quartiere. Il percorso era segnato dall’olezzo non proprio piacevole che proveniva dai bidoni dell’umido a causa del gran caldo. Gli operatori ecologici provvedevano al ritiro dei rifiuti con maggior frequenza e con un impegno encomiabile in periodo di lockdown, però non potevano fare nulla contro la temperatura da estate inoltrata di quei giorni. Era una pasqua bollente e poi gli umani consumavano molto di più in cattività. Mangiavano in continuazione e producevano mondezza in quantità esagerata.
Gavino seguì un gruppo di piccioni intenti a trasgredire l’obbligo del distanziamento sociale, mentre le sirene delle ambulanze urlavano nelle strade vicine. Il capo banda era più grosso e grasso degli altri, aveva una zampa deforme ma questo non gli impediva di camminare fiero e baldanzoso in testa al gruppo, nonostante zoppicasse vistosamente. Le briciole non mancavano e non c’era nessun bambino a rincorrerli. Erano i padroni della strada.
Gavino si unì al branco e seguì le loro faccende per un po’. Era perfettamente cosciente del fatto che qualche rotella gli si stesse allentando nella centralina. L’unica speranza che lo faceva andare avanti era la possibilità che l’evento fosse reversibile. Secondo la sua teoria era solo un effetto collaterale della clausura che sarebbe svanito velocemente come era apparso una volta riaperte le porte. Intanto i piccioni lo accettarono nel gruppo. Nessuno di loro mosse una qualche obiezione. Era diventato uno di loro, solo un po’ più grande, mascherato e senza ali. Probabilmente venne accettato senza indugi in quanto non costituiva un problema per quanto concerneva gli alimenti: non gradiva le briciole. 
La saracinesca davanti al muso ne nascondeva l’indefesso sorriso ortopanoramico che avrebbe conquistato chiunque in quel momento, se solo non ci fosse stata la barriera. Tuttavia per i piccioni la barriera non era sufficiente per dividere i popoli, e poi a loro non importava affatto di non poter vedere i suoi denti, dato che loro non li avevano né sapevano cosa fosse un sorriso o a cosa potesse servire. 
Mangia e zitto.
Gavino seguì solo l’ultima disposizione del capo. Le briciole continuavano a non piacergli. Invece la compagnia non gli dispiaceva affatto. I piccioni erano di poche parole e fondamentalmente non rompevano i coglioni. Rimase a lungo mimetizzato tra loro, distante anni luce dalla pandemia e dai suoi effetti.

“…Bruciarono l’ultimo cespuglio. Si accanirono anche sulle ultime foglie in modo che non ne restasse nemmeno una in vita. Lo spirito del bosco arso aleggiava sinistramente sulla città indolente.
Si guardò allo specchio. Solo in quel momento si accorse con terrore che gli mancava un dente. Un molare non era al suo posto e lui non se n’era mai accorto. Rimase a lungo a rimuginare sul fatto in preda alla disperazione, mentre l’odore acre del fumo era entrato in casa.
Si lasciò cadere sul divano e osservò la stanza come se fosse la prima volta. Tutti quegli oggetti erano rimasti fermi abbastanza a lungo perché diverse generazioni di ragni concordassero sul fatto che fosse un buon posto per stabilirvi la propria residenza e mettere su famiglia.
Il suo dente non c’era più e iniziava a colargli un rivolo di sangue da una narice. Il vento urlava sempre più forte…”

Invece era il telefono. Giorgia ci urlava dentro e forse anche il cane. Gavino si ricompose, cancellò gli ultimi pensieri, salutò gli amici e si diresse verso casa. Il capo annuì e non aggiunse altro. Era proprio vero che ai leader bastano poche parole per farsi comprendere e per farsi rispettare. Era un dono che possedevano in pochi.
Lui ripercorse a ritroso il cammino come un bravo pellegrino che una volta giunto alla meta si fosse liberato di un peso e avesse acquisito nuova forza ed energia spirituale. Inviò alcuni polpastrelli volontari dentro la mascherina. Gli esploratori ritornarono con un paio di buone notizie: il dente era al suo posto e non c’erano segni di epistassi in atto né pregressa.
- Vaffanculo Batman!

Ritrovò la vecchia alla finestra, abbassò la mascherina e gli sorrise come per esorcizzare il male, senza però tralasciare il tocco di palle preventivo. La strega rimase impassibile, glaciale e incartapecorita come sempre. Non ricambiò il sorriso né, tantomeno, toccò qualcosa. Almeno questo è quello che apparve giù dalla strada.
Entrò in casa, ripromettendosi di essere più generoso con le briciole e soprattutto di evitare di fare discriminazioni tra le varie specie di volatili.
Giorgia lo accolse con un interrogatorio degno di un ispettore dell’FBI, ma lui non cedette di un solo centimetro. Non confessò. Non tradì gli amici e in questo modo prese due piccioni con una fava: salvò la banda dello zoppo dal rischio di una rapida estinzione ed evitò un ricovero coatto, pericolosissimo in periodo di pandemia.

- Maledetto Batman!

