Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

sabato 14 gennaio 2017

La Mosca



Nell’ultimo piano dell’edificio una luce bianca spezzava l’uniformità del velo grigio di foschia che avvolgeva il quartiere. Un’ombra scura si muoveva nervosamente dentro la stanza, spostandosi da una scrivania all’altra con altre ombre in mano. I piani più sotto invece erano bui, bisognava volgere lo sguardo in basso, sino al piano terra, per vedere altre luci e altre ombre in movimento. La centrale di polizia era in fermento, nonostante il giorno festivo e l’ora tarda. Ma era soprattutto nella stanza della finestra illuminata all’ultimo piano che la temperatura era particolarmente alta e le patate bollenti venivano giù come se piovesse.

L’orologio a muro scandiva i secondi con troppa foga, disturbando tutta la serie di pensieri complessi e le connessioni di ordine logico che si stavano formando nella mente dell’ispettore.
A causa di questo, e altro, lui non era in grado di tenere la giusta concentrazione per il tempo necessario, ma l’orologio si, quello ci riusciva sin troppo bene.
Dopo un attento esame della situazione, l’ispettore Palmer prese saldamente con due mani l’oggetto fonte di disturbo, l’osservò per un attimo e quindi lo scaraventò fuori dalla finestra aperta, senza neanche controllare se ci fosse o no qualcuno sotto, sulla strada.
Dopo il tonfo, e il rumore del vetro in frantumi, Palmer tirò un sospiro di sollievo. Il caso era delicato e richiedeva la massima concentrazione. C’era qualcosa che non tornava come avrebbe dovuto, un piccolo particolare sfuggente che si trovava lì, a un passo da essere acciuffato, eppure lui non era ancora in grado di prenderlo. Ma era lì e si trattava solo di una questione di tempo. Prima o poi lo avrebbe fatto suo.
L’assassino agiva sempre allo stesso modo. Di notte e lontano da sguardi indiscreti, traffico e movimento. Preferiva posti isolati come parcheggi, cortili o vicoli bui. Le sue vittime, invece, pareva che le scegliesse a caso. Apparentemente non avevano alcun legame tra loro né avevano caratteristiche in comune. Si trattava di tipologie di esseri umani assolutamente differenti tra loro, tanto da far pensare a una scelta delle prede puramente casuale. Fino a quel momento erano attribuibili alla sua mano sette cadaveri: un uomo anziano, un adolescente, una prostituta, un prete, un guardiano notturno, un noto banchiere e un’infermiera. 
Era un killer esperto, un professionista. Non lasciava tracce di alcun tipo né il tempo di gridare alle sue vittime. Nessun rumore. Nessuna impronta. Nessun testimone. Nessun indizio. Eccezion fatta per la sua firma: una mosca inserita nel cavo orale di ogni vittima. Il killer aveva cura di rimuovere le ali all’insetto per evitare che volasse via, ma non lo uccideva in nessun caso. Tutte e sette le mosche erano state trovate ancora in vita dentro le fauci serrate dei sette cadaveri. Si sarebbe potuto affermare che era uno che non faceva male a una mosca, se solo non fosse stato un assassino, per giunta seriale.
Il metodo utilizzato dalla Mosca per privare della vita le sue prede era sempre diverso: un coltello da caccia, una pistola di piccolo calibro, presumibilmente munita di silenziatore, un cacciavite, un martello o una mazza da baseball e nell’ultimo caso, quello dell’infermiera del turno di notte, una corda.
Dopo il ritrovamento del primo cadavere, una giovane prostituta dell’est Europa, la mosca non aveva smesso di ronzare nelle bocche dei cadaveri, uno ogni settimana, e soprattutto non aveva smesso di svolazzare nelle redazioni dei quotidiani locali. La stazione di polizia era quotidianamente presa d’assalto da giornalisti e curiosi e inoltre l’opinione pubblica si andava scaldando in assenza di risultati concreti.
All’ispettore Palmer spettava la caccia alla Mosca e anche altre grane, forse anche peggiori, quali le telefonate dei superiori impazienti e dei governanti irrequieti a causa del malcontento del popolo e della stampa sempre più pungente. La pressione era insostenibile e la soluzione era ancora lontana. O forse no, perché c’era sempre quel particolare così vicino, eppure sfuggente e indefinito. Ma prima o poi sarebbe stato svelato. Palmer ne era certo. Il problema era solo la possibilità di avere un poi a disposizione, prima di essere sollevato dal caso.

