Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

giovedì 26 maggio 2016

Gothic


Il vento aveva rovinato la passeggiata nel bosco e a quel punto, ormai, l’intera giornata era irrimediabilmente andata a male, nonostante gli allettanti presupposti iniziali. Giorgio iniziava ad avvertire una fastidiosa emicrania, probabilmente imputabile al clima o forse all’eccesso di vino e solfiti per mandare giù il pranzo in trattoria. Elisabetta, invece, si stava innervosendo a causa di un fastidioso raffreddore che le stava martoriando le mucose. Finirono per litigare quando ancora erano a metà del percorso, ma nessuno dei due voleva essere il primo a ritirarsi e a dare questa soddisfazione all’altro. Sopra le loro teste i pini più alti cigolavano come finestre aperte con vista sulle nuvole frastagliate. Invece gli alberi più vecchi e robusti, querce e lecci, restarono immobili con i loro rami contorti e aperti e la loro corteccia corazzata che sfidava l’ira del vento. La pineta posticcia si mescolava promiscuamente con il vecchio bosco originario senza però intaccare più di tanto la bellezza del luogo. Eppure l’inclemenza del clima, il litigio e il nervosismo conseguente, avevano fatto si che nessuno dei due era più in grado di lasciarsi rapire dall’anima del bosco.
I due ragazzi proseguirono sul sentiero come da programma, mentre le pigne lassù in alto si agitavano e scricchiolavano pericolosamente e in basso lo strascico del litigio aveva portato il silenzio. Non si udiva il verso di nessun animale. Gli uccelli si erano rifugiati chissà dove e la colonna sonora della tormentata passeggiata era fatta solo d’aria, vortici di fogliame e terra. Quando il bosco si apriva sulla valle e i monti che la circondavano, le raffiche acquisivano ancora maggior vigore e costringevano i due a tenersi per mano, malgrado il rancore che covava ancora sotto la polvere.
Quando la porta si richiudeva, con le fitte trame di alberi e arbusti, lei mollava subito la presa e lasciava qualche metro di distanza da Giorgio, giusto per ribadire di chi fosse la colpa e, conseguentemente, chi la doveva inevitabilmente espiare. Ma nonostante questo, nonostante il naso che le colava e gli occhi arrossati dal virus e dalla polvere, nonostante il freddo e i suoi abiti troppo leggeri, voleva essere sempre lei a guidare la spedizione nel sinuoso sentiero tra gli alberi. Un metro davanti dal responsabile del fallimento della giornata e alla sua cefalea.
Un metro più dietro, il presunto colpevole e la sua testa dolente, non cedevano di un solo passo e anzi cercavano di allietare la camminata forzata gustandosi la vista delle forme della ragazza, vestita con abiti poco adatti alle intemperie di quel pomeriggio dove tutto era sbagliato.
Conoscevano bene quel sentiero tra gli alberi e sapevano entrambi che la vecchia casa abbandonata non era così distante.
La casa spezzava un po’ la piacevole monotonia delle infinite sfumature di verde con le sue mura bianche scrostate e piene di crepe e il grigio del cemento che affiorava in più punti. Ma anche in gran parte di quel substrato artificiale aveva trovato spazio l’espansione dei vegetali più intraprendenti. Il cortile di accesso alla casa era ormai completamente ricoperto di cespugli ed erba. Il lato della casa esposto a nord si era rivestito di muschio e licheni e in generale quell’abitazione solitaria, che tempo prima pareva un corpo estraneo, aveva trovato il giusto compromesso per convivere con la natura circostante.
In una delle piccole finestre, ancora decorata da una vecchia tendina di pizzo bianco ingiallito, c’era il cartello di vendita con un numero di telefono. Anche quello stava perdendo ormai il suo candore e si stava ricoprendo di muffe come, probabilmente, anche il telefono citato su di esso; non ci doveva essere una gran fila di acquirenti per quella casa pericolante in mezzo al bosco. 
Accanto alla finestrella, pochi metri più avanti, c’era la porta d’ingresso dell’edificio. Anche questa portava i segni del tempo: la vernice era scrostata in più punti, il legno si era gonfiato per l’umidità e qua e là si notavano diverse  crepe. Ma pareva ancora solida e protetta da una robusta serratura.
In effetti Giorgio ed Elisabetta avevano sempre pensato che quella porta fosse chiusa e la casa fosse inaccessibile per gli estranei. Non avevano mai provato a spingere; non tanto perché ne avessero timore o rispetto, semplicemente perché erano convinti che fosse chiusa a chiave.
Ma  in quel momento, con il vento che congelava le gambe della ragazza e il dolore che martellava la testa di Giorgio, provarono a dare una spallata al portone. Dopo un paio di spinte, e una certa resistenza dovuta a un cumulo di foglie secche e terra, la porta cedette cigolando sui vecchi cardini arrugginiti,  e la casa accolse i due ospiti al suo interno.
Riaccostarono la porta per lasciare il vento fuori e subito il loro umore ne ebbe un notevole beneficio. La casa era stata visitata da molti passanti e non tutti loro dovevano aver avuto buone intenzioni, dato che i servizi erano stati praticamente demoliti, i mobili depredati anche di vetri e maniglie, le mura erano state prese a picconate ed erano state decorate da scritte e disegni osceni. In qualche ambiente mancava anche il pavimento e il battiscopa e il suolo spoglio era ricoperto da un tappeto di profilattici usati e fazzoletti di carta.
In un’altra sala, sopra quel che restava delle mattonelle, faceva bella mostra di sé una vecchia poltrona con il rivestimento squarciato in più punti e uno strato di alcuni centimetri di polvere che ne occultava il colore originale. Era l’unico oggetto pressoché integro ancora presente dentro la casa, e conferiva un non so che di rassicurante e familiare in quel contesto squallido e degradato.
I due giovani amanti fecero la pace, confortati dal tepore della casa, mentre fuori il vento si accaniva su ogni cosa.
Decisero di aspettare un po’ al riparo di quelle vecchie mura prima di intraprendere la strada del ritorno.
