Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

martedì 19 luglio 2011

Il mistero de "La Rosa Nera"




Alcuni “petali” sottratti a “LA ROSA NERA”:
Il vento sollevava spirali di povere e cadaveri vegetali di varia specie. Gli alberi spogli si piegavano pigramente sospinti dal soffio gelido. Alcuni pezzetti di carta, che avevano perso ogni senso, raggiungevano vette altissime e poi planavano tristemente verso il suolo. 
Il cielo era scuro. Le nuvole grigie si rincorrevano e si riunivano in masse minacciose. Volavano basse e, di tanto in tanto, si posavano sulle colline spoglie intorno alla città.
La foresta di cemento e mattoni si stringeva intorno al suo cuore di giardini e piazzette accoglienti dove, da monumentali fontane, sgorgava un’acqua dal colore poco rassicurante.
Il crepuscolo avanzava lentamente trascinando il suo manto scuro, accompagnato dal timido risveglio dei lampioni.
Scarpe di ogni tipo calpestavano i marciapiedi con movimenti veloci, e una moltitudine di automobili dai finestrini appannati sfrecciava sull’asfalto consumato da migliaia di gomme irriverenti.
Le insegne dei negozi iniziarono la loro quotidiana sfida per attrarre l’interesse degli occhi e dei portafogli meno ambientalisti.
I rumori aumentarono d’intensità e vennero trasportati lontano dalle correnti d’aria.
Le finestre del numero 25 di Kensit road erano illuminate e, dietro di esse, un gruppo di persone discuteva animatamente.
Una voce maschile: - Perché devo andarci io?
Un’altra voce maschile: - Perché sei l’unico che la sa riconoscere e, quindi, l’unico che riuscirebbe a trovarla. 
Una voce femminile: - Si tratta di un paio di giorni, non di più.
La prima voce maschile: - Macché un paio di giorni! Ci vorranno almeno due settimane.
La voce femminile: - Ma no, ma no. Non sottovalutare le tue capacità.
La seconda voce maschile: - Si, noi confidiamo nella tua preparazione: due o tre giorni saranno più che sufficienti.
Le voci appartenevano, rispettivamente, ad Alan Lawson di anni ventinove, investigatore; a James Keller di anni cinquantotto, titolare dell’agenzia investigativa privata L’Occhio di Lince; a Joan Crawford di anni trentuno, investigatrice e segretaria dell’agenzia.
L’Occhio di Lince era stata contattata da un noto industriale della città al quale era stata sottratta la sua preziosa Rosa Nera. La polizia aveva brancolato nel buio per una settimana, senza riuscire a trovare nessuna pista. Per l’ingegner Wells l’agenzia investigativa divenne una scelta obbligata, l’ultima speranza.
Dopo una rapida analisi degli elementi a disposizione e delle probabili vie di sbocco di un oggetto tanto importante, il gruppo d’investigatori formulò un piano di lavoro. La pista che venne fuori dal consulto conduceva a un paesino di montagna, distante un paio d’ore di viaggio dalla città. Nel paesino in questione vi era un fiorente mercato sotterraneo di ricettazione e smercio di svariate tipologie di oggetti rubati e proibiti: automobili, opere d’arte, materiale radioattivo, computers, pellicce di animali selvatici, esplosivi, materiale pornografico, gioielli, ragazze extracomunitarie, reperti archeologici, mobili d’antiquariato e tappeti orientali.
Alan Lawson conosceva bene la Rosa Nera e, soprattutto, la sapeva distinguere dalle imitazioni e quindi dovette preparare i bagagli per partire in missione.
Anzi - disse Keller. - Sarebbe meglio se partissi subito.
Come? - rispose Alan. - Ma io devo uscire con Barbara stasera!
Senti un po’ - urlò il capo. - Sei un mio dipendente o un dipendente dell’Animal House?
Barbara Pears, la donna di Alan, lavorava come infermiera presso la clinica veterinaria Animal House.
Alan abbassò lo sguardo, rifletté sulla situazione e arrivò alla conclusione che avrebbe preferito essere un dipendente della clinica per animali, soprattutto per stare accanto alla sua donna, ma anche per restare in mezzo agli animali che reputava decisamente più interessanti del novantanove per cento degli esseri umani. Si recava spesso, infatti, all’Animal House e non solo per incontrare Barbara. Per questo le frecciate sull’argomento non erano affatto rare negli uffici dell’agenzia.
Alle otto di sera la sua macchina era pronta per partire. Il tempo di una telefonata, ma abbastanza stimolante, e poté imboccare l’uscita della città a velocità sostenuta.
Dopo una mezzora d’asfalto illuminato, dovette poggiare le sue ruote in una stradina stretta e polverosa che si addentrava tra le colline. Faticò un po’ a orientarsi tra le vigorose sferzate del vento gelido che, soffiando con sempre maggior impeto, sollevava onde di polvere e terriccio.