Quella notte immersa nella foschia aveva tutti e sette i cadaveri sulle spalle e questo già era un peso insostenibile. Non sarebbe stato in grado di accollarsi anche un ottavo morto. Era fuori discussione. Perciò doveva far correre i propri neuroni, contro il tempo e contro la vivida inventiva della mente malata e imprevedibile dell’assassino. Palmer avrebbe voluto cercare di sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, doveva e voleva capire a tutti i costi come si incastravano i tasselli del suo pensiero, qual era la combinazione per entrare nel suo mondo. Tuttavia non era affatto facile per lui immedesimarsi nelle gesta di un essere del genere, così distante dai criminali comuni con cui aveva a che fare tutti i giorni. Nella piccola cittadina di provincia nessuno degli investigatori, neanche i migliori, erano abituati a casi troppo intricati o a crimini di tale efferatezza. Di solito i rari casi di morte violenta avevano uno sfondo passionale o al massimo si era registrato qualche tentativo di rapina finito male o qualche omicidio per motivi economici, eredità disattesa o vendetta per motivi personali. Mai nessun serial killer aveva lasciato una scia di sangue nelle quiete notti di Argosville. 
L’ispettore non aveva elementi sufficienti per ricostruire in vitro, nel suo ufficio, la personalità della Mosca e, quindi, per riuscire a prevedere la sua prossima mossa. I sette giorni dalla morte dell’infermiera stavano per scadere. Restavano solo poco più di 24 ore prima che l’ottava mosca entrasse nella bocca di una nuova vittima. E questo, Palmer lo sapeva perfettamente. Era inevitabile. Eppure c’era sempre quel piccolo particolare sfuggente che poteva cambiare le sorti della vicenda e anche la sua carriera all’ultimo piano della centrale. 

Si accese una sigaretta. Poggiò i gomiti sul davanzale della finestra e scrutò la città immersa nella nebbia. I lampioni pallidi emettevano una luce fioca e sinistra, imprigionata da un manto di umidità. Il traffico andava scemando e i semafori erano fermi, con il giallo lampeggiante che si rifletteva a intermittenza sull’asfalto bagnato. I cocci dell’orologio a muro erano ancora lì, sparsi sul marciapiede. I netturbini dormivano ancora.
Ma la Mosca no, lui era sicuramente sveglio e pensava, studiava e pianificava la sua prossima mossa, chissà dove, in un luogo qualsiasi, in una casa qualsiasi. Forse proprio in quella che stava di fronte all’ispettore, nell’altro lato della strada, a pochi passi dalla centrale di polizia. Anche lì c’era una luce accesa, al terzo piano.
Aspirò un’ultima boccata e lanciò il mozzicone per strada. Questo atterrò con una scia di scintille non troppo distante dai resti dell’orologio. L’ispettore si scostò dalla finestra. Aveva intenzione di andare a rileggere il fascicolo del caso che si trovava sparpagliato sulla sua scrivania, ma aveva catturato qualcosa, un particolare, con la coda dell’occhio prima di voltarsi. Ritornò sui suoi passi e si affacciò nuovamente alla finestra. La luce al terzo piano della casa di fronte ora era spenta. Vide un’ombra scendere frettolosamente dalla piccola rampa di scale che dalla casa conduceva alla strada. C’era un albero e uno strato fitto di nebbia che disturbavano la visuale. Subito dopo vide accendersi di rosso il marciapiede e udì distintamente il rombo di una vettura che lasciava il parcheggio.

- Cazzo, e se fosse lui davvero?
Lasciò cadere quel pensiero nelle tenebre e ritornò al fascicolo. Aveva tutto quello che gli serviva davanti a sé: foto, rapporti della scientifica, referti delle autopsie, documenti e storia personale delle vittime, rapporti dettagliati degli interrogatori a parenti e vicini di casa, nonché di chi si trovava nei luoghi dei delitti o aveva rinvenuto uno dei cadaveri, e anche i risultati delle consulenze affidate a un noto entomologo di fama mondiale. 
In tutti e sette i casi si trattava di esemplari della stessa specie di dittero, la Musca domestica, ovvero la mosca comune che vive in simbiosi con l’essere umano e condivide con noi gli stessi gusti alimentari, feci a parte. Quindi non un insetto raro o un qualcosa che poteva richiamare un certo simbolismo macabro, come poteva essere nel caso della Sarcophaga carnaria, il moscone grigio della carne, o qualche parassita appartenente alla famiglia delle Calliphoridae. Si trattava di mosche comuni, non di grandi necrofagi o bestie che si dilettano a colonizzare i tessuti viventi con le loro fottutissime larve. Semplici, schifose, mosche comuni con le quale condividiamo la tavola nelle calde giornate estive e non solo.

