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Bochesmalas

giovedì 19 marzo 2015

Inyan - Inside The Shell - EP


Gli Inyan sono un power trio di Legnano con un buon bagaglio di esperienze alle spalle sul sentiero impervio del rock italico. Prima di questo nuovissimo, Inside The Shell, avevano già pubblicato un altro Ep, All Your Time is Wasted" nel 2012, e due terzi della band (il cantante, chitarrista Simone Cosentini e il batterista Mirko Bombelli) aveva fatto parte in precedenza di un'altra band, gli Exorior. Nel 2012 si è aggiunto il bassista Federico Colombo e sono nati i due dischi pubblicati sinora dalla band.
Passando subito al sodo, o meglio al suono, Inside The Shell è percorso in lungo e in largo da una serie di scariche elettriche che sospingono un robusto rock ad alto peso specifico.
L'odore di polvere e di sudore che trapela da questi solchi riporta alla mente l'indimenticabile atmosfera del grunge anni '90, lo stoner, come anche il vecchio heavy rock di una volta. Ma non si tratta di un lavoro per soli nostalgici dei tempi d'oro degli Alice in Chains o My Sister's Machine, o anche Kyuss, Motocaster o Queens of the Stone Age; le sei canzoni che fanno parte del disco posseggono un buon corredo di personalità e risultano sempre a fuoco, con tutta una serie di ottimi riff di chitarra, un buonissimo lavoro della sezione ritmica e un altrettanto buono uso delle voci.
Il ritmo, l'energia e le linee melodiche azzeccate non mancano affatto come nell'ottima "Erased From My Thoughts", dura, trascinante e potente, una di quelle canzoni in grado di riconciliarti con il caro vecchio rock ad alta gradazione; o anche nella rocciosa e metallica "Follow Your Instinct", canzone ideale per pigiare il piede sull'acceleratore in una bella autostrada in mezzo al deserto.

Un disco godibilissimo, una band da tenere d'occhio.

Play it Loud!


Tracklist:

01.Addicted To You
02.Follow Your Instinct
03.Erased From My Thoughts
04.Until You Die
05.Self-portrait
06.Long

autoproduzione - 2015






Formazione:

Simone Cosentini: chitarra, voce
Federico Colombo: basso, backing vocals
Mirko Bombelli: batteria




martedì 17 marzo 2015

Rise Above Dead - Heavy Gravity



I Rise Above Dead sono una band di Milano, attiva dal 2009 con un EP (Human Disintegration del 2010) e un album (Stellar Filth, pubblicato nel 2012) alle spalle, oltre a un'intensissima attività live che li ha portati in giro per i palchi di mezza Europa.
"Heavy Gravity" è il terzo disco, pubblicato dall'etichetta italiana Shove e dalla tedesca Moment of Collapse, che porta a compimento l'evoluzione del loro sludge-alternative-post metal, ora divenuto completamente strumentale dopo la l'abbandono del cantante Andrea Rondanini nel 2014.
Immagino che la scelta di lasciare vuoto il posto dietro al microfono non sia stata una cosa semplice; anche perché la musica strumentale non è adatta a tutte le tipologie di ascoltatori. Spesso, però, si tratta solo di un problema di pregiudizi e/o pigrizia mentale perché l'assenza della voce non significa affatto che una band non abbia cose interessanti da dire o atmosfere magnifiche da descrivere con le sette note. Anzi, spesso l'assenza delle corde vocali lascia più spazio all'inventiva e apre un'autostrada a varie possibilità di esplorazione e, inoltre, libera dai soliti cliché.
L'alternative metal, il post metal e, in genere, tutto quello che è post - che va oltre - si presta davvero bene alla creazione di immagini magnifiche ed evocative e all'aggiunta di ingredienti unici e personali. Questo è proprio il caso di "Heavy Gravity" che liberato dalla gabbia della forma canzone sviluppa le sue eleganti e fascinose trame intrise di metal evoluto, suoni rocciosi e potenti, ma anche delicate e atmosferiche digressioni, tracce psichedeliche e viaggi nello spazio profondo.
I Rise Above Dead si hanno lasciato alle spalle l'hardcore e il crust, anche se nella bellissima traccia iniziale, The Last Migration, c'è ancora qualche riff hardcore punk a garantire il giusto apporto di adrenalina. In linea di massima, però, il disco svolge il suo compito senza spingere troppo sull'acceleratore e senza utilizzare troppo l'arsenale di violenza sonica a disposizione dei quattro, che resta quasi sempre latente. Infatti se ne avverte la presenza irrequieta ma non esplode mai completamente. Anche questo aspetto, però, non è affatto sgradito in quanto, così facendo, la band può dare grande spazio alle linee melodiche e agli splendidi scenari che scaturiscono da questi solchi con assoluta naturalezza.