Si abbracciarono e si scambiarono qualche effusione per rinforzare la ritrovata armonia. Ma quando Giorgio riaprì gli occhi dopo aver baciato la compagna notò un’ombra scivolare tra la polvere e i detriti in fondo all’andito. Si staccò bruscamente dal corpo di Elisabetta e seguì con lo sguardo la scia scura. Lei non vide nulla e se ne lamentò, minacciando la ripresa delle ostilità, ma lui non accettò la sfida e si inoltrò tra la sporcizia e i calcinacci del corridoio. Controllò rapidamente in tutte le stanze che si affacciavano sul suo percorso. Dove avrebbero dovuto esserci le porte erano rimasti solo gli stipiti. Erano state tutte divelte o portate via, ma questo facilitò notevolmente la perlustrazione di Giorgio. Però nei diversi ambienti trovò solo spazzatura e qualche animale morto; non c’era alcun segno di vita. Si voltò per ritornare sui suoi passi, quando la sua retina registrò nuovamente un movimento alla sua destra. Subito dopo seguì un rumore cupo, indefinibile ma molto intenso. La ragazza urlò e lui la raggiunse di corsa con il cuore in gola e il desiderio di non compromettere ulteriormente il loro rapporto vacillante. 
Appena la riprese tra le braccia udirono un vetro andare in frantumi e il vento che si insinuò dentro la casa. I due si spostarono in un altro ambiente per cercare un po’ di quiete che agevolasse la riflessione. Ma l’ombra scivolò lungo il muro, seguita dal rumore di passi frettolosi e ancora da un verso profondo e cupo che vibrava fastidiosamente nelle loro pance. Senza dire una parola si scambiarono uno sguardo d’intesa e si diressero di corsa verso la porta. Giorgio tirò la maniglia ma la porta non lo assecondò. Si girò per guardarsi alle spalle e riprovò con tutta la forza che aveva in corpo. Ma niente. La porta non cedette.
Intanto quel suono greve e inquietante diveniva sempre più forte, penetrava dentro i loro cervelli come un trapano e impediva ai loro neuroni di connettersi correttamente.
Riprovarono in due, presi dal panico, assordati dal rumore e circondati dalle ombre. Le dita tremanti e sudate scivolavano sull’ottone consunto della maniglia senza ottenere risultati apprezzabili. Non si muoveva.
La ragazza ebbe un attacco di panico. Prima scoppiò in lacrime poi iniziò a urlare con quanto fiato aveva in gola e il rumore opprimente smise di opprimerli. Calò il silenzio sospinto dal vento che filtrava dalle crepe del legno e dai vetri rotti delle finestre. Lui la strinse forte senza smettere, però, di scrutare l’ambiente circostante a trecentosessanta gradi. Poi seguì il vento con lo sguardo, qualche foglia e qualche pezzetto di carta che fluttuavano nell’aria. Afferrò la ragazza con forza e si diressero in direzione del vento e della relativa apertura che ne consentiva l’accesso. Raggiunsero una finestra rotta. Giorgio servendosi di un pezzo di legno raccolto nella stanza eliminò i frammenti di vetro tagliente che ancora sporgevano dallo scheletro di legno. Si affacciò e notò con grande stupore che il giorno se ne stava andando. Le nuvole si rincorrevano sul cielo plumbeo e il sole era scomparso. Eppure secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto avere ancora a disposizione oltre sei ore di piena luce. Ma non avevano altre soluzioni: qualsiasi cosa era meglio dello stare ancora anche solo un istante dentro la casa.
Afferrò la ragazza alla vita e la tirò su per farla passare dalla finestra, ma quando lei stava per passare dall’altra parte vide qualcosa muoversi tra i cespugli che le raggelò l’anima. Le parve che qualcuno la stesse fissando e l’aspettasse al varco per farle del male. Giorgio non vide nulla e insistette perché lei scavalcasse la finestra. Elisabetta però era terrorizzata e non riusciva a scavalcare l’apertura, nonostante l’aiuto del fidanzato. I muscoli le si erano irrigiditi e se l’era fatta addosso. Giorgio riprovò a spingerla, incurante dell’urina che gli colava sulle mani, ma lei era paralizzata dal terrore  e non riusciva a fare alcun movimento. Lui la tirò giù e l’abbracciò forte per darle coraggio e calore, ma mentre era ancora immerso nel profumo dei suoi capelli, qualcosa lo toccò sulla schiena e ancora una volta lui lasciò andare la ragazza per affrontare la nuova minaccia. Non vide nulla. Non udì nulla, eccetto lo scricchiolio delle pietre sotto le sue scarpe e il vento che sibilava minacciosamente. L’interno della casa si stava colorando di nero e questo rendeva impossibile una qualsiasi difesa e assolutamente necessaria una veloce fuga. Fuori c’era ancora un tenue chiarore che ancora permetteva di distinguere gli oggetti e di individuare il sentiero. Non avevano molto tempo.
Giorgio afferrò il corpo della ragazza in preda ai singhiozzi e al gelo della disperazione e la issò sul davanzale. La spinse fuori con tutta la scorta di energia che gli era rimasta e lei, finalmente, raggiunse l’esterno. Cadde su un cespuglio sopra il cemento del viale che costeggiava la casa, ma la scarsa altezza della finestra dal suolo non le fece riportare alcun danno, nonostante i muscoli bloccati dal freddo e dalla paura.
Si rialzò a fatica, liberandosi dai rami dell’arbusto e attese che il compagno la raggiungesse. Ma dalla finestra rotta non si scorgeva più nulla. Provò a sporgersi all’interno per scrutare le tenebre dentro la casa. Urlò come non aveva mai fatto in vita sua, ma il buio dentro alla casa restituì solo l’eco della sua voce. Rimpianse di non aver mai fumato e di non avere perciò né accendino né fiammiferi per illuminare le tenebre. Provò a sporgersi ancora più dentro, con il busto immerso nell’oscurità di quella stanza, ma dove avrebbe dovuto esserci Giorgio non c’era nulla di visibile e udibile.
Mentre il buio calava anche sul bosco si precipitò alla porta la spinse usando mani e piedi sino a quando non le fecero troppo male per continuare, e intanto non smetteva di gridare e di chiamare il suo compagno. Ma non ebbe alcuna risposta e la porta rimase chiusa.
A quel punto, con il mondo esterno completamente immerso nell’oscurità più profonda, decise di ritornare verso la città per cercare aiuto.
- Torno presto, amore…