- Chi sei? Bastardo!
Palmer giocava con la penna, premendone in continuazione il pulsante, mentre le immagini che aveva davanti agli occhi gli mostravano sette persone comuni, né particolarmente belle né brutte, né magre né grasse. Sette persone abbastanza anonime per quanto riguarda la fisionomia. Da un altro punto di vista c’era qualcos’altro però che non quadrava: il banchiere e il prete erano persone molto conosciute in città, tutti e due provenivano da famiglie abbienti e avevano un ruolo di primo piano nella società. Invece per le altre vittime non si poteva affermare altrettanto: la giovane prostituta viveva a migliaia di chilometri di distanza dalla sua famiglia ed era arrivata da poco in città; l’adolescente veniva da una famiglia di operai che risiedevano in periferia; il vecchio viveva da solo, era in pensione da tempo e prima di ciò aveva gestito un’edicola in un’altra città per oltre trent’anni; il guardiano notturno di mezz’età, aveva moglie e tre figli e una vita normale e tranquilla alle spalle. Infine c’era l’infermiera, anche lei giovane, troppo giovane per morire. Abitava in centro città con la madre e due sorelle.
Nessun collegamento rilevante tra loro. Certamente qualcuna delle vittime avrebbe potuto avere a che fare con il prete, anche se, infermiera a parte, vivevano tutti in zone coperte da altre parrocchie, ammesso che fossero religiose e praticanti. Qualcun altro poteva aver avuto dei contatti con il banchiere. Ma nient’altro. Per il resto avevano frequentato scuole diverse, svolgevano in vita lavori diversi e, inoltre, facevano parte di generazioni diverse, a parte il prete, il banchiere e il guardiano notturno che avevano pressapoco la stessa età, lustro in più, lustro in meno.

Si accese un’altra sigaretta. Riprese le fotografie in mano. Le posizionò una accanto all’altra. Poi prese in mano il foglio contenente l’elenco dei reperti ritrovati nei luoghi dei delitti. Osservò le immagini con tutta l’attenzione del quale era capace, passando al dettaglio di ogni piccolo particolare con l’ausilio di una lente d’ingrandimento. Poi rilesse l’elenco degli oggetti ritrovati addosso ai cadaveri, o nelle immediate vicinanze, sino a mandarlo giù a memoria.
Scontrini, rossetti, chiavi, un pettine, sigarette, accendini, un libro, un lettore mp3 e ancora altri scontrini.
Si fermò un attimo. Una striscia di cenere cadde sul foglio sgualcito e, subito dopo, una scintilla scoccò tra le sue sinapsi sino a quel momento preda di un imbarazzante immobilismo. Prese il telefono in mano. La cornetta quasi gli scivolò tra le dita sudate. Un altro cilindro di cenere si adagiò sul foglio.

- Jonathan, fammi avere subito gli scontrini ritrovati addosso ai corpi. Muoviti!

Rigirò le foto tra le mani. Apparentemente non si vedeva niente altro che potesse illuminare la scena del crimine e che diradasse la fitta nebbia. O forse era lui che non riusciva a vedere quello che effettivamente aveva davanti agli occhi.
Liberò il foglio dalla cenere mentre l’agente varcava l’uscio dell’ufficio con un plico in mano.

- Poggia pure lì - disse Palmer, senza distogliere lo sguardo dal suo prezioso foglio.
indossò un paio di guanti in lattice e aprì la busta, ne ispezionò il contenuto avidamente, con l’eccitazione crescente di chi pensava o sperava di aver trovato la soluzione dell’enigma.

- Dunque…Due scontrini di market…diversi. Una macelleria, un tabacchino, un fruttivendolo, tre ricevute di prelievi da bancomat…diversi, ma anche due della stessa banca. Quattro di due farmacie. Uno di un negozio di scarpe e uno illeggibile….Merda! Niente di niente.

Ricompose i reperti alla bene meglio e li riconsegnò all’agente Jonathan senza aggiungere un’altra parola. L’intuizione delle tre e quarantacinque non aveva portato i frutti sperati. Si sfilò i guanti e li gettò per terra con un gesto di stizza e qualche imprecazione a seguire.
Si sedette in preda allo sconforto con i capelli scompigliati tra le dita. Forse da qualche parte, in qualche angolo buio della città, c’era già un nuovo cadavere in attesa di essere trovato da qualche passante. Forse era già tardi e forse, entro qualche ora, avrebbe perso definitivamente la poltrona che aveva sotto le chiappe. 
Si chinò e batté la testa sulla scrivania, facendo danzare le fotografie sotto la sua fronte.
Intanto, fuori, la nebbia era sempre più fitta e impenetrabile. L’umidità si era impossessata anche dell’interno dell’ufficio a causa della finestra spalancata. Aveva trapassato anche i vestiti dell’ispettore e iniziava a penetrare anche nel suo corpo. Un brivido gli percorse la schiena.
Si alzò e chiuse la finestra con tanta forza quasi da rompere la maniglia. Questa, infatti, cigolò dolorosamente dentro la sua mano e non concluse completamente la sua corsa. Sulla via di ritorno alla scrivania, e alla montagna di problemi che vi erano adagiati sopra, sbatté violentemente il ginocchio contro un vaso di fiori finti, e perse l’equilibrio a causa dell’impatto e della dolorosa fitta conseguente. Ma, mentre stava per avere un incontro ravvicinato con il pavimento, o peggio contro lo spigolo della scrivania, riuscì ad afferrare una gamba di questa e si rimise in piedi, nonostante il dolore e la stanchezza. Nel momento in cui si risollevò sulle ginocchia doloranti un paio di foto, probabilmente spinte dallo spostamento d’aria, volarono sotto il suo naso e planarono dolcemente sui suoi piedi. Palmer si fermò un attimo a fissarle e subito si dimenticò del dolore, dell’umidità, del tempo che trascorreva implacabile e della poltrona sempre più distante.
Si mise in ginocchio, stringendo un po’ i denti, e le osservò con maggiore attenzione. Le tre immagini ai suoi piedi qualcosa in comune ce l’avevano, anche se fino a quel momento non l’aveva notato: tutti e tre i cadaveri indossavano scarpe diverse ma della stessa marca.
Di certo si trattava di una ditta molto conosciuta e diffusa in tutti gli strati della società e quindi poteva essere anche una semplice coincidenza, ma era un buon punto di partenza.
Si tirò su, non senza fatica, e diede un’occhiata mirata alle altre quattro fotografie. Il risultato fu folgorante e rimise in moto la macchina dell’ispettore: altri tre morti avevano scarpe della medesima marca, due addirittura dello stesso modello e colore, e solo uno, invece, indossava una calzatura non riconoscibile. Ma lui non poteva escludere se si trattasse o no dello stesso brand. 