Dopo un ulteriore e devastante incremento del distanziamento sociale sul divano, un paio di cazzate ben assestate demolirono il muro divisorio eretto dall’impeto dell’incazzatura e tutto ritornò alla piacevole normalità di sempre, in versione lockdown. Non vissero felici e contenti perché Batman era ancora lì fuori a mietere vittime, dolore e sofferenza, stenti e sacrifici, però era un buon punto di partenza, anzi di ripartenza.
La Fase 2 appariva più vicina.
Gavino aprì una birra per festeggiare la pace ritrovata. Alla salute dello zoppo.
Fuori intanto, con il fresco, apparvero i primi furbetti. Alcuni di loro avevano il cappuccio calato sulla testa, altri erano ancora più spavaldi e giravano a volto scoperto senza alcun presidio di protezione individuale. Arrivavano dai vicoli laterali confluendo nel fiume di uno slargo tra i palazzi. Era la sagra dell’assembramento, lo sfregio alle istituzioni, ai morti, ai feriti e ai timorati di Dio. E le acque del fiume andavano ad ingrossarsi sempre più, sospinte dalla corrente impetuosa dell’idiozia.
Lì non c’era un sindaco sceriffo munito di gonadi adeguate. Il primo cittadino di quelle parti era invisibile e impalpabile, tanto che qualcuno cominciava a pensare che fosse un’ologramma. Non si era mai visto né sentito se non per il taglio indiscriminato e incomprensibile di buona parte degli alberi della città.
Lì i furbetti trovavano terreno fertile per crescere e moltiplicarsi. I gendarmi facevano quel che potevano per arginare la piaga, ma non possedevano il dono dell’ubiquità, per riuscire a trovarsi in ogni angolo della città contemporaneamente. Il loro numero era esiguo, soprattutto se raffrontato alla grande massa di furbi, furbetti e furbini, evasori e imboscati di ogni genere e di ogni età.
Alla seconda birra i coglionavirus erano già spariti, ma subito dopo, all’incirca in occasione del terzo rutto della nuova serie, vennero sostituiti da altre etnie: individui più stagionati e donnone vocianti.
Alla terza birra e al quinto rutto d’ordinanza sparirono anche loro e rimasero i portatori sani di cane, di proprietà o noleggiato, e i guardiani degli infanti, anche loro in parte legati da un qualche grado di parentela con le “scuse” urlanti e in parte con lo status di parente occasionale acquisito dietro un lauto compenso.
In corrispondenza con l'ultimo sorso e l'ultimo rutto anche questi sparirono, fagocitati dalle rispettive dimore. Sempre sotto lo sguardo attento della vecchia alla finestra o della finestra con vecchia annessa, se si preferisce.
La vecchia era una delle poche certezze di quei giorni, oltre al virus, ai morti e ai decreti del presidente del consiglio. E su quelle poche certezze ci si basava per quanto concerneva la vita quotidiana nel presente e le speranze per il futuro. In quei giorni c’era chi perdeva la vita nella solitudine più assoluta, chi perdeva il lavoro senza sapere perché e chi perdeva a carte perché gli garbava l’assembramento a dispetto dei morti, dei feriti e dei cagionevoli di salute.
Gavino odiava i suoi concittadini privi di un’adeguata dotazione di empatia, quella grande massa di individui abulici, egoisti e carenti di comprendonio che, anziché tacere e rispettare le regole, rompeva i coglioni dalla mattina alla sera, festivi compresi. Tra questi c’erano i complottisti, i fatalisti, i tantononcapitamettisti e i sotuttisti. Tuttavia i più pericolosi erano quelli che capivano fin troppo bene cosa stesse accadendo ma nonostante ciò continuavano a farsi i cazzi propri. Ed erano tanti.
La birra era finita. Con sommo gaudio di Giorgia, del cane e finanche di tutto lo spazio vitale, sino a quel momento soggetto agli aromi di luppolo scadente, al continuo biascichio e alle conseguenti eruzioni con gas, lava e lapilli. La convivenza in periodo di coronavirus era difficile ed estremamente delicata. Anche in condizioni basali perfette e idonee pure alla guerra nucleare, la clausura poteva creare facilmente piccole o grandi crepe nelle relazioni. Sino a quel momento la premiata ditta Gavino & Giorgia (nonché il cane Franco) aveva resistito stoicamente ad ogni tentativo di destabilizzazione da parte del virus e dei suoi discepoli. Parevano la quintessenza della resilienza, come anche uno spot perfetto della vita coniugale. Eppure con il dilatarsi della durata della prigionia poteva bastare un solo rutto in più per creare instabilità. La vita ai tempi del coronavirus era dura.
Per evitare che il sisma aumentasse d’intensità Gavino prese Franco, il guinzaglio e le bustine per la cacca, e andò incontro al mondo esterno ancora una volta. Stava diventando anche lui un passeggiatore compulsivo. Fortunatamente era a piedi, per cui non rischiava auto e patente in caso di un incontro ravvicinato con un etilometro, oltre che, in quanto portatore di cane da 200 metri, nessuna ammenda per mancato rispetto delle norme in materia di coronavirus. Il rispetto delle norme era la norma per Gavino. Sotto questo aspetto era intransigente.
In quell’occasione decise di non fare il Cammino, forse per evitare gli aromi, forse solo perché era ubriaco e non era pienamente cosciente dello spazio e del tempo in cui si trovava. Avrebbe dovuto rispettare i 200 metri, ma l’alcool che ne impregnava la materia grigia non glielo permise. Azzardò un giro più largo, mentre il gas continuava la sua risalita lungo il suo esofago in un turbinio di rumori acidi e fuochi d’artificio, trattenuto a stento dalla mascherina. In un momento di estemporanea lucidità gli parve di essersi trasformato in un comune furbetto di periferia ma, subito dopo, quel pensiero venne ricacciato indietro dai fumi dell’alcool. Proseguì sotto la guida delle bollicine che saltellavano in lungo e in largo nel suo organismo. Era costretto a respirare le sue stesse esalazioni tossiche in un circolo vizioso senza via di uscita. Dopo un lasso di tempo difficile da calcolare si era quasi convinto di essere fuori città. Si era stancato e come lui anche Franco che ormai non trotterellava più un metro avanti, ma bensì arrancava dietro i suoi calcagni. Si fermò un attimo a raccogliere le idee e le feci del cane. Poi volse lo sguardo verso l’alto e si ritrovò davanti la vecchia alla finestra. Il cuore sussultò nel suo petto, un martello pneumatico gli perforò le tempie e quasi ingoiò la mascherina a causa del risucchio improvviso del fiato. Non si trovava in periferia né tantomeno in provincia, era a pochi metri da casa sua sotto la minaccia dello sguardo inquietante della donna imbalsamata. Sputò fuori il lembo di mascherina. Diede uno strattone al guinzaglio come per cercare conforto - o forse anche una spiegazione - dal suo cane. Ma lui non rispose, aveva la lingua fuori e pareva implorarlo per una rapida ritirata verso i propri appartamenti. Guardò ancora verso la finestra e la vecchia non c’era più. In quell'istante udì la sirena di un'ambulanza e per un attimo sperò che stesse venendo a prelevare la vecchia. Andò a cercarla nuovamente con gli occhi, convinto di trovarsi davanti ancora una volta la finestra spoglia e invece la strega era nuovamente lì, immobile, impassibile e brutta come non mai. Occupava il centro esatto del vetro come un quadro, un ritratto, incorniciato con il pvc.
La mano di Gavino si mosse con una velocità inconsueta per il suo tasso alcolico. Raccolse una grossa pietra da terra e la scagliò con rabbia sul vetro che custodiva quell’immagine. La finestra andò in frantumi a rallentatore, o almeno così parve a Gavino in quel momento. I pezzi di vetro schizzarono in ogni dove come coriandoli argentei. Il cane si rifugiò tra le gambe del suo padrone mentre i coriandoli planavano al suolo con un festoso luccichio. Gavino sospirò soddisfatto, ma subito dopo lanciò un'ulteriore occhiata al luogo del delitto e con grande stupore e un pizzico di terrore ritrovò ancora la mummia ferma al suo posto. Aveva il capo ricoperto di vetro e un sottile rivolo di sangue sullo zigomo sinistro. Eppure non si era scomposta, era immobile come sempre. Gli occhi liquidi circondati da innumerevoli pieghe di pelle antica, conciata da anni di assidua osservazione. Le labbra sottili e rugose serrate sopra una prominente dentatura. Non una parola, non un suono, eccetto quello delle ultime schegge di vetro che raggiungevano il pavimento dietro lo scheletro della finestra.
Gavino e Franco si diressero verso casa con un pesante fardello d’imbarazzo sulle spalle. Si voltarono per avere un'ulteriore conferma di quello che avevano appena visto e notarono che la vecchia li stava seguendo con lo sguardo. I due si misero a correre. Giunti in prossimità del portone di casa ripresero fiato e si guardarono in giro. Stranamente non c’era nessuno, a parte loro due e la vecchia, ovviamente. Apparentemente nessuno aveva assistito alle loro epiche gesta e agli effetti conseguenti. Probabilmente perché era tempo di cena e in periodo di clausura questa avveniva con estrema precisione sempre alla stessa ora, come da tradizione monastica. 
Gavino tirò un sospiro di sollievo. Il cane pure.
L’umano rifletté sul fatto che la pandemia avrebbe lasciato conseguenze pesanti. Non c’erano solo i morti, i funerali silenziosi, la sofferenza e la solitudine. Nessuno poteva ritrovarsi uguale a prima. Niente poteva essere come prima.
Il cane invece rifletteva con il suo stomaco vuoto che era giunta l’ora di riempirlo. Del resto, a parte loro due e il ritratto, tutti in quel momento si stavano ingozzando di cibarie assortite.
Risalirono le scale con passo spedito, chi con la mascherina inumidita dal fiato, chi con la lingua di fuori. Giorgia li accolse con tutta una sequela di rimproveri e turpiloqui, ma l’amore reciproco li fece riappacificare rapidamente davanti a un piatto di spaghetti fumanti e a una ciotola di gustosi pezzetti di pollo. Presto gli effetti dell’eccesso di birra svanirono tra un boccone e l’altro e i due fuggiaschi si fecero perdonare con una condotta esemplare, in un tripudio di effusioni e smancerie di ogni sorta. Nonostante il virus, qualche volta l’amore riusciva ancora ad avere la meglio. Batman non aveva ancora vinto.