Si mise a correre sul sentiero o almeno su quello che pensava fosse il sentiero. Cadde più volte e più volte si rialzò, con la bocca piena di terra e le ginocchia sanguinanti. Perse una scarpa. Sbagliò strada più volte e finì per lasciare numerosi brandelli di pelle sui rovi, ma spinta dalla forza della disperazione riuscì, infine, ad avere la meglio sulle tenebre, sul vento e su quel maledetto sentiero. Arrivò nel centro abitato e chiese aiuto al primo passante che incontrò per strada. Lei rifiutò di essere accompagnata al pronto soccorso e quindi la condussero alla stazione di polizia. Raccontò la sua storia e dopo qualche minuto di trattative uno svogliato agente si decise a crederle e organizzò una squadra per le ricerche. Elisabetta si fece prestare una giacca e un paio di scarpe e seguì i poliziotti, nonostante le loro insistenze affinché lei restasse in commissariato. Con i cani, cinque agenti armati di potenti pile percorsero il sentiero nel bosco. In mezzo a loro Elisabetta, stanchissima, dolorante e spaventata. Tuttavia quella stradina in mezzo agli alberi, illuminata dai fari della polizia, faceva meno paura e dava più speranza al cuore stritolato della ragazza. Anche il vento stava calando.
Nel cammino ritrovò la sua scarpa e diversi brandelli del suo vestito. Finalmente raggiunsero la casa.
Le pile dei poliziotti illuminarono a giorno l’esterno e l’interno dell’abitazione. La porta si aprì senza opporre resistenza, ma all’interno non trovarono nessuna traccia di Giorgio, né vestiti né sangue. Nulla.
Lei andò in escandescenza e insistette affinché non si fermassero le ricerche, ma gli agenti dopo una breve perlustrazione del perimetro esterno della casa decisero di rientrare e di rimandare le ricerche al sorgere del sole con l’ausilio della scientifica. Elisabetta scoppiò in lacrime e si piantò sull’uscio della casa, decisa a non muoversi sino al ritrovamento del suo fidanzato. I poliziotti, ovviamente, non glielo permisero e la trascinarono via con la forza.

All’alba il bosco brulicava di uomini in divisa, cani molecolari e tute bianche della scientifica. Ma nessuno di loro trovò alcuna traccia dello scomparso.

La casa nel bosco lo aveva ingoiato.






sabato 21 maggio 2016

Italian Sounds: Caron Dimonio, Hungry Like Rakovitz, Lateral Blast, Flat Bit, Virgo, Nera, I Plebei

Per la terza puntata di Italian Sounds ho scelto 7 dischi appena sfornati dalla scena alternativa del nostro bel paese, come sempre ricca di band estremamente interessanti ed etichette agguerrite, nonostante la crisi e il mercato musicale anoressico, vittima dello spread, del jobs act e di chissà cos'altro. Da queste parti di musica se ne compra sempre meno e non è che se ne ascolti molta di più. Ma può essere utile un ascolto preventivo prima di mettere mano al portafoglio o decidere di cambiare canale.

Come al solito la scelta di fare una sorta di maxi recensione cumulativa che contiene all'interno alcune micro-pseudo-recensioni ha i suoi lati positivi ma anche quelli negativi. Ma il tempo che ero riuscito a riacciuffare alcuni giorni fa è scappato nuovamente (con la refurtiva) e il lavoro arretrato continua ad accumularsi.
Bando alle ciance, dunque, perché devo andare a inseguirlo...