- Che strano…Coincidenza bizzarra.
Si tuffò tra le braccia del suo motore di ricerca preferito e digitò la parola magica. Ma la risposta non fu così confortante: quella marca si trovava praticamente dappertutto in città, però c’era anche un negozio mono marca.
Afferrò nuovamente il telefono e stavolta lo fece con una foga tale che se fosse stato di materiale diverso si sarebbe sbriciolato dentro il suo pugno.

- Jonathan, fammi una ricerca sul negozio di scarpe che c’è vicino al municipio. Si, quello che vende solo Shoeflexx. Voglio sapere il nome e indirizzo del proprietario e di tutti i dipendenti…e anche di chi fa le pulizie. Ehi, Jonathan, quei nomi li voglio adesso, ora! Muoviti!

Non fece in tempo a staccare la mano dal telefono che già stava trillando:

- Ispettore, hanno trovato un altro cadavere nei pressi del parco. Una squadra è già sul posto e…
La voce non fece in tempo a finire la frase:
- Preparami un’auto. Ci vado subito.
Afferrò la giacca e la fondina con la pistola e scese di corsa le scale.

Puntò l’indice verso un agente:
- Jonathan, voglio avere quei nomi sulla mia scrivania quando torno.
L’autovettura sfrecciò nella nebbia a sirene spiegate. Raggiunsero il luogo in pochi minuti. L’accesso al parco era illuminato dai lampeggianti di una pattuglia della polizia e di un’autoambulanza.
Palmer saltò fuori dal veicolo ancora prima che questo si arrestasse completamente, s’infilo la giacca in corsa e, incurante del dolore al ginocchio, saltò il nastro giallo appena teso dagli agenti.

- Chi è?
- Non lo sappiamo ancora. Non ha documenti con sé. Un maschio bianco sulla trentina, aspetto curato, vestiti abbastanza eleganti. Probabilmente non è di queste parti. Nessuno di noi lo ha mai visto prima d’ora.
- Com’è morto?
- Ferita da arma da taglio sul collo.
- Datemi un paio di guanti, presto…
- Ma ispettore, dobbiamo attendere quelli della scientifica e il coroner. Stanno arrivan…
- Non me ne frega un cazzo. Datemi questi dannati guanti. Subito!

Gli porsero i dannati guanti e lui se li infilò velocemente, nonostante non fossero della misura giusta. Si chinò sul cadavere che era riverso su un fianco, lo girò il tanto che bastava per poter accedere al suo cavo orale. Quindi con due dita spinse la mandibola verso il basso per cercare la firma della Mosca.
Trovò subito la conferma che stava cercando.

- Si, è lui…

Lanciò i guanti per terra, maledicendo tutta la famiglia di ditteri, scarpe e calzolai, nonché la sua poltrona e il suo ufficio illuminato al quinto piano.
Poi si chinò nuovamente sul corpo esanime e diede un’occhiata alle sue calzature…Shoeflexx.

- Cazzo, non può essere una coincidenza.
Pescò il suo cellulare da una tasca, tra un pacchetto di chewing gum, un fazzoletto usato e un po’ di tabacco perso da qualche sigaretta.

- Jonathan, dammi quei nomi.
Fece un cenno a un agente per farlo avvicinare.
- Scrivi.
Dettò i nominativi e gli indirizzi relativi al poliziotto poi gli prese di mano il foglio con gli appunti.