Passarono diversi giorni tutti inevitabilmente uguali, noiosi e monotoni. Passarono altri morti a migliaia, altri virologi, altre inchieste, altro tempo perso. La vita era in freezer, ibernata dall’otto marzo, la festa della donna in maschera.
Il vicinato di Gavino era ancora più uguale e monotono rispetto a quanto avveniva su larga scala a livello nazionale. il microcosmo dove si svolgeva la vita della famiglia di Gavino era piccolo e ristretto e popolato da fauna dal basso quoziente intellettivo. L’orchite aveva spesso il sopravvento.
La vecchia era sempre al suo posto, impassibile e immobile come sempre. Teneva la posizione. Nessuno aveva sostituito il vetro della sua finestra. Qualcuno però - probabilmente qualche netturbino - aveva ripulito la strada sotto il davanzale.
La Fase 2 era alle porte e, mummia senza teca a parte, c’era il timore che l’apertura dei cancelli potesse portare a una nuova ondata di contagi e morte. Il popolo era un bambino al quale gli si stava per offrire un gigantesco barattolo di marmellata ma, al contempo, si pretendeva che questi non ci si abbuffasse sino all’indigestione. 
Da una parte c’era la trepidante attesa per la fine della reclusione, dall’altro c’era l’incognita di come si potesse comportare il bambino ingordo.
Nel vicinato di Gavino, come in tante altre zone, c’era anche il problema che il bambino di cui sopra era ritardato e quindi le sue azioni sarebbero state imprevedibili e potenzialmente pericolose.
Anche tra i passeggiatori compulsivi, gli sportivi improvvisati nel lockdown, i noleggiatori di cani e bambini e gli acquirenti seriali del market da quarantena, c’era una certa apprensione per l'imminente riapertura. Queste specie animali si erano evolute e abituate ad aggirare la legge e i controlli; ne avevano fatto una ragione di vita. La riapertura dei cancelli invece avrebbe potuto destabilizzare il loro già precario equilibrio mentale. Sarebbero potute venire a mancare tutte le nuove insane abitudini appena acquisite. Non ci sarebbero state più autocertificazioni, né tutta una serie di limitazioni da provare ad aggirare. Il gioco stava giungendo alla fine.
Per i sapiens più assennati, la contrario, la paura era rappresentata dal probabile comportamento scellerato degli umani meno evoluti. C’era troppa gente in ritardo nella scala evolutiva. Troppi individui per cui le uniche cose importanti della vita erano la movida, l’aperitivo e l’assembramento a tutti i costi, con o senza migliaia di bare sulle spalle. Dei morti non gliene poteva fregare di meno.
C’erano anche innumerevoli persone che si trovavano senza lavoro e senza denari. Per questi - che non avevano niente a che fare con gli assembranti senza se senza ma - la ripresa imminente era questione di vita o di morte. Per loro forse era già troppo tardi.
Gli infanti imbolsiti invece, apertura o no, avrebbero continuato a non fare un cazzo.