Grande musica.


Tracklist:

01.The Last Migration
02.Mountain of the Divine
03.By the Lights
04.Heavy Gravity
05.The Lone Tower
06.March of the Locusts

2015 Shove Records/ Moment of Collapse




Formazione:

Stefano Bigoni - chitarre
Matteo Sala - chitarre
Luca Riommi - batteria
Diego Leone - basso


Discografia:

Human Disintegration - EP - 2010

Stellar Filth - LP - 2012

Heavy Gravity - LP - 2015




domenica 15 marzo 2015

Il tedio domenicale, la cefalea, l'uomo nero e il mondo che gira al contrario



Quei bontemponi con i mutandoni e le gonne nere continuano a sgozzare esseri umani e a distruggere la storia dell'umanità e tutte le opere d'arte che incontrano nel loro cammino. 
Mentre prosegue la lenta, ma inesorabile, avanzata degli uomini neri, lasciando sul terreno cataste di corpi senza vita, morte e distruzione in nome del loro dio; mentre il jobs act e la terribile legge di instabilità avanzano minacciosamente, il pomeriggio di questa domenica fredda e uggiosa mi ha riportato alla mente come si svolgevano le mie giornate come questa alcuni decenni or sono.
La domenica aveva una sua personalità decisa e forte; a differenza di quanto avveniva il martedì o il giovedì, ad esempio, che non possedevano caratteristiche e prerogative tali da distinguerli nettamente rispetto agli altri giorni feriali, eccetto forse il mercoledì che era la giornata dedicata alle coppe europee di calcio in tv.
Ma la domenica riusciva sempre a prendere il sopravvento: non si andava a scuola, non si lavorava (altri tempi...) c'era la pasta al forno, a volta la messa-forzata, qualche partita di calcio sul campo e "novantesimo minuto" alla tv; molto spesso anche una gran quantità di noia da tagliare a fette.
Ora è tutto cambiato, eccetto il mal di testa che è un classico intramontabile dei miei pomeriggi domenicali.
Poi c'erano la musica, i dischi (pochi), le sigarette fumate di nascosto alla finestra nella cameretta-rifugio, la matita e i fogli bianchi da scarabocchiare e la macchina da scrivere in perenne attesa di un input.
Beh, la domenica aveva la sua colonna sonora; c'erano dischi che - chissà poi perché - mi hanno sempre ricordato la domenica e, probabilmente, giravano di più nel piatto in quei giorni, dopo il bagno caldo e l'abbuffata in tavola.










Innanzitutto "Quadrophenia" degli Who, sia nella versione originale del 1973 (quella con la fantastica copertina grigia con il motociclista mod immerso nel fumo) sia, soprattutto, la colonna sonora del film del '79. Quel disco ha fatto tanti di quei giri sul piatto (un Lenco L133) che è un vero e proprio miracolo che esista (e resista) ancora...I'm One, The Real Me, il ragazzo campana o il dottor Jimmy hanno trascorso più domeniche con me che a casa loro. Probabilmente si trovavano bene.





Poi c'erano "Epica, Etica, Etnica, Pathos" e "Canzoni, preghiere, danze..." dei CCCP Fedeli Alla Linea, soprattutto il primo a dire il vero, l'altro si prestava anche agli ascolti nei giorni feriali.
Sarà pure un caso, sarà per il testo di Aghia Sophia, "Tedio domenicale: quanta droga consuma...", o per chissà quale altro motivo, ma quel disco è la domenica pomeriggio più di qualunque altro album o qualunque altro lavoro di Giovanni Lindo Ferretti.