- Bene, sono solo cinque. Iniziamo dal boss. Andiamo!
- Come, ispettore, senza mandato?
- Non me ne frega un cazzo del mandato. Dobbiamo andare adesso. Correre!

Saltarono dentro la macchina e si avviarono sgommando verso l’abitazione del titolare della rivendita Shoeflexx alle quattro e trenta del mattino, mentre iniziava a piovere copiosamente.
Scesero in tre, l’ispettore e due agenti, e uno di loro premette il pulsante del citofono con un’energia che mal si sposava con l’orario.
Dovettero insistere più volte prima che una voce assonnata si presentasse alle loro orecchie. Dopo un po’ d’insistenza e qualche accenno di nervosismo il portone si aprì con uno scatto sordo e i poliziotti si precipitarono all’interno, non prima di aver sganciato la clip della fondina delle loro armi di ordinanza.
All’interno della casa il responsabile della rivendita Shoeflexx e i quattro pigiami contenti il resto della famiglia sbraitavano all’indirizzo degli agenti, minacciando querele e ritorsioni di ogni genere per i metodi utilizzati e la scelta dell’orario della visita. Dopo qualche attimo di turpiloqui e dichiarazioni di guerra i pigiami assonnati si ritirarono nei loro appartamenti e lasciarono solo il capo delle scarpe a discutere con la forza pubblica.
Infine, dopo mezzora di discussione animata, la polizia lasciò l’appartamento: l’alibi del direttore era solido e forte e così anche il suo avvocato.
Durante la visita informale l’ispettore buttò l’occhio esperto sul pavimento, sul soprabito appeso nell’attaccapanni all’ingresso e sulle scarpe lasciate sul tappeto. Apparentemente non vi erano segni di acqua e umidità, né impronte recenti, ammesso che il manager del negozio avesse usato quel  soprabito e quelle scarpe. Nel pavimento, però, si notavano solo le impronte dei poliziotti e niente altro e oltretutto i pigiami avevano confermato. Non significava niente ma, in assenza di un mandato di perquisizione, non si poteva ottenere di più.

- Avanti il prossimo!
Lanciarono l’auto di servizio a tutta velocità per le strade deserte e silenziose, sollevando una nuvola d’acqua al loro passaggio.
Fecero visita ai dipendenti della rivendita con le stesse buone maniere riservate al loro capo. I primi tre, un ragazzo e due ragazze, tutti giovanissimi, accolsero abbastanza amichevolmente i tutori dell’ordine pubblico, nonostante il buio e nessuna carta in mano. Risposero alle domande con precisione, senza tentennamenti e senza avere l’avvocato in streaming al telefono.
L’ispettore si ritenne soddisfatto e salutò cordialmente ognuno dei commessi di volta in volta, non dimenticandosi di scusarsi per l’ora.
Alle cinque e trenta mancava solo l’ultimo dipendente del quale avevano le generalità e l’indirizzo. Il suo nome era Francis Housewife abitava poco fuori città e venne lasciato per ultimo proprio per questo. Lavorava per la ditta da poco tempo quindi nessun altro dei dipendenti aveva saputo dare particolari interessanti della sua vita privata e della sua personalità. Proveniva da una città vicina e si era trasferito ad Argosville da poco meno di un anno. Altro non si sapeva eccetto che era un tipo taciturno, timido ed educato.
Durante il tragitto che conduceva all’abitazione del testimone-presunto sospetto la pattuglia non incontrò nessuno, nessuna autovettura, neanche un cane. Imboccarono una strada sterrata che si era trasformata in un pantano decisamente poco piacevole ed agevole. Evitando fossi improvvisi, voragini fameliche e dislivelli pericolosi giunsero nei pressi della casa, con i nervi a fior di pelle e l’alba che si preannunciava sopra le loro teste.
L’autista spense le luci della vettura e la squadra uscì in silenzio. Affondarono sino alle caviglie nella fanghiglia che si stava trasformando in sabbie mobili.
Palmer fece cenno all’agente che aveva accanto di osservare il sentiero, erano ben visibili impronte abbastanza fresche che conducevano sulle scale dell’abitazione. Da questa, però, non proveniva nessuna luce né alcun rumore. Chiunque fosse all’interno, ammesso che ci fosse effettivamente qualcuno, dormiva o faceva finta di farlo.
L’ispettore estrasse la pistola, ma la tenne ben occultata sotto la giacca, e giunse per primo all’uscio della casa del sospetto. Si girò intorno per scrutare le tenebre che si stavano diradando. Nei pressi della casa non era presente nessuna automobile né nessun altro tipo di mezzo di locomozione.