Pur con tutte le incognite della ripartenza sul groppone, anche Gavino attendeva con impazienza l’apertura delle celle. Anche lui che non aveva mai smesso di lavorare e anzi, aveva rischiato di morire da martire nella guerra al virus, affrontata senza armi adeguate. Per quanto avesse ben poca fiducia nella gran parte dei propri concittadini non avrebbe potuto sopportare ancora a lungo la prigionia. D’altronde il mondo non era rinchiuso nei 200 metri intorno alla propria abitazione. C’era vita anche al di fuori all’isolato, anche se non era dato sapere se si trattasse di forme di vita aliena o no. Gavino, come tanti altri del resto, ormai aveva dimenticato il resto del mondo al di fuori dei metri concessi dal governo. Il posto di lavoro era invece un mondo a sé stante, un’enclave in pieno deserto, dalla quale non si otteneva alcuna occasione di svago o spensieratezza. Da quelle parti c’era solo sofferenza, morte e pericoli di ogni genere, con il nulla intorno.

Quel pomeriggio ritornò da lavoro stanco e demotivato. Fuori era caldo ma pioveva con un certo impeto. L’acqua aveva fatto sparire i soliti noti, eccetto la vecchia che era sempre lì, dietro la finestra che non c’era più. Erano passate tante autocertificazioni da quando Gavino aveva distrutto la teca che racchiudeva la vecchia mummia. Non si era mai pentito di quel gesto perché non aveva mai sopportato quella salma in esposizione permanente. Eppure nel vicinato c’erano parecchie altre vecchiette e si affacciavano anche loro ai rispettivi balconi e finestre, sopratutto in periodo di lockdown ma, per quanto anche loro non fossero particolarmente simpatiche, non incutevano timore come la mummia. E poi le altre venivano esibite in esposizioni temporanee, allestite in occasione del festival di San Patrignano o per estemporanee recite di preghiere invocanti la protezione dei santi più gettonati. In quel periodo non potevano recarsi a messa, ovviamente, perciò dilettavano tutti gli abitanti della zona con le loro stridule nenie. Erano morti alcuni preti della zona e quindi c’era tutto un susseguirsi di dediche alla loro memoria e canti gregoriani da balera.
Intanto pioveva e nessuno si azzardava a uscire, mentre la mummia era esposta alla mercé degli elementi, senza più il vetro a fungere da barriera.
Gavino la osservava da dietro le fessure della persiana socchiusa, certo di non essere visto. La vecchia era praticamente fradicia. Dalla chioma un tempo vaporosa e dritta come se fosse animata, calavano delle cascate che si portavano appresso lo stucco usato per le continue riparazioni, alcune foglie delle piante del vicinato e qualche pezzo di carta. Se non altro le intemperie avevano provveduto a un lavaggio accurato della statua.
Mentre Gavino era intento a mescolare il suo caffè, al sicuro dietro la sua trincea, la tv annunciava le indicazioni e le regole da seguire per l'imminente Fase 2. Questa comunicazione diede maggior vigore al cucchiaino di Gavino e quindi fece provocare un inatteso straripamento del liquido bollente. Lui posò la tazzina, recuperò uno straccio e si chinò per ripulire il pavimento. In quel momento infilò lo sguardo tra le fessure della trincea e vide un'ombra animarsi dentro lo scheletro della finestra della mummia. Ebbe come la sensazione di un movimento rapido quanto inatteso, velato dagli scrosci di pioggia. Asciugò il piccolo laghetto marrone ai suoi piedi, lanciò lo straccio nel lavandino e riprese possesso del suo punto di osservazione. In quel momento vide chiaramente ed inequivocabilmente la mummia che scavalcava il davanzale e atterrava sull’asfalto in una nube di acqua. La tazzina di Gavino raggiunse il pavimento come per ricongiungersi con il liquido versato che non c’era più. Si frantumò in mille pezzi. Mentre la vecchia aveva ammortizzato il colpo flettendo le ginocchia come un atleta. Si mise dritta con una rapidità sorprendente e una forza improbabile. Non vacillò neanche per un istante. Era in piedi sotto la pioggia come se niente fosse. 
- Oh cazzo!
Gavino trasalì e indietreggiò un attimo dalla sua postazione. Il cane ignorò il problema. Giorgia anche, ma lei non era in casa perché aveva ripreso finalmente a lavorare.
Gavino attraversò nuovamente il tappeto di cocci di ceramica scricchiolante e riprese la posizione, non senza timore. 
La vecchia era ancora lì. In piedi in mezzo all’acqua come se quella fosse la cosa più normale del mondo. Gli occhi solitamente spenti erano sinistramente luminosi e ben visibili nonostante le intemperie. Gavino rifletté sul fatto di non avere mai visto i suoi occhi anche se conosceva bene il suo sguardo. In quel momento invece luccicavano rossi e intensi come quelli di una belva. Anzi, gli parve che lo stesse fissando e lo stava facendo in un modo che non gli piacque per niente. Si abbassò, stendendosi sui cocci, incurante del fatto che questi fossero taglienti e duri. La osservò dall’ultimo spiraglio disponibile della persiana, convinto che fosse sufficiente per non essere visto. Invece quegli occhi fiammanti puntavano verso il suo balcone, verso di lui. Rimpianse di non avere un’arma in casa. Ci sarebbe voluto un fucile, ma lui non ne aveva e non ne aveva mai usato uno: sapeva solo sparare cazzate.
La vecchia era ancora ferma e questa era cosa buona e giusta. Se solo si fosse mossa di qualche centimetro Gavino si sarebbe cagato addosso. E invece, subito dopo, si mosse. Gavino non si cagò ma lo stomaco gli schizzò in gola, o forse era il cuore. Non era chiaro.
La vecchia avanzava sotto la pioggia, lentamente ma inesorabilmente. Gli occhi brillavano sempre di più, parevano ancora più grandi e minacciosi. Tuttavia la cosa più inquietante era come si muoveva, avanzava in modo innaturale, come se fosse un’animale sconosciuto, un predatore, e non una vecchia umana rattrappita e artrosica. Muoveva le anche come se fosse un quadrupede in posizione eretta, con ampie falcate, lente ma decise.
Poi allargò le braccia. Solo in quell’istante Gavino si cagò davvero. 
Sotto le braccia rinsecchite la vecchia aveva delle membrane che univano gli arti superiori al torace. Aveva le ali.
Gavino chiuse velocemente le stecche della persiana con l’apposita leva. Tuttavia fece in tempo a vedere la vecchia che, spalancando le fauci, mostrava, anziché un’innocua dentiera, due lunghi canini bianchissimi e affilati. Spiccò il volo mentre nella trincea di Gavino calava l’oscurità.
Dopo pochi istanti, due o tre battiti del cuore di Gavino in tumulto, la persiana si frantumò, il vetro si frantumò, e la vecchia alata piombò dentro la stanza.
Un attimo dopo Gavino giaceva inerme sopra i cocci della tazzina. Il sangue sgorgava a fiotti da una ferita del collo. Il cane Franco era impietrito sul divano. La Fase 2 era quasi arrivata, ma il virus si era preso un’altra vita. L’ultima.




