Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

giovedì 9 aprile 2020

Dinamo Sassari: il coronavirus chiude la stagione 2019-2020 di basket


Com'era logico attendersi la Federazione Italiana Basket ha dichiarato conclusa la stagione 2019-2020 del campionato di Serie A. Dopo la A2, le serie minori, il campionato femminile e i campionati giovanili anche il campionato LBA chiude bottega a causa dell'emergenza Covid-19. La graziosa bestiola oltre ad aver causato un impressionante numero di morti (quasi 18.000 in Italia, 90.000 nel mondo quelli accertati, forse molti di più) e malati (1.500.000 nel mondo, circa 140.000 in Italia), oltre ad aver minato l'economia e la sopravvivenza stessa di molte nazioni, ora piano, piano, costringe allo stop anche lo sport. O almeno quasi tutto lo sport, dato che il campionato di serie A di calcio pare non ne voglia sapere di abbassare la saracinesca. 
Premesso che la decisione della FIP e della LBA è assolutamente giusta e condivisibile - oltre che inevitabile, aggiungerei - ora ci ritroviamo spiaggiati sul divano, con i palazzetti e i canestri vuoti, la palla ferma e niente partite, niente playoff, niente scudetto e un futuro incerto. Non si poteva fare diversamente lo so, ma il canestro manca come anche le gesta di Pozzecco e la sua meravigliosa banda.
Sars-Cov-2 ha dato una bella mazzata alle nostre vite, alle nostre abitudini e anche allo svago, assolutamente fondamentale per poter vivere e non solo vegetare. Il danno economico per molte società di basket potrebbe essere mortale. La Dinamo Sassari è una società solida e sana e anche se peseranno eccome i circa di 2 milioni di euro che si dovrebbero perdere tra mancati incassi, diritti tv e mancati introiti dagli sponsor, è assolutamente in grado di sopravvivere a tutto questo disastro. Non so però se tutte le società saranno in grado di farlo dato che il basket italiano non ha lo stesso giro di miliardi del calcio o della formula 1. Il lockdown di tutto il movimento potrebbe essere una catastrofe ma anche l'occasione per ripartire più forti e agguerriti di prima, sempre che questo virus bastardo si levi di mezzo il prima possibile e si possa riaprire l'Italia (e il mondo) al più presto.

Alle 17 è prevista la conferenza stampa del presidente Stefano Sardara in streaming, subito dopo (alle 18) ci sarà il solito immancabile appuntamento con Angelo Borrelli della Protezione Civile...e anche oggi il pomeriggio è pieno, in un modo o nell'altro. Speriamo bene. A presto per gli aggiornamenti.

Tenete duro, ragazzi e RESTATE A CASA!












lunedì 6 aprile 2020

La Dinamo Sassari, il virus, la raccolta fondi per gli ospedali sardi e il canestro che aspetta