- Forse non è in casa, lo stronzo…

- Non è registrata nessuna auto a suo nome - intervenne un agente sottovoce, intuendo quello che stava pensando Palmer.
- Però potrebbe avere un motorino, una bicicletta… - disse l’ispettore, a denti stretti.
- I suoi colleghi asseriscono di averlo visto sempre a piedi - ribatté l’agente, con voce ancora più bassa.
- Beh, lo scopriremo presto - chiuse l’ispettore.

Non c’era nessun citofono né un campanello. Bussarono.
Si udì il latrare di alcuni cani in lontananza e niente altro.
Bussarono di nuovo con maggior vigore. Ma niente, nessuno rispose.
Il sole stava sorgendo sotto un velo di nubi e foschia e la stanchezza e la delusione iniziavano a serpeggiare tra le fila dei poliziotti.

- E adesso che facciamo? - intervenne un agente.
- Non possiamo mica forzare l’ingresso - aggiunse un altro, richiudendosi il giubbotto.
L’ispettore Palmer non rispose e provò a spingere sulla porta giusto per verificare che non fosse aperta. Ma niente. La porta non cedette.
Provarono a sbirciare dalle finestre del piano terra ora che la luce del giorno lo rendeva possibile, ma le spesse tende non lasciavano filtrare niente. Un agente provò a verificare se qualche finestra era stata lasciata aperta. Un altro girò intorno alla casa per cercare un’eventuale entrata secondaria. Nessuno dei due ottenne risultati utili.

- Andiamo. Recuperiamo questo cazzo di mandato e torniamo a stanare questo figlio di puttana.
il tragitto di ritorno verso la centrale parve meno ostico e pericoloso dell’andata. La luce aiutava a vedere in anticipo le buche e i dossi. Tuttavia l’umore dell’ispettore era nero come le tenebre più fitte e nessuno azzardava fiatare dentro l’abitacolo.
Una volta giunti in centrale gli agenti trovarono un caffè caldo ad accoglierli e la fine del proprio turno di lavoro. L’ispettore, invece, trovò solo una lunga serie di telefonate minacciose da parte di varie autorità: c’era chi gli consigliava amorevolmente di risolvere il caso nei successivi tre minuti e non oltre, chi lo insultava per aver seguito l’assurda, a suo dire, pista delle “scarpe” e infine chi aveva fatto partire il conto alla rovescia per il suo licenziamento. Era un poliziotto a orologeria, ormai. 
Le orecchie gli rimbombavano per la lunga serie di urla che straziarono i suoi timpani e per la stanchezza che stava prendendo il sopravvento. Ogni tanto, per un attimo, la vista gli si annebbiava e le voci giungevano ovattate e distorte. Il sonno stava arrivando a grandi falcate.

- Non dovevate portare le pistole, forse era meglio un bell’insetticida. - disse una voce nel corridoio, seguita da un’eco di risa.

Palmer aveva la testa tra le mani. La teneva ben stretta perché era cosciente che la stava per perdere. La sua sarebbe stata la prima e forse l’unica a cadere. Qualcun altro avrebbe preso il suo posto se non avesse tirato fuori il coniglio dal cilindro entro poche ore.
I morti erano già otto e lui, quasi quasi, sperava di essere il nono.
Il mandato tardava. La tesi delle scarpe e del relativo negozio non aveva avuto un grande successo. La Mosca era ancora lì fuori che ronzava e se la rideva di gusto.

- Mi serve un mandato. Sono sicuro che questa è la pista giusta.
- Ma lasci perdere. Sarebbe, né più né meno, come aprire un’indagine sul general manager della Samsung perché le vittime possedevano un televisore o uno smartphone di quella marca. Lasci stare… Siamo seri, per favore!
- Ci pensi un attimo: né io né lei abbiamo indosso in questo momento scarpe di quella marca. Per quanto mi riguarda posso anche affermare di non averne mai avuto. Invece, stranamente, otto persone hanno lasciato il nostro mondo con quelle calzature ai piedi. In città c’è un negozio che vende solo scarpe di quella marca e in questo negozio ci lavora un tipo strano che, oltretutto, non ci ha voluto aprire la porta…
- Perché lei è sicuro che il “sospettato” fosse in casa?
- Beh, si. Non ne ho le prove, ma ne sono assolutamente certo.
- Mhh…Bene, Palmer, le farò avere quel fottuto mandato, ma sappia una cosa: se questa ennesima bizzarria non portasse a niente, come immagino, lei inizi pure cercare un altro lavoro oggi stesso. Potrebbe provare anche nel suo maledetto negozio di scarpe. Sono stato abbastanza chiaro?
- Certo, dottor Wilson, è stato chiarissimo. Ma mi lasci dire…In quel negozio è successo qualcosa: qualcuno ha scelto le vittime tra i clienti. Magari ci ha scambiato due chiacchiere, li ha consigliati amabilmente, li ha fatto misurare un bel paio di scarpe e, nello stesso tempo, ha sondato le loro personalità e li ha selezionati in base a chissà quali criteri e caratteristiche che noi ancora non conosciamo. Ma deve pur esserci qualcosa che fa scattare l’impulso omicida e quel qualcosa lo può sapere solo questo Housewife. Ne sono certo. È lui, dottor Wilson, è Lui.