Leonardo Da Vinci - "Dama con il pangolino" olio su tavola, 54 x 40 cm, Wuhan, Cina, 2019



mercoledì 6 maggio 2020

La Cura

La chiamata arrivò proprio mentre Olaf stava mandando giù l'ultimo boccone del suo pranzo. Lo spinse ancora più in fondo con una lunga sorsata di vino. Raccolse velocemente le sue cose: telefono, chiavi, portafoglio e la sua preziosa scatoletta. Ruttò sull’uscio di casa e tirò la porta dietro di sé, senza guardare. 
L’auto sfrecciò senza incontrare ostacoli sulla striscia di asfalto lucido per l’umidità. Era l’ora di pranzo e quindi non c’era troppa gente in giro, solo qualche pedone solitario e un paio di automobili distanti.
Si fermò a un semaforo. Approfittò dell’occasione per abbassare un finestrino e sputare un pezzetto di pesce che gli era rimasto tra i denti. Ripartì sgommando con tanti pensieri che gli frollavano dentro la testa.
Quando giunse al viale alberato che conduceva alla villa, sospirò e spense i suoi pensieri, dopodiché spense anche il motore. Il dottor Richardson, gran maestro di Alkeran, custode delle tradizioni e della medicina antica dei Rituximab, lo attendeva per dargli un nuovo incarico quindi Olaf poteva smettere di pensare, in attesa di istruzioni.
Per il gran maestro le erbe non avevano segreti, le sue miscele erano richieste in tutta la nazione. Aveva una cura per ogni male.
Molte persone si indebitavano pur di avere uno dei suoi preparati, erano disposte a spendere sino all'ultimo centesimo pur di assicurarsi le sue attenzioni. Eppure in tutta la nazione esisteva un servizio sanitario efficiente e soprattutto gratuito, ma ad Alkeran erano ancora legati alla medicina tradizionale.
Olaf non aveva bisogno di cure, non si trovava lì per questo. Lui faceva parte della terapia. Era giovane e forte. Veniva chiamato quando c’era bisogno di farmaci particolari. Lui si occupava di procurare un determinato principio attivo che non si trovava nei giardini di Alkeran e tantomeno nei boschi circostanti. Si trattava di un elemento fondamentale per la medicina tradizionale delle genti Rituximab.
Olaf si occupava di cazzi. Di cazzi orientali per la precisione.
Il pene cinese era il più richiesto per le preparazioni della medicina tradizionale, era il più pregiato. Tuttavia c’erano anche prodotti più economici. Per i clienti meno abbienti veniva utilizzato quello di varie etnie del sud est asiatico, in particolare quelli provenienti dal Vietnam ma anche, nella versione da discount, quelli estratti da maschi della Cambogia, del Laos, dell’Indonesia o della Thailandia.
Il pene doveva essere reciso di netto con un solo colpo in una notte di luna piena. Dopodiché veniva riposto all’interno di uno speciale involucro, termico e impermeabile, che ne conservava le proprietà organolettiche, proteggendolo dalla luce e dagli sbalzi di temperatura.
Olaf era un esperto in fatto di tagli e cura del trasporto del pregiato medicamento. Garantiva sempre prodotti di prima qualità in perfetto stato di conservazione. Richardson a sua volta era l’unico ad avere le conoscenze adeguate sulla materia, tramandate da tempo immemore da un suo antenato. il trattamento per ottenere la pozione medicamentosa consisteva nell’aprire l’involucro in un ambiente protetto, senza inquinare il prezioso contenuto. Perciò il gran maestro si serviva di guanti sterili e mascherina. Una volta estratto il pezzo ne valutava la temperatura e l’eventuale presenza di alterazioni. Dopodiché procedeva a svuotarlo dal sangue residuo utilizzando pinze chirurgiche e uno specillo per entrare in fondo e pulirne bene le cavità. Una volta scolato e asciugato con cura lo faceva essiccare al sole per almeno 72 ore, sotto una zanzariera per proteggerlo dagli insetti. Ogni notte veniva messo al riparo dall’umidità all’interno di una speciale stufa che ne accelerava il procedimento di asciugatura e, al contempo, evitava che lo stesso si deteriorasse. Dopo le 72 ore previste dal rito il pezzo veniva trattato con uno speciale unguento prima, e poi cosparso con una miscela di natron, spezie e alcune gocce speciali che lo preparavano all’ultima fase. Dopo ulteriori 24 ore di trattamento il pene veniva ripulito dai sali e dagli aromi ed era pronto per essere polverizzato. Per quest'ultima parte del procedimento veniva usato un antico mortaio di abete rosso con un pestello costituito da un femore di uomo di Neandertal. Le mani sapienti di Richardson erano in grado di ottenere una polvere finissima brunastra, inodore e insapore.
A quel punto il prodotto era pronto per essere somministrato ai pazienti. Un vecchio cucchiaino d’argento fungeva da dosatore, come tramandato dai sapienti consigli dei predecessori del maestro. Il contenuto del cucchiaino veniva disciolto in 125 ml di latte materno fermentato ad alta gradazione alcolica, che però non doveva superare i 70°.
Un solo bicchiere della miscela medicamentosa era in grado di debellare qualsiasi virus, batterio o fungo, era inoltre efficacissimo come antiparassitario e anche come anticoncezionale per le donne. Qualcuno asseriva che fosse un toccasana anche per l’insonnia e l’impotenza, ma il dottor Richardson non ha mai confermato queste tesi.