Le band di oggi, come dicevo, sono 7 e, come al solito, sono molto diverse tra loro; i dischi in questione sono altrettanti e sono tutti molto interessanti dal mio punto di vista. Anche se sono sicuro che tutti e 7 non possono piacere a tutti:

Caron Dimonio, Hungry Like Rakovitz, I Plebei, Lateral Blast, Nera, Virgo e Flat Bit.

Caron Dimonio - "Solaris"



I Caron Dimonio sono un duo bolognese composto da Giuseppe Lo Bue (voce, chitarra, synth, piano, drum machine) e Filippo Scalzo al basso. Suonano un personale e avvincente Post Punk con largo uso di elettronica, scorie noise e spezie new wave e lo fanno dannatamente bene. "Solaris" è il secondo album della band, contiene 13 magnifiche tracce ed esce per la Atavic Records di Sassuolo.
Uno dei migliori dischi ascoltati quest'anno, senza ombra di dubbio...




Hungry Like Rakovitz - "Nevermind The Light"





Altro disco interessantissimo è il nuovo album degli Hungry Like Rakovitz, band di grande esperienza con all'attivo altri due album e svariati Ep e singoli. Suonano un violentissimo quanto efficace blackened hardcore-grind-sludge o per dirlo con le loro parole pure fucking grimecore. Il nuovo disco della band bergamasca è materiale altamente infiammabile composto da 12 tracce micidiali. "Nevermind The Light" è co-prodotto da Blasphemy Worldwide Records, Shove Records, Drown Within Records, Dingleberry Records e Icore Produzioni.



Lateral Blast - "La Luna Nel Pozzo"




Si cambia completamente genere (ancora una volta) con il nuovo eccellente album dei Lateral Blast, interessantissima band romana assolutamente originale. il loro rock sperimentale è debitore della grande tradizione prog europea ma, come dicevo, è decisamente inclassificabile. Fuori dagli schemi e dalle etichette. Grande musica.
"La Luna Nel Pozzo" esce per (R)esisto distribuzione.




Virgo - "Virgo"



Il secondo album omonimo dei Virgo è un concentrato di potente hard-stoner rock. 12 tracce torride dove i 5 vicentini miscelano la tradizione rock italiana con il suono del deserto americano con gran profusione di decibel e chitarre incandescenti. Decisamente riuscito. "Virgo" è distribuito da Alka Record Label.





I Plebei - "Eterna è la Tensione (di Clavicole, ingranaggi e leve)"



I Plebei sono una band storica in attività dalla metà degli anni 90, partiti come blues band si sono trasformati in un gran carrozzone folk teatrale dalle mille sfaccettature. Nella loro musica convivono il folk in tutte le sue declinazioni, la canzone d'autore, il rock, il blues, un po' di jazz e un po' di swing. Il nuovo album "Eterna è la Tensione (Di Clavicole, Ingranaggi e Leve)" è disponibile da fine aprile.  Il divertimento è assicurato. (R)esisto Distribuzione.





Flat Bit - "Imperfette Condizioni"



Un'altra piacevole sorpresa, per quanto mi riguarda, è stato questo ep dei Flat Bit, Imperfette Condizioni. Devo dire che di solito non vado pazzo per questo electro-pop-rock, più pop che rock a dire il vero in questo caso. Ma questi 6 brani contenuti nell'ep a partire dal riffone hard di Standard alla conclusiva Al Sole mi sono piaciuti parecchio. Alka Record label. Pop molto piacevole...






Nera - "Nera"



Chiude questo strampalato minestrone sonoro l'ep omonimo dei Nera, il secondo dopo "The Last Days of Love" del 2012. In questo nuovo disco la band fiorentina propone 5 tracce anticipate dal singolo "La Plastica." Ottimo alternative rock potente e chitarroso, rigorosamente cantato in italiano.
Anche questo disco esce per la Alka Record label.