Il capo della polizia lo guardò di sottecchi e si allontanò senza aggiungere altro.
Il mandato arrivò dopo un’ora di snervante attesa. Non si sa come ma, alla fine, anche il giudice fu convinto a firmare.
L’affollata competizione riservata a chi voleva tagliare per primo la testa dell’ispettore parve fermarsi un attimo prima del traguardo, per una tregua umanitaria, e Palmer ne approfittò.
Due vetture della polizia solcarono nuovamente la fanghiglia dello sterrato che conduceva alla casa del sospetto. Gli agenti indossavano giubbotti antiproiettile e armi pesanti. La Mosca non poteva sfuggire.
Le automobili si fermarono dietro a un grosso cespuglio poco distante dall’abitazione che garantiva un buon riparo dagli sguardi. I poliziotti uscirono in silenzio, guidati da Palmer, incazzato più che mai. Non aveva più nulla da perdere e questo lo si notava anche a miglia di distanza.
Arrivarono in formazione compatta alla soglia della porta. Un agente la buttò giù con una mazza e la squadra si precipitò dentro con le armi in pugno. Si disposero in modo da coprire ogni angolo visibile con le armi spianate e gli occhi fissi nei mirini.
Nella sala regnava il silenzio assoluto. La luce del sole filtrava dalle tende alle finestre, facendo danzare lunghe colonne striate di pulviscolo a mezz’aria.
Il divano davanti a loro era vecchio e consunto. Sul tappeto di fronte c’era un paio di scarpe Shoeflexx ricoperte di incrostazioni di fango. Nel tavolino adiacente c’era un libro aperto con le pagine sgualcite e ingiallite dal tempo. Accanto si trovava un posacenere ricolmo di cicche, un pacchetto di sigarette, un accendino e un bicchiere sporco.
Sulla parete accanto alla porta sfondata era appesa una tv led da almeno cinquanta pollici di marca Samsung. Nel vederla Palmer abbozzò un sorriso amaro.
Dietro al divano si trovava una libreria dove erano accatastati disordinatamente alcune decine di libri, un buon numero di cd e altrettanti dvd.
Lo sguardo degli agenti corse rapidamente in ogni angolo della stanza. Non c’erano segni di attività umana risalente agli ultimi minuti. Dal portacenere non proveniva fumo, la tv era fredda e le tende e l’aria erano ferme, immobili. Nessun odore particolare.
La squadra avanzò lentamente e ordinatamente verso il corridoio che si apriva alla sinistra del divano. Una volta giunti nel bel mezzo del passaggio si trovarono una serie di due porte chiuse in ogni lato e un’ultima in fondo. Cinque aperture che potevano nascondere qualsiasi cosa.
Procedettero con cautela aprendo una porta per volta, mentre due agenti tenevano sotto tiro le altre aperture più distanti e un altro copriva le spalle al gruppo.
La prima porta sibilò sui cardini rivelando una stanza da letto disordinata, stracolma di vestiti ammucchiati, calzini sparsi sul tappeto e un armadio aperto. Nessuna presenza umana.
Aprirono anche la prima porta sull’altro lato e qui trovarono un piccolo sgabuzzino dove si trovava un armadio a muro ricolmo di fumetti e riviste pornografiche. Per terra era sistemato un vecchio aspirapolvere e una scopa con il manico rattoppato con del nastro adesivo nero.
Procedettero verso le ultime due aperture, accompagnati dalla vaga sensazione di aver fatto un buco nell’acqua. Palmer stava già pensando a come ingannare il tempo lontano dalla sua scrivania. La fronte imperlata di sudore e la pistola che quasi gli sfuggiva dalla mano.
Aprirono la seconda porta del lato destro. Qui c’era solo una rete di un letto, un paio di borsoni sul pavimento e un vecchio televisore a tubo catodico adagiato su un tavolino.
Procedettero verso l’ultima porta di sinistra. La maniglia cedette facilmente come se fosse eccessivamente usurata. La tensione raggiunse l’apice. Erano giunti quasi alla fine dell’esplorazione e ancora non avevano trovato alcuna traccia di presenza umana.
La porta di sinistra si aprì su una vecchia cucina componibile con una serie di pensili, alcuni privi di sportello, altri aperti che lasciavano vedere barattoli di cibo, bevande e pacchi di pasta. Sul piano erano disposti un forno a microonde, un tostapane e una macchina per il caffè. Al centro della stanza c’era un tavolo ricoperto da una tovaglia a fiori e tre sedie intorno. Non c’era traccia di un uso recente del locale. Nè odori, né piatti sporchi, né tracce di alimenti.
In fondo alla stanza c’era un ampia finestra e accanto un grosso frigorifero apparentemente risalente agli anni 60. Niente altro.
Restava solo l’ultima porta, quella in fondo al corridoio.
Presumibilmente doveva trattarsi del bagno, dato che non l’avevano ancora individuato. Il gruppo procedette compatto, consapevole di essere giunto al termine dell’esplorazione. Restava solo un’ultima porta da varcare.
Due agenti si piegarono su un ginocchio e puntarono i loro fucili verso l’ultima porta. Altri due poggiarono le spalle al muro nei pressi della porta per avere più spazio di manovra per le loro armi. Mentre un quinto guardava loro le spalle. Palmer, con la pistola stretta in entrambe le mani, fece un cenno all’agente che aveva accanto e questi, senza indugiare oltre, buttò giù la porta con un calcio ben assestato con il suo pesante scarpone.
L’ultima porta cedette con un tonfo accompagnato da una pioggia di schegge di legno. Davanti a loro trovarono un wc e un lavandino, un armadietto bianco e, sul lato sinistro, una tenda di plastica colorata che nascondeva parzialmente una doccia.
La squadra si fermò. Nella piccola stanza da bagno si udiva solo l’ansimare degli agenti, spossati per la tensione, e il rubinetto che gocciolava. Ma Palmer colse anche qualcos’altro: un piccolo movimento, solo un’ombra, un rumore quasi impercettibile che proveniva da dietro la tenda.
Con un scatto felino scostò un agente e si frappose tra lui e la doccia, puntò l’arma verso le palme colorate che decoravano la plastica, tirò il cane della pistola e urlò:

- Fuori con le mani in alto!
Il materiale plastico si mosse appena, un qualcosa lo fece sporgere di qualche millimetro e di conseguenza lo sparo fu inevitabile.
La tenda venne squarciata dal colpo ravvicinato e il sangue schizzò fuori con un violento zampillo che andò a colpire l’ispettore e gli agenti in prima fila. Subito dopo seguì un cupo gorgoglio e un sospiro lieve, appena percettibile.
Palmer scostò la tenda con la canna della pistola e restò impietrito davanti alla scena: sul pavimento della doccia, piegato sulle ginocchia, c’era il corpo nudo di una ragazzina, ancora parzialmente ricoperto di sapone e con un buco in pieno petto dal quale sgorgava il sangue a fiotti.
Sul viso aveva un’espressione terrorizzata, la bocca aperta e gli occhi colmi di lacrime. Probabilmente aveva chiuso l’acqua ed era rimasta li in silenzio dopo aver sentito i rumori dell’irruzione, in preda alla paura.
Del resto nessuno della squadra si era qualificato né prima né dopo aver abbattuto il portone d’ingresso. La parola polizia non era stata pronunciata da nessuno.
I poliziotti si scambiarono una serie di sguardi in assoluto silenzio. Nessuno di loro sapeva cosa dire o fare.
Palmer s’inginocchiò verso la ragazza, le tastò il polso sulla carotide e proprio in quel momento si udirono dei passi. Qualcuno era entrato in casa.
Ma nessuno dei poliziotti ebbe il coraggio di puntare le armi nella direzione dei rumori. Dopo pochi istanti vennero raggiunti dal sospettato, Francis Housewife, che li squadrò uno ad uno, con gli occhi sgranati e le mani che tremavano. Poi rivolse lo sguardo al corpo nudo che giaceva sul piatto della doccia. Palmer si scostò e gli permise di avvicinarsi. Dopodiché l’uomo si mise a piangere e a singhiozzare, sussurrando qualcosa mentre stringeva tra le braccia il giovane corpo privo di vita.
Gli agenti lasciarono la stanza in un imbarazzante silenzio. Nessuno ebbe il coraggio di dire niente. Qualcuno si tolse il casco, qualcun altro depose il fucile per terra.
Dopodiché si udirono le sirene della polizia e delle ambulanze.

Da quel giorno La Mosca non colpì più. Non è dato sapere per quale motivo ciò avvenne, ma il giorno stesso ci fu un terribile incidente automobilistico in pieno centro. Morirono tre persone, tra le quali vi era un certo John Fly, domiciliato nella Kingston Avenue al numero civico 1912, proprio di fronte alla centrale della polizia, al terzo piano. Da quel momento la città di Argosville ritrovò finalmente la quiete. Tuttavia non si può affermare altrettanto per quanto riguarda l’ispettore Palmer che, dopo aver scontato la condanna, vaga ancora senza meta tra le strade della città, dal crepuscolo fino a notte fonda, alla ricerca di quell’indizio sfuggente.


Il negozio della Shoelexx chiuse i battenti. Il signor Housewife ritornò nella sua città di origine con una sorella in meno e un pesante fardello doloroso in più che lo accompagnò sino alla fine dei suoi giorni.


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