La strada s’incuneava tra due file di alberi ondeggianti e si alzava in progressiva pendenza verso la montagna.
Accese l’autoradio e le note familiari di un vecchia canzone gli fecero un po’ di compagnia e gli ricordarono delle giornate piacevoli e irripetibili di molti anni prima.
Proseguì a fendere le tenebre con gli abbaglianti spiegati, senza incontrare neanche un’anima durante il tragitto. Affondò il piede sull’acceleratore e accompagnò la progressione della lancetta del contachilometri con un sorriso di soddisfazione per il piacevole ruggito del motore. L’auto gli era costata un occhio della testa, ma non si era mai pentito di quella spesa anzi, ne andava particolarmente fiero.
Arrivò nei pressi di un bivio e dovette fermarsi a decifrare i cartelli martoriati dalla ruggine e dalle pallottole. Scese dalla macchina e, tirandosi sù il bavero del cappotto per ripararsi dall’alito del vento, si avvicinò al cartello stradale. Alcuni rapaci notturni svolazzarono sulla sua testa, mentre gli arrivava una pioggia di ghiaia sulle gambe e qualche tenue raggio di luna filtrava tra le nubi cupe.
La traduzione richiese alcuni minuti anche a causa degli ostacoli creati dagli agenti atmosferici, i quali si accanivano sempre di più in una caccia all’uomo senza pietà, cercando di colpirlo con tutta la loro forza.
Rientrò nell’abitacolo e, subito dopo, il rombo del motore si levò alto sino a coprire le urla del bosco. Riprese il cammino con le pietre che schizzavano via veloci dalle ruote. 
Cespugli e alberelli sradicati invadevano la carreggiata e lo costringevano a numerosi slalom. Con qualche rischio di troppo e, quando la stanchezza si sedette accanto a lui e cercò di abbassargli le palpebre, finalmente incontrò il cartello che annunciava l’ingresso nel paesino.
Un paio di case diroccate avvolte dall’abbraccio morboso di piante rampicanti e arbusti spinosi ne costituivano la periferia. La sua attenzione fu attirata da un giardino abbandonato dove l’erba selvatica cresceva rigogliosa, coprendo un paio di panchine arrugginite e un vecchio lampione spezzato. Subito dopo incontrò una chiesetta romanica con il portale sbarrato da robuste tavole e il campanile, di costruzione più recente, crollato per metà e oscurato da una colonia di corvi.
La mulattiera, in corrispondenza con l’ingresso del paese, si era trasformata in un selciato di ciottoli di fattura grossolana, pieno di buche e macchie di cemento che testimoniavano recenti lavori di manutenzione alle condotte idriche o fognarie. 
Il cammino dell’auto sull’acciottolato non era molto più agevole della strada dissestata che aveva percorso sino a quel momento. Dovette procedere lentamente con molta cautela, mentre la musica lo accompagnava nell’oscurità. 
Le case che si affacciavano sulla strada erano deturpate dalla psoriasi dell’intonaco e le finestre erano scure come orbite vuote. Nessun passante. Nessun’auto per le vie. Nessuna luce accesa a parte un paio di vecchi lampioni malfermi. Solo il fischio del vento e gli alberi che si prostravano al suo passaggio con le loro braccia scheletriche di fronde spoglie.
Proseguì a inoltrarsi tra le stradine cupe con una sensazione di oppressione al petto. Gli pareva di essere spiato e seguito da una miriade di occhi luminosi che brillavano sinistramente da dietro le aiuole incolte e dalle crepe sui muri. Rallentò ulteriormente per non infrangere la spettrale quiete di quelle stradine tortuose. Spense lo stereo sul ritornello di Love will tear us apart per non disturbare le anime assopite tra le pietre di quelle vecchie case decrepite ma, soprattutto, per prestare la massima attenzione ai rumori dell’esterno.
Il vento cessò di colpo e la pioggia cadde leggera, senza bagnare più di tanto le polveri del paese. La cappa oscura e malsana non venne lavata via e, anzi, si specchiò compiaciuta nelle pozzanghere formatesi nelle buche delle strade. Il silenzio distese i tentacoli lungo le vie e i muretti diroccati. S’incuneò tra l’edera e il muschio. Appiattì le pozzanghere precedentemente agitate dal turbinio dell’aria. L’unico suono udibile era quello del motore dell’auto e delle piccole goccioline sulla pietra.
Alan Lawson pigiò a lungo il pulsante dell’alzacristalli elettrico poi ci ripensò e tirò su di nuovo il finestrino, lasciando solo due dita d’aria per cercare di ascoltare il silenzio, le voci del buio.
Di alberghi e pensioni non vi era traccia alcuna e dopo il secondo giro del paese si rassegnò. Si parcheggiò in un piazzale davanti a una fontanella secca. Si guardò intorno, azionò la chiusura centralizzata, reclinò il sedile e cercò di addormentarsi.