Amen

Arcobaleno


lunedì 16 maggio 2016

Discharge - End of Days


I maestri sono tornati. A distanza di 8 anni dal precedente "Disensitise," un disco che ho consumato  a forza di ascolti come pochi altri nell'ultima decade, la storica band di Stoke-On-Trent ritorna in pista con il nuovo "End of Days" pubblicato dalla Nuclear Blast. 
Tra un disco e l'altro la formazione ha visto il cambio al microfono: Tony "Rat" (ex Varukers) ha lasciato il posto a JJ Janiak proveniente dalle fila dell'altra band di Bones, i Broken Bones. Le bacchette sono dal disco precedente strettamente tra le mani di Dave "Proper" Caution e Tony "Bones" Roberts e Roy "Rainy" Wainwright, come sempre dal 1977 ad oggi, si dividono rispettivamente chitarra e basso. La seconda chitarra è affidata a Tezz Roberts, anch'egli nei Broken Bones nonché fratello gemello di Bones, nonché ex membro dei Discharge delle origini. 
Comunque il cambio di corde vocali non cambia il risultato finale, data la provenienza dalla band parallela-gemella del nuovo entrato; il nuovo vocalist se la cava egregiamente con la materia incandescente Discharge.
"End of Days" prosegue sulla scia dell'ottimo (e sottovalutato) predecessore e si allinea inevitabilmente anche con la produzione più recente dei Broken Bones, ma suona Discharge sino al midollo. In queste nuove 15 tracce l'alchimia sonica funziona alla meraviglia, la scarica infinita di adrenalina, i riff granitici e i ritmi vorticosi riportano il punk dove deve stare, anzi qui c'è l'essenza stessa del punk; tutto il resto non ha grande importanza.
Il nuovo disco risulta vero e credibile dalla prima nota all'ultima come pochi altri nel genere, le liriche sono pugnalate e la chitarra di Bones non è mai stata così ispirata e incontenibile da tanti anni a questa parte. È inutile segnalare una traccia piuttosto che un'altra, come sempre, un disco dei Discharge è un monolito, brutto, sporco e cattivo, che va ingerito tutto d'un fiato, in un colpo solo.
Il suono di questi solchi accontenterà di sicuro chi è cresciuto a pane e Discharge, chi vi è arrivato grazie alle citazioni, cover o magliette di Metallica, Slayer e thrasher di ogni latitudine, ma anche tutti quelli che a tempi di "Hear Nothing See Nothing Say Nothing" non erano ancora nati ma che dal punk pretendono protesta feroce, testi corrosivi e velocità ben oltre il limite consentito dalla legge.
Qui la melodia non è di casa, c'è solo brutale violenza, il più puro hardcore-punk inglese, il "classico" D-Beat creato secoli fa dai Discharge qui arricchito con generose dosi di riff thrash/speed metal.
Bentornati maestri.

Tracklist:

01.New Worl Order
02.Raped and Pillaged
03.End of Days
04.The Broken Law
05.False Flag Entertainment
06.Meet Your Maker
07.Hatebomb
08.I Can't Happen Here
09.Infected
10.Killing Yourself to Live
11.Looking at Pictures of Genocide
12.Hung Drawn and Quartered
13.Population Control
14.The Terror Alert
15.Accessories by Molotov, Pt.2

2016 - Nuclear Blast 




https://www.facebook.com/Dischargeofficial/




venerdì 13 maggio 2016

Grazie Dinamo.


Mentre su Sassari calavano le prime ombre della sera i Giganti di bianco-blu vestiti, posavano i loro piedi sul parquet infuocato del PalaSerradimigni per dare battaglia alle truppe della Grissin Bon Reggio Emilia. Era l'11 di maggio A.D. 2016, pochi giorni fa, ma pare che sia passato un secolo. Gara 3, quella dell'ultimo disperato tentativo per tenersi cucito lo scudetto ancora per un anno, è andata male, nonostante il grandissimo contributo alla causa (come sempre) della fanteria sugli spalti.
Comunque questa è stata una stagione difficile e faticosa, con molti cambi e partenze importanti (il grande Meo Sacchetti su tutti, ma anche Haynes e Mitchell), ma anche con picchi inaspettati ed entusiasmanti che avevano fatto ben sperare. Purtroppo, invece, alla fine è arrivata una squadra stanca che ha dato l'anima per raddrizzare l'ultima parte della regular season, ma non ha retto alle cannonate dell'armata di Reggio Emilia.
I Quarti di questi playoff 2016 erano iniziati male con Gara 1 nettamente dominata dalla Grissin Bon, ma Gara 2 aveva fatto ben sperare per lunghi tratti (praticamente tutta la partita, eccetto gli ultimi 5 minuti di gioco) con la Dinamo quasi sempre avanti, nonostante un arbitraggio quantomeno discutibile, se non addirittura accondiscendente verso i padroni di casa. Con questi presupposti, sul 2-0, non è che si poteva fare granché a parte metterci l'ultimo residuo di forze sino all'ultima goccia, l'anima, il sangue e la vita. È stato bello, ma quel coitus interruptus... Perché tutto faceva ben sperare: il Cagliari in serie A, il Leicester campione d'Inghilterra, la marea di tifosi bianco-blu che attraversava l'isola in lungo e largo, la Sampdoria in salvo, la Manital Torino del grande Dyson pure, il moto astrale favorevole e soprattutto un gran finale di stagione di Akognon, Alexander e Varnado. Invece un cazzo. La Grissin Bon sostenuta da un gruppetto di 5-6 coraggiosi e rumorosi supporter con bandiere e tamburi ha espugnato la fortezza del PalaSerradimigni. Giù il cappello e onore a loro.  

Il problema è che la squadra emiliana, nonostante i risultati negli scontri diretti in questo campionato si siano tinti di bianco-blu, è una squadra decisamente più forte e possiede una panchina più consistente. Onore ai vincitori dunque anche se, a dirla tutta, tra le loro fila sono in parecchi a non suscitare una particolare simpatia. In ogni caso hanno meritato il biglietto per le semifinali e forse era giusto così...(Non è vero, non lo penso e non l'ho mai pensato - non ditelo a nessuno però. Ma le circostanze mi impongono di scrivere questa frase dolorosa...°##**!!!)
Anche se il finale è stato quasi un Horror e la stagione è stato un interessantissimo thriller ricco di colpi di scena, emozioni a valanga e montagne russe in classifica, la Dinamo mi/ci ha regalato dei momenti indimenticabili e impagabili. Ci avevamo sperato e creduto sino alla fine però è andata diversamente, ma tutti hanno dato il massimo. E questo può bastare.