Olaf si occupava della caccia in tutte le sue fasi: selezione del soggetto, narcotizzazione dello stesso ed evirazione rapida e pulita nel più assoluto silenzio.
I soggetti venivano cacciati in loco, quando disponibili, altrimenti il cacciatore si doveva spostare per trovare una preda adatta. Procedeva in auto quando ne veniva segnalato uno all’interno dei confini dello stato. Se invece doveva varcare il confine della repubblica di Rituximab preferiva prendere i mezzi pubblici. In treno non c’erano grossi problemi per il trasporto dell’attrezzatura. In aereo invece doveva necessariamente caricare il suo materiale (narcotici, siringhe e coltello, nonché i peni procacciati nel viaggio di ritorno) nella stiva per evitare di perdere tempo ai controlli di sicurezza, dato che non i tutti i paesi era consentito viaggiare con dei cazzi nella borsa. In alcune occasioni, secondo i paesi dove doveva cacciare, si faceva spedire gli attrezzi all’indirizzo dell’hotel prescelto e, una volta terminato il lavoro, rispediva il tutto a Richardson, peni compresi. In questo modo poteva viaggiare sicuro e leggero.
Il problema più grosso era rappresentato dal fucile di precisione silenziato, tra i suoi attrezzi quello indubbiamente più difficile da trasportare nei mezzi pubblici. In alcune nazioni poteva contare su una rete di fornitori molto efficiente e discreta. In qualche circostanza, invece, era costretto a rivolgersi anche per il fucile ai servizi di spedizione internazionale oppure al mercato nero. Solo in certi paesi poteva trasportarlo nel bagaglio di stiva in tutta sicurezza.
Quindi alcune volte era costretto a fare a meno dell’arma, sia perché non era sempre in grado di portarselo appresso sia perché in determinate circostanze era impossibile usarlo. Infatti in alcune occasioni doveva interagire con le sue vittime in spazi stretti e a distanza ravvicinata. In quei casi utilizzava la siringa con il narcotico. Un colpo secco sul collo e il market era aperto.
In qualche occasione, se ne aveva il tempo, usava il suo speciale attrezzo per cauterizzare la ferita. In qualche altra circostanza aveva anche usato il ghiaccio, ma quest’ultima soluzione era difficile da mettere in pratica, soprattutto nei paesi caldi. Il più delle volte non aveva né la possibilità né il tempo per risolvere i problemi emorragici delle sue prede. Doveva occuparsi del raccolto in fin dei conti, non della salute dei donatori. Non era un suo problema.

Varcò con passo sicuro il cancello della villa. Si sentiva pronto. Attraversò il lungo viale delimitato da una lunga serie di vecchi lampioni in ferro battuto e antichi alberi maestosi. L’unico suono che lo accompagnava nel tragitto era il rumore delle sue scarpe sulla ghiaia del viale. Il suo battito era tranquillo. Il respiro lento e regolare.
Salì sulla scalinata in pietra, avvolta nell’edera e da qualche macchia di muschio. Una volta giunto all’ultimo gradino non fece in tempo a bussare che la pesante porta di legno massiccio si schiuse davanti a lui, cigolando sui vecchi cardini.
Lo accolse una giovane cameriera elegantemente vestita con una divisa bianca e nera. Lei accennò un leggero inchino accompagnandolo con un piacevole sorriso. Lui rispose con un cenno del capo e varcò la soglia.
Olaf era una celebrità in città.
La ragazza gli fece strada sculettando lungo un corridoio scuro, tra mobili antichi intarsiati da abili ebanisti, oggetti strani e indefinibili, statue di divinità e quadri bizzarri.
I passi erano attutiti dal un lungo tappeto variopinto che si fermava proprio in corrispondenza dell’ingresso alla grande sala. 
La ragazza aprì la porta e si congedò con un sorriso. Olaf la seguì per un attimo con lo sguardo poi, subito dopo, rivolse la sua attenzione all’interno della stanza.
Intorno al grande camino acceso sedevano il gran maestro Richardson, il sindaco Thomas, l’assistente farmacista, nonché figlia primogenita del padrone di casa, Ophelia Richardson con le sue lunghe gambe in bella mostra, e Don Eusebio il parroco della città.
Mancavano gli altri cacciatori il ché lasciava supporre che si trattasse di un lavoro particolare. Solo Olaf poteva garantire la massima segretezza e il meglio nel suo campo.
La luce rossastra riflessa dal fuoco donava un’atmosfera cupa e al contempo rassicurante alla sala decorata da preziosi stucchi, statue di marmo e legni pregiati. L’immensa libreria riusciva sempre a catturare lo sguardo come anche l’altrettanto appariscente collezione di alambicchi, vasi e anfore decorati da fregi antichi contenenti tutti i segreti del sapere degli speziali di tutti i tempi. Dagli albori della scienza della farmacopea e della medicina tradizionale di tutti i popoli sino ai più moderni preparati. Una collezione di grande valore storico che però non faceva parte dei ferri del mestiere del gran maestro. Era solo un’esposizione atta a stupire i suoi ospiti. Il laboratorio del dottor Richardson era privato e assolutamente inaccessibile per gli estranei ma anche per i suoi collaboratori. Al suo interno il maestro operava in assoluta solitudine. Lui e i suoi segreti. Nessun altro.
Neanche ad Olaf era concesso entrare nello studio. Le consegne avvenivano nella grande sala, dove era presente una teca apposita dove riporre il prezioso carico. Accanto vi era una grande registro dove il cacciatore doveva firmare una volta messa al sicuro la mercanzia.