Gli occhi gli si chiusero quasi subito e la mente si tuffò nel placido lago del sonno, cullata dal leggero ticchettio della pioggia sulla carrozzeria dell’auto. Dopo un lasso di tempo relativamente breve, però, si risvegliò con il cuore agitato che batteva forte nel petto ansimante e i vestiti fradici di sudore. Un incubo aveva violentato il suo sonno. Aprì gli occhi e vide che l’ambiente aveva subito una drastica mutazione: era circondato da una nutrita folla silenziosa e bizzarra che lo fissava con curiosità. Aveva di fronte a sé il più grande campionario di facce strane che aveva mai visto: alcune erano deturpate da profonde cicatrici, altre da malattie della pelle, altre ancora da malformazioni terrificanti. Nessuna sorrideva né pareva in pace con il mondo. Erano prive di espressione, come se fossero sotto effetto di qualche sostanza stupefacente o qualche potente psicofarmaco. A nessuna di loro riusciva ad attribuire un’età pur approssimativa. Anche i corpi gracili e minuti che, presumibilmente, appartenevano a bambini erano muniti di una testa orripilante con la pelle rugosa, ma non come quella di un vecchio. Erano senza tempo.
Alan si sollevò sui gomiti e abbozzò un sorriso: - Buonasera.
La paura gli stringeva in una morsa d’acciaio il cuore irrequieto. Non ottenne nessuna risposta. Neppure un cenno. Provò a sfoderare il coraggio delle grandi occasioni e aprì il finestrino, ma quel gesto creò il panico tra le fila dei curiosi e in pochi attimi si creò nuovamente il vuoto. Forse il sibilo del vetro che scendeva, forse la paura che Alan potesse fare loro del male, ma intanto sparirono e un sorriso si rimpossessò del volto dell’uomo. Un sospiro di sollievo anticipò il ritorno del cuore a un ritmo normale. Le idee, però, non erano troppo chiare e definite. Per un attimo non s ricordò più cos’era venuto a fare in quel posto spettrale e ci mise un po’ a riprendere possesso dello spazio e del tempo in cui si trovava.
Aprì lo sportello e uscì. Stiracchiò le membra intorpidite e si guardò intorno. Non c’erano più tracce di quella gente e il clima era decisamente più sopportabile. Levò lo sguardo al cielo e ammirò un soffitto blu trapuntato di stelle luminose.
La luna piena si era posata su una soffice luna bianca e scrutava la terra con un dolce sorriso tra i suoi mari.
Riabbassò gli occhi verso il suolo e incrociò lo sguardo di una persona che gli stava venendo incontro. Non era un mostro come quelli di prima. Era un individuo normale di mezz’età, abbastanza basso e tarchiato e con il capo lucido a causa di una calvizie avanzata.
E lei cosa ci fa qui a quest’ora? - chiese il nuovo arrivato.
- Buonasera - rispose Alan. - Sto cercando un albergo o una pensione. Me ne saprebbe indicare una?
- Non ci sono alberghi, qua - proseguì l’ometto. - Qui non viene mai nessuno. Non siamo mica a Rimini, cosa crede!
Va bene - disse l’investigatore. - Vorrà dire che mi arrangerò in macchina.
L’uomo svanì nel nulla senza dire un’altra parola e Alan rientrò in macchina, si accese una sigaretta e si distese sul sedile.
Mancavano poche ore all’alba e questo contribuì ad attenuare la tensione. La mente sfogliò velocemente il catalogo dei pensieri e passò da alcuni piacevoli ricordi di momenti passati con la sua compagna al problema di rintracciare la Rosa Nera in quel posto assurdo ai confini del mondo.
Dove cercarla?
Come prenderne possesso?
Nessuna risposta.
Un pallido sole fece filtrare i suoi raggi tiepidi tra le maglie larghe delle ciglia.
Le palpebre si sollevarono lentamente. Non riuscì ad aprirle del tutto.
La bocca era impastata e l’alito non era quello dei giorni migliori.
Il corpo era attraversato da correnti di un pesante torpore.
Un caffè! Ho bisogno di un caffè.
Portò su il busto e provò a scuotere le gambe che erano in preda a un fastidioso formicolio.
...bzz...bzz..cielo coperto con possibilità di rovesci...bzz...bzz...il ministro degli esteri...bzz...bzz...strangers in the night...bzz...bzz...do you have the time to listen to me whine...
Girò la chiave. Il motore sbadigliò a lungo prima di svegliarsi, poi ruggì di rabbia.
Un bar! Ho bisogno di un bar.
Prima. Seconda e... basta, e s’iniettò nel sistema circolatorio del paesino, tra le strette viuzze in mezzo alle vecchie case silenziose.
La luce faticava ad avere il sopravvento sulla foschia.
Le ruote stridevano e scricchiolavano sule pietre dell’acciottolato umido e scivoloso e sul terriccio che le ricopriva...




Il resto su lulu.com o anche, probabilmente, su queste pagine in un prossimo futuro.



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