Se non altro adesso, una volte ripiegate sciarpe e bandiere, smetterò per qualche tempo di assillare quei pochi disgraziati lettori rimasti con le gesta della Dinamo e riprenderò il discorso con il rock'n'roll, l'arte, la fotografia, i libri e cazzate varie.

Con le valigie pronte e le infradito ai piedi in largo anticipo (fuori piove e tira vento) bisogna pensare al prossimo campionato. Spero che i giocatori migliori restino a Sassari (mi riferisco a Logan, sempre sia lodato, Akognon, Stipcevic, Alexander e l'inossidabile capitano Jack Devecchi, per esempio) e magari che il mitico presidente Sardara riesca a fare shopping in gioielleria.

GRAZIE Dinamo, GRAZIE Sardara, GRAZIE Pasquini, GRAZIE Sassari!





















My name is Logan, David Logan...



giovedì 12 maggio 2016

I Divoratori delle ombre 2.0



Le sfere arrivarono d’improvviso dal cielo. Una moltitudine splendente di scie luminose tra le nuvole candide come panna montata sullo sfondo azzurro. Gran parte della popolazione della città si riversò per strada per assistere al curioso e inaspettato spettacolo che offriva il cielo, con gli occhi sgranati sulle scenografiche traiettorie, quasi come fossero tutti sotto ipnosi. Si consultavano e si scambiavano occhiate interrogative e tutta una serie di teorie improbabili e verità discutibili, ma senza distogliere troppo a lungo lo sguardo dalla pioggia di palle luminose. Diversi gruppi di bambini si lanciarono in corse folli con una colonna sonora di urla di stupore e gioia. Sotto quel meraviglioso spettacolo colorato, incuranti dei richiami di madri, padri e passanti, gli sciami di bimbi vocianti contrastavano nettamente con l’assoluta immobilità degli adulti. Tra questi ultimi iniziava a serpeggiare come un’ombra sinistra una crescente preoccupazione che lentamente li stava risvegliando dallo stato di torpore simil-ipnotico che li aveva colpiti.

Le sfere giunsero al suolo ad altissima velocità, roteando vorticosamente e scavando profonde buche su terra, case, alberi, auto e qualsiasi altra cosa che incontravano nella loro traiettoria. Erano in grado di bucare un essere umano come se fosse fatto di burro e i corpi iniziarono ad accumularsi velocemente sull’asfalto. L’attrito con la materia terrestre e la violenza dell’impatto creavano lunghe colonne di fumo, offuscando la visuale della popolazione in fuga. Il panico si diffuse velocemente con il suo caotico seguito di clacson, grida e lacrime e fiotti di terra, fumo, gas e acqua che si levavano in cielo. La gente correva disperata per cercare di raggiungere un riparo, ma anche le case venivano perforate come gigantesche forme di gruviera e bisognava scavalcare i cadaveri, i feriti e le persone in preda al panico per scappare via. Ai semafori iniziò l’autoscontro e le fiamme si levarono alte, tagliate dalle scie della pioggia di sfere. Poi uno sfrecciare continuo di auto di polizia, ambulanze e camion dell’esercito. Gli altoparlanti invitavano alla calma, ma nessuno li ascoltò e la calma non arrivò. Il fumo era sempre più alto, più alto dei palazzi, più alto delle urla di terrore. Poi la pioggia cessò. Miliardi di sfere, poco più grandi di una pallina da tennis, avevano ricoperto la città, i morti e ogni cosa. Arrivò il silenzio seguito da una scia di ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco, e la gente uscì nuovamente per strada con il naso all’insù nel timore di altri scrosci di quella grandine mortale. Le sfere nel terreno pulsavano, la loro superficie liscia, di una materia sconosciuta era cangiante e ipnotizzava e affascinava chiunque le osservasse a lungo. Qualcuno provò a prenderle a martellate, ma i colpi non le scalfivano minimamente e le sfere, come se fossero animate, si rifugiavano nel terreno scavando profonde buche, roteando con una velocità elevatissima e inaspettata. Qualcuno provò a spararci sopra ma i proiettili rimbalzavano e schizzavano via pericolosamente. Altri provarono a schiacciarle con le auto, bulldozer o altri mezzi, ma ogni tentativo era vano e le sfere rotolarono via per sfuggire alle aggressioni. L’esercito cercò di raccogliere quanti campioni fosse possibile, ma era difficile portarle via, nonostante le loro dimensioni contenute, sia per il loro elevato peso specifico sia perché non si lasciavano catturare e rotolavano via dalle scatole e rompevano e distruggevano anche i più robusti contenitori. Allora provarono a infilarle in casseforti di metallo per poterle trasportare nei laboratori, ma ottennero come unico risultato un leggero guadagno di tempo nell’ordine di qualche millesimo di secondo, non di più. Le piccole sfere luminose non si lasciavano catturare. Semplicemente se ne stavano lì a formare un gigantesco tappeto colorato che si spostava al passaggio di mezzi, uomini o animali per poi riprendere possesso del terreno.  Si muovevano come se fossero un unica entità, un enorme corpo composto da tanti atomi metallici solo apparentemente disuniti tra loro.
E il panico dilagò, definitivamente, senza pietà.
Il via vai di gente, voci e uomini in divisa accompagnò l’arrivo del crepuscolo e, con esso, il crepitare delle sfere che come grilli nell’oscurità iniziarono a cantare. Le palle roteavano sul loro asse vorticosamente e, con uno sfavillio di colori vivaci, si schiusero contemporaneamente, tutte insieme, in ogni angolo della città.
Dai frantumi luminescenti delle piccole sfere, dalle ceneri metalliche, sorsero degli esseri antropomorfi enormi e dalla pelle grigiastra. Le loro notevoli dimensioni mal si conciliavano con il minuscolo involucro che li aveva contenuti sino a poco prima, ma nessuno in quel momento si preoccupò di cercare una spiegazione razionale al fenomeno. Il terrore dilagava tra i volti schiacciati contro i vetri delle finestre appannate e a nessuno degli abitanti della città venne in mente una riflessione sulle leggi della fisica o sull’improbabilità di quella serie di eventi. C’era chi se la faceva sotto, chi sveniva, chi pregava e anche chi non aveva più la forza di fare niente di tutto ciò; qualcuno si era disconnesso con il proprio cervello.
E gli esseri sorgevano dai cocci fumanti a migliaia e avanzavano tra le ombre delle strade deserte.
I nuovi arrivati camminavano eretti, lievemente ricurvi sulle spalle, con gli arti superiori molto lunghi, soprattuto per causa delle lunghissime dita nodose che andavano assottigliandosi nelle estremità, divenendo acuminate come aghi. Le gambe, invece, erano corte e massicce e terminavano nei grandi piedi a tre dita. La testa era di dimensioni spropositate. La parte inferiore, la bocca, era simile a quella di un grosso pesce carnivoro con tantissimi denti acuminati e lunghissimi che sporgevano verso l’esterno. Il naso era lungo e sottile, come le dita delle mani, e si muoveva e oscillava come se avesse una sorta di sensore di qualche tipo sulla punta. Gli occhi erano sporgenti e grandi, privi di luce ed espressione. Le orecchie erano assenti e al loro posto c’erano due piccoli buchi scuri. La parte superiore era priva di peluria e leggermente più chiara e più sottile del resto della copertura cutanea, era attraversata da una fitta rete di vene e capillari molto superficiali. Quella inferiore, invece, era ricoperta da ciuffi di peli irti e setosi.
Si muovevano veloci, con grandi falcate, nonostante le gambe relativamente piccole e tozze, e vagavano tra le rovine, i morti e la gente in fuga senza degnare di uno sguardo niente e nessuno. Apparentemente non erano interessati agli esseri umani, ma questo particolare non era sufficiente a tranquillizzare la popolazione in preda al panico.