Il dottore porse una busta ad Olaf senza profferire parola. La figlia invece gli porse un malizioso sorriso accompagnato da un audace movimento delle gambe che comportò un inaspettato lancio di una scarpa.
Olaf si chinò. La raccolse, prendendola con cura per il sottile tacco nero. Si inginocchiò davanti alla ragazza e riposizionò la calzatura nel piede, non senza destare un certo imbarazzo nella sala. Lei sorrise e ringraziò. Il prete volse lo sguardo al cielo. Il sindaco buttò giù un sorso di vino. 
Il gran maestro, invece, gli indicò la porta. Senza manifestare alcuna emozione.
Il cacciatore salutò con un cenno il padrone di casa e i suoi ospiti. Si mise nella tasca interna della giacca la busta e lasciò la stanza.
Davanti a sé ricomparve dal nulla la cameriera. Lo accompagnò all’uscita con passo svelto. Olaf la seguì con la stessa andatura e una volta giunto in prossimità della porta le diede un buffetto su una natica e uscì. La cameriera rimase un attimo sulla soglia in attesa che il cacciatore si voltasse. Lui lo fece quasi subito e lei potè rientrare con un gran bel sorriso stampato sul grazioso viso. 
Una volta in macchina Olaf aprì la busta. All’interno c’era il solito assegno e le istruzioni. Lui lesse voracemente e rimise il tutto in tasca.