Non ci è dato sapere quali saranno le decisioni del Coni, FIP e LBA, in merito ad una eventuale ripresa del campionato di serie A. Tutto dipende dall'andamento dell'epidemia e dalle decisioni del governo, ovviamente. Comunque allo stato attutale pare decisamente improbabile che si ritorni a giocare in questa stagione per tutta una serie motivi. Prima di tutto perché è già tardi, il 13 aprile quando scadranno le restrizioni per l'emergenza (ammesso che non vengano rinnovate, cosa alquanto improbabile) è ancora più distante nel tempo, gli atleti sono fermi con le quattro frecce da tanto, poi per quanto abbiano proseguito stoicamente con gli allenamenti individuali a casa propria, non possono entrare in condizione subito. Ci sarebbe poi il problema di dover disputare le gare senza pubblico - salvo colpi di scena - per giunta in piena estate con l'ulteriore complicanza dei palazzetti bollenti (vedi quello di Venezia su tutti). Senza contare che tanti atleti di diverse squadre sono partiti e non sarà facile riportarli indietro con le restrizioni ai viaggi messe in atto da tanti paesi. Inoltre ci sarebbe anche il problema degli spostamenti nel territorio nazionale, dato che in questo momento non solo sono bloccati gli spostamenti internazionali ma anche le frontiere interne tra le varie regioni, oltre ad avere in questo momento quasi tutte le flotte aree a terra, soprattutto qui in Sardegna. In tutti i casi, che si prosegua o no, il campionato verrà falsato da troppe variabili, sarebbe un'altra cosa rispetto alla stagione 2019-2020 ferma dal 7 marzo quando si è giocato proprio Roma-Dinamo in un irreale palazzetto vuoto.
Penso che tutti siano orientati a chiudere la stagione qui, senza né vinti né vincitori. In questo momento nel gruppo delle prime otto, in un ipotetica griglia playoff, la Virtus Bologna è prima con 36 punti, la Dinamo Sassari seconda con 32, Milano e Brescia sono appaiate a quota 28, seguono Brindisi a 26, Cremona a 24 e il gruppo da 22 punti con Trento, Fortitudo Bologna e Venezia. Lo scudetto virtuale è nelle mani della Virtus che però ha già rifiutato l'ipotesi di un'assegnazione d'ufficio alla prima in classifica. Giustamente, aggiungerei. Molte squadre, tra le quali la Dinamo, si sono tagliate gli stipendi per non far affondare le società già private dei mancati incassi, dei diritti televisivi e, ovviamente, dalle conseguenze causate dalle difficoltà economiche degli sponsor. Alcune società già con problemi finanziari ancora prima di questa tragedia sono messe anche peggio.
Non so cosa ne verrà fuori alla fine e, anche se questi sono decisamente problemi secondari rispetto alla tragedia che stiamo vivendo, alle migliaia di morti e alle famiglie distrutte, il canestro ci manca. Eccome. Forza Dinamo!

Attraverso la Fondazione Dinamo, in collaborazione con il Banco di Sardegna e la Nuova Sardegna, prosegue la raccolta fondi per gli ospedali della Sardegna "Sosteniamo gli Ospedali Sardi"

"il numero della Fondazione Dinamo +393420320399 per le proprie donazioni: un ulteriore servizio che si aggiunge alle modalità già attive così da permettere a tutti di accedere agevolmente alle donazioni.
In alternativa si può fare un versamento attraverso un bonifico alla Fondazione Dinamo tramite iban IT41J 01015 17200 0000 70314705 causale “Emergenza Covid-19 donazione” (BIC BPMOIT22XXX). Oppure è possibile versare alla Fondazione Dinamo la cifra desiderata, attraverso l’e-commerce biancoblu http://www.dinamostore.it/"



#RESTIAMOACASA


https://www.dinamobasket.com/it/dtv

Sino adesso in Sardegna 922 contagiati (151 ricoverati di cui 25 in terapia intensiva) e 47 vittime. Purtroppo.

***

Come eravamo quando prima dell'avvento di Sars-Cov-2, quando ancora si viveva, si giocava e si stava insieme. La Dinamo-Banco di Sardegna e alcuni dei suoi successi passati e recenti immortalati in alcuni video dal canale Dinamo tv. Altri tempi, altre emozioni, un altro mondo...Con la speranza che torni presto.




Comunque ragazzi c'è troppa gente in giro, solo nel weekend 20.000 denunciati, tra i quali altri 25 assassini positivi al tampone che hanno violato la quarantena. Non ci sono più parole per descrivere questi nostri connazionali incoscienti (e pericolosi). Un disastro nel disastro. Dopo qualche giorno di silenzio e strade vuote sabato già si notava un bel via vai solo nel piccolo spazio di mondo visibile dalla mia finestra. Oggi, lunedì 6 aprile, soprattutto di mattina, mi sono sembrati addirittura molti di più. Il coglionavirus colpisce ancora. 
RESTATE A CASA!

***

In appendice ho deciso di mettere un vecchio raccontino, già pubblicato in questo strampalato blog nel 2013 e in versione cartacea nella raccolta di racconti "Zuppa di mitocondri" dello stesso anno. Come tutti i miei pseudo-racconti ovviamente non ha pretese letterarie, trattasi del solito bozzetto, grezzo e alquanto rustico - come sempre - non privo di errori e orrori. Tuttavia ho deciso di buttarlo dentro così com'era e com'è senza né ritocchi né imbelletti. Il virus in questione di cui tratta il racconto è un po' diverso da Sars-Cov-2 e soprattutto la malattia che scatena ha solo alcuni aspetti in comune rispetto alla Covid-19, ma ci sono comunque diverse analogie