L’esercito si organizzò con armi pesanti e truppe in assetto da guerra. In attesa dell’ordine di aprire il fuoco. La tensione e il sudore aumentavano sotto gli elmetti e le mani inguantate stringevano nervosamente le armi. Partì un colpo, forse accidentalmente, forse a causa della paura, e ne seguirono tanti altri: mitragliatrici, mortai e cannoni levarono alta la propria voce. Era la difesa disperata della città contro gli invasori.
Gli esseri cadevano a terra sotto le fitte raffiche di proiettili, ma poi si rialzavano come se nulla fosse accaduto, senza una ferita, senza alcun segno sul corpo. Proseguivano il loro cammino tra le tenebre incalzanti, senza curarsi delle armi puntate verso di loro e delle esplosioni che rendevano il loro equilibrio instabile e la loro avanzata leggermente più difficoltosa, ma nulla di più.
Arrivò l’ordine per cessare il fuoco e le armi tacquero. I giganti passarono in mezzo alle fila di cannoni e militari schierati in un silenzio irreale, sotto la luce dei grandi fari dei blindati. I soldati si scostarono per non essere schiacciati da quegli esseri alti tre metri e loro sparirono in silenzio, con grandi falcate verso il buio.
Le ambulanze ripresero a correre e le sirene saturarono la notte. Lo scricchiolio dei resti delle sfere accompagnava ogni movimento, ogni passo. I bambini iniziarono a collezionare quintali di frammenti cangianti e luminosi, liberando in questa maniera le strade in modo molto efficace e rapido.
Arrivò il mattino con i suoi raggi caldi e subito dopo arrivarono gli esseri dalle mani lunghissime, e il panico riprese il suo corso. La gente, già adeguatamente allenata dalla sera prima, si mise a correre per sfuggire al pericolo. Ma i giganti pareva che ignorassero completamente i fuggiaschi. Poi uno di loro si avvicinò alle spalle di un’ignara vecchietta, presumibilmente sorda, che passeggiava su un marciapiede. La gente urlò con quanto fiato aveva in gola per richiamare l’attenzione della donna, ma lei non si accorse di nulla. L’essere grigio si chinò, un po’ goffamente, verso di lei, spalancò le fauci con gli enormi denti umidi di bava schiumosa e morse l’ombra della donna. Si risollevò e ne tastò il gusto, si leccò le labbra, poi rincorse la vecchia, che aveva continuato a camminare ignara, seguita dalla sua ombra dimezzata. La raggiunse, si chinò nuovamente e finì il pasto, ingurgitando completamente l’ombra della vecchia. Lei a quel punto avvertì qualcosa, come una strana sensazione, una presenza, e si voltò, trovandosi il mostro davanti con le gambe divaricate e la bava che gli colava dal muso. La donna gridò, lasciò cadere per terra le buste che aveva in mano e scappò via a gambe levate. Senza più la sua ombra dietro.