Non potevano mancare anche i "figli legittimi" dei CCCP, gli Ustmamò di Mara Redeghieri con il loro folk-punk-etnic pop assolutamente originale per quanto ispirato dalla suddetta band di Ferretti. Di quella band dell'Appennino reggiano avevano conquistato lo spazio degli ascolti domenicali i primi due bellissimi dischi omonimi (Ustmamò del 1991 e Ustmamò del 93), soprattutto il primo a dire il vero, grazie a una manciata di brani irresistibili come Filikudi, Amminramp, Strocca-Canzone d'attacco, Vietato Vietato o Lieto Evento Finale.





Altro caposaldo del post-pasta-al-forno era "Mask" (ma anche "In The Flat Field") dei maestri del post-punk inglese: i Bauhaus. Il fascino che riusciva a sprigionare quella musica così potente, oscura e romantica non aveva termine di paragone in quel periodo. Mask possedeva un'atmosfera magica, ammaliante e disturbante al contempo, che riusciva a insinuarsi nelle fitte trame tediose dei pomeriggi domenicali e, quasi sempre, aveva la meglio. Da "Hair of the Dog" alla conclusiva traccia omonima, passando per "Passion of Lovers", "Hollow Hills" e il calcio nell'occhio, era tutto un susseguirsi di emozioni e sensazioni senza soluzione di continuo.
Devo dire che anche adesso quel disco - come anche gli altri dei Bauhaus - non ha perso un solo briciolo del suo fascino oscuro.



Un'altra pietra miliare delle domeniche di una volta che mi viene in mente è "The Meninblack" degli Stranglers, forse non la loro opera migliore, ma sicuramente il più "festivo" tra i loro grandi dischi, atipico nella struttura come anche nel concept: narra la vicenda di srani complotti che riguardano l'occultamento mirato delle visite degli alieni, di sacre scritture e altre storie. 
Ma la sua musica oscura, elettronica e sperimentale, possedeva (e possiede tutt'ora) un ottimo feeling da wasted sunday.
Waltzinblack ancora adesso mi mette i brividi...




E infine lui, London Calling dei Clash, forse è proprio questo invece il più domenicale tra i dischi per l'atmosfera unica e inimitabile che riesce a creare quando suona. Una piccola-grande enciclopedia del rock racchiusa in due pezzi di vinile. Non serve aggiungere altro...






sabato 14 marzo 2015

Abstracter - Wound Empire


Gli Abstracter giungono al secondo full lenght, dopo l'eccellente "Tomb of Feathers" che aveva impressionato favorevolmente molti appassionati di sonorità estreme (compreso il sottoscritto) qualche anno fa.
Wound Empire, la nuova creatura partorita dalla band di californiana di Oakland, contiene quattro tracce lunghe, oscure, potenti e affascinanti che si sviluppano in circa 10 minuti ognuna. Perciò ci vuole tempo e pazienza per godersi appieno "l'impero ferito" che ci si ritrova nei timpani, ma vi assicuro che ne vale assolutamente la pena.

La formazione ha subito un rimaneggiamento con una nuova sezione ritmica a garantire un apporto fondamentale alla nuova svolta, con i soli due membri fondatori, Mattia Alagna alla voce e Robin Kahn alla chitarra, superstiti della formazione originale.
Rispetto all'album precedente qui l'atmosfera si fa ancora più inquietante,  pesante e oscura, il blackened crust-doom-sludge dei quattro, con le sue innumerevoli sfaccettature, perde buona parte dei piacevoli "fronzoli" psychedelic-prog-noise che caratterizzavano il predecessore. Infatti il nuovo nato si presenta più potente e heavy, c'è più crust e black metal in questi solchi e il risultato finale è a dir poco devastante, impressionante e a tratti magnifico.
Un album che non dovrebbe avere difficoltà a farsi apprezzare da chi si ciba di Hexis, Celeste, Coffinworm, Neurosis, Eyehatedgod, ma anche di Amebix e del crust più crudo e puro, grazie a tracce come l'eccellente "Lightless" che apre le danze con una colata di pece bollente sugli ascoltatori...il resto non è da meno.

Un disco monumentale.


Tracklist:

01.Lightless 10:56
02.Open Veins 09:45
03.Cruciform 10:21
04.Glowing Wounds 11:10

durata: 42 min.

Sentient Ruin - 2015

An Out Recordings
Fragile Branch Recordings
Vendetta Records
7Degrees Records
Shove Records
C.O.F. Records