Aveva poco tempo, ma la vittima non era molto distante; poteva raggiungerla in auto. Gli orientali presenti nella zona erano in via di estinzione. Quando ne trovava uno però era un gran piacere. Forse si stava impigrendo oppure, anche se non lo voleva ammettere, non vedeva l’ora di ritornare a far visita al maestro per rivedere la cameriera e la figlia. Da tempo sognava di scoparsele tutte e due. Magari nello stesso tempo. Sul divano della grande sala o sul tappeto del corridoio.
Un attimo dopo scacciò via quei pensieri, resettò il sistema e si mise in moto. Aveva tutto con sé, le fiale, il fucile, i guanti, il coltello. Caricò l’indirizzo nel navigatore e seguì la strada con calma e serenità.
Solitamente preferiva stanare le sue prede in campo aperto, in terra straniera, in un villaggio orientale o in un wet market, ma stavolta no. Un lavoro semplice e pulito era la cosa migliore. Probabilmente quello che stava per cacciare era l’ultimo cinese della zona. Non poteva lasciarselo scappare.
Accese lo stereo e la musica lo accompagnò senza pensieri sino all’ingresso della cittadina. Melfalan, la sua nuova riserva di caccia.
Il navigatore lo portò sotto casa della vittima. Ora non gli restava altro da fare che attendere con pazienza. Si mise i guanti, estrasse il fucile dalla custodia, avvitò il silenziatore e regolò il mirino di precisione per la distanza. Poteva anche avere bisogno di sparare lì dove si trovava, se le circostanze lo avessero permesso. Preparò le fiale all’interno degli appositi proiettili speciali. Pensò che due fossero più che sufficienti. Del resto in vita sua non aveva mai sbagliato un colpo. Posò l’arma carica sul sedile del passeggero e attese.
La posizione era ideale. Una zona tranquilla, abbastanza isolata e poco frequentata. C’erano tre costruzioni intorno. Una sembrava disabitata, l’altra non si capiva, ma era nascosta alla vista da un albero dalla chioma rigogliosa, e come non vedeva lui neanche gli occupanti della casa, ammesso che esistessero, potevano vederlo. Del resto, poi, lui era un maestro nell’arte del mimetismo. Aveva scelto quel modello di automobile proprio per la necessità di passare inosservato: un’auto anonima di colore anonimo, come tante e nessuna.
Dalla casa della preda non si avvertiva nessun movimento. Una villetta su due piani. Un unico citofono. Un cancello socchiuso. Un portone chiuso. Due finestre chiuse al piano di sotto. Una finestra aperta al piano di sopra, con una tenda bianca che svolazzava sospinta dalla brezza. Nessun’ombra. Nessun rumore.
Si accese una sigaretta, mentre il suo corpo seguiva la forma dell’ombra dell’albero che aveva di fronte. Erano invisibili, lui, l’auto e anche il fumo della sua sigaretta. Un tutt’uno con l’ambiente circostante, seppur nuovo e sconosciuto. L’arte del mimetismo è qualcosa che fa parte del corredo cromosomico, non ci si può improvvisare.
L’attesa per lui non era un problema. Molte persone abbandonavano presto un lavoro come il suo perché non erano in grado di gestire le lunghe ed estenuanti attese. Lui no. Per lui il tempo era un’opinione e il lavoro una fede.
Intanto l’orologio camminava e il sole cominciava ad assopirsi sulle nuvole basse. Le sigarette si moltiplicarono e ancora non si era visto nessuno. Nessun rumore, nessun movimento.
La sua auto ormai faceva parte del paesaggio come se fosse stata sempre là. Probabilmente anche chi abitava in quelle case, ammesso che ci fosse qualcuno, non ci avrebbe mai fatto caso.
Le ombre si stavano allungando sul marciapiede. Le mura della casa si tinsero di una tonalità di rosa sempre più intensa. Poi, finalmente, giunse una macchina; una piccola utilitaria grigia. Si fermò proprio accanto al cancello dell’abitazione della preda. Lo sportello si aprì. Olaf abbassò il finestrino del lato del passeggero e preparò l’arma. Scese una giovane donna bionda avvolta da un vestito attillato.
Olaf scosse la testa. Non era il momento di distrazioni. Non era quello che attendevano le sue pallottole cariche di sonno senza sogni. Ripose il fucile e seguì con lo sguardo le forme della ragazza sino a quando scomparvero dietro l’angolo. Evidentemente non abitava lì, era solo di passaggio. Però quell’auto parcheggiata nel bel mezzo della sua traiettoria non era l’ideale: avrebbe potuto compromettere l’operazione. Se poi la donna fosse rientrata verso l’auto nel momento del tiro a segno sarebbe stato addirittura un disastro irrimediabile. Olaf sperò e pregò che la ragazza rientrasse prima del cinese. E così avvenne. Le curve della bionda si infilarono in macchina con un paio di buste al seguito.
Il cacciatore tirò un sospiro di sollievo e la seguì sino a quando scomparve dal suo campo visivo. Accese un’ultima sigaretta; era sicuro che fosse quella buona. Alla terza boccata arrivò un’altra automobile. Si parcheggiò nello stesso punto dove c’era prima l’auto bionda. Lo sportello si aprì. Olaf di risposta aprì nuovamente il finestrino. Preparò il fucile nel silenzio assoluto. Non avvertiva neanche il proprio respiro. Dallo sportello spuntò fuori una gamba rivestita da un pantalone maschile e conclusa con una scarpa anch’essa maschile, vecchia e usurata. Il resto del corpo tardò ad arrivare. Ma il cecchino non si scompose. Il respiro leggero e impercettibile non faceva spostare di un solo decimo di millimetro l’arma. Le mani ferme senza un tremito. Apparve una borsa. E subito dopo la testa del cinese.
Il dito indice della mano destra di Olaf esercitò una leggera pressione sul grilletto e la fiala di anestetico partì verso l’obiettivo nel silenzio assoluto. Dopo un battito di ciglia il cinese era in terra, esanime. 
Gli occhi di Olaf rotearono intorno alla scena. Non c’era nessuno. Nessuno si era accorto di niente. Le finestre delle altre case non davano segni di vita, la strada non dava segni di vita e neanche il cinese.
Posò il fucile e prese il coltello. Aprì lo sportello lentamente e scese dall’auto. Con passo veloce e silenzioso raggiunse il corpo accasciato sul marciapiede. Aprì con un calcio il cancelletto dell’abitazione e trascinò il corpo all’interno del cortile, lontano da sguardi indiscreti. Lo girò a pancia in su e attese che sopraggiungesse il crepuscolo. La luna stava sorgendo. Si fermò ad ammirarla, era piena e luminosa come richiedeva la tradizione. Si accese un’altra sigaretta e attese pazientemente il buio. Il silenzio intorno a sé, l’assegno in tasca e il bottino a pochi centimetri dal suo coltello.
Spense la sigaretta schiacciandola con la punta della scarpa; l'avrebbe recuperata prima di andare via insieme alla siringa. Un’occhiata all’orologio, un’altra alla luna ed era pronto. Tirò via la cinta al cinese e gli abbassò i pantaloni. Si guardò intorno prima di procedere al taglio. Non c’era nessuno. Estrasse l’involucro destinato ad accogliere il prezioso pezzo di carne e lo posò accanto al corpo. Tutto era perfetto per l’intervento. Un ultimo sospiro e tirò giù le mutande dell’uomo con uno strattone deciso e fulmineo. La lama luccicava sotto i raggi della luna, o forse era il lampione sulla strada. L’altra mano era pronta ad afferrare per la testa la preziosa appendice da recidere.
Ma non trovò quello ci sarebbe dovuto essere, davanti a suoi occhi c’era solo una lunga e orribile cicatrice. Il segno del suo coltello era inequivocabile, Olaf lì c’era già passato.

- Cazz…


***

Il corno del rinoceronte è composto da cheratina, come i nostri capelli e le nostre unghie. Eppure questa specie è ancora oggi a rischio d'estinzione a causa dei bracconieri foraggiati dal ripugnante mercato della "medicina tradizionale" asiatica, principalmente in Cina e Vietnam. Solo in Sudafrica nel 2018 sono stati uccisi 769 esemplari e 594 nel 2019. Ormai restano solo circa 10.000 rinoceronti in Africa e poco più di 2.000 in Asia tra rinoceronti indiani, quelli di Sumatra e i pochissimi esemplari di Giava. Anche il rinoceronte nero africano è praticamente estinto.
Il prezzo della pozione miracolosa è lievitato sino a raggiungere i 100.000 dollari al chilo, da quando un idiota di ministro vietnamita ha affermato di essere guarito dal cancro usando la polvere di corno di rinoceronte. Da quel momento c'è stata una grande crescita del numero di animali uccisi per ottenere la preziosa cura a base di "unghie e capelli" tritati, un gran bel rimedio per tutti i mali dall'impotenza al cancro. In oriente c'è chi ingerisce questa polvere di unghie come afrodisiaco. Noi, fortunatamente, ci limitiamo a mangiarci le nostre di unghie... 


La Cura.

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