E i divoratori delle ombre ripresero la caccia dietro altri passanti inconsapevoli.


Questa stronzata è la nuova versione di un vecchio racconto che avevo pubblicato in uno dei primi post di questo strampalato blog. Questi "Divoratori", nella versione originale, avevano trovato posto anche nel primo contenitore di folli racconti brevi "Fantasmi Fritti a Cena" e anche nelle prime pagine del libro "Antblog." Allora perché proporlo di nuovo? Non so. Non ha molto senso...ma la mia tastiera di questi tempi è arida come non mai.







giovedì 5 maggio 2016

La Dinamo, i playoff e la magia del PalaSerradimigni



"We can beat everybody right now" David Logan 

E siamo ancora lì, nonostante i gufi, il fato avverso e una stagione altalenante nella quale si sono viste autentiche meraviglie e cose al limite della decenza. La Dinamo Sassari con lo scudetto ancora ben cucito sulla maglia è pronta a giocarsela di nuovo, a un anno di distanza dai trionfi del triplete. 
È di ieri l'ultima impresa epica dei giganti biancoblu con la clamorosa vittoria, all'ultima frazione di secondo prima della sirena, con una bomba incredibile di Josh Akognon che vale il settimo posto in classifica e, soprattutto, la sconfitta per la corazzata di Milano. Proprio nella giornata in cui, incredibilmente, non ha brillato come al solito la stella di David Logan si è chiusa alla grande la regular season per Sassari (e tutta l'isola al seguito). Con il grande talento del "professore" un po' sottotono (ma a lui si può perdonare tutto) si sono viste le magie di Akognon (il che non è assolutamente una novità, anzi tutt'altro) Joe Alexander e uno strepitoso Jarvis Varnado (questa si che è una piacevolissima novità).
Ancora una volta, quindi, mi vedo costretto a rivedere il "palinsesto" di questo sgangherato blog, e a mettere da parte per un po' musica, arte, libri e cazzate, per lasciare spazio alla squadra del bravissimo Federico Pasquini. A proposito di quest'ultimo c'è da dire che quasi nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma lui ha fatto resuscitare l'anima indomabile della Dinamo e il talento assopito di una buona formazione, molto più buona di quello che i risultati e la posizione in classifica fanno pensare. Tanto che non si rimpiangono più né l'ottimo Haynes, che ha fatto le valigie per sua scelta, né l'oggetto misterioso Tony Mitchell, al quale le valigie gliele hanno consegnate bell'e pronte.
Ma si sa, lo sport e il basket in particolare sono una fonte infinita di soddisfazioni anche per questo: le corazzate affondano, i risultati non sono sempre scontati e i gufi se la pigliano in culo... delle volte.
In ogni caso ritengo che Trento, Pistoia, Cremona e Avellino siano assolutamente alla portata della Dinamo, ma anche i due squadroni (Milano e Reggio Emilia), come si è già visto in campionato, non sono così inafferrabili; anche loro sono pur sempre terrestri...Non ci sono alieni di altri mondi nel nostro campionato, né mostri di alcun tipo. E poi David Logan (sempre sia lodato) gioca qui e quindi casomai sono gli altri a doversi preoccupare almeno un po', sono altri ad avere qualcosa da perdere. A questo punto tutto quello che arriva dai playoff è ben accetto, perché sino a qualche mese fa nessuno ci sperava più...o quasi. L'importante è che sia finita la stagione dei regali (vedi i doni offerti dalla Dinamo a Cremona o a Pistoia, per esempio) perché la squadra c'è, il coach pure e il pubblico anche, e dovrebbero essere cazzi amari per tutti... non siam mica qui a lucidare il parquet.

#BeDinamo
#BeGiants












David Logan 3
Brenton Petway 1
Matteo Formenti 5
Jack Devecchi 8
Joe Alexander 9
Lorenzo D'Ercole 10
Denis Marconato 11
Brian Sacchetti 14
Josh Akognon 16
Rok Stipcevic 24
Jarvis Varnado 32
Kenneth Kadji 35

allenatore Federico Pasquini
presidente Stefano Sardara










Faccia di Trudda...


Playoff 2016 Quarti 7-15 Maggio:

EA7 Emporio Armani Milano - VS - Dolomiti Energia Trento

Grissin Bon Reggio Emilia - VS - Dinamo Banco di Sardegna Sassari

Sidigas Avellino - VS - Giorgio Tesi Group Pistoia

Vanoli Cremona - VS - Umana Reyer Venezia

Calendario Dinamo Sassari - Reggio Emilia:

Gara 1 - 7 Maggio 2016: PalaBigi Reggio Emilia h 20:45 Rai Sport 1 HD

Gara 2 - 9 Maggio 2016: PalaBigi Reggio Emilia h 20:30

Gara 3 - 11 Maggio 2016: PalaSerradimigni Sassari h 20:30

Eventuale Gara 4 - 13 Maggio 2016: PalaSerradimigni Sassari h 20:30

Eventuale Gara 5 - 15 Maggio 2016: PalaBigi Reggio Emilia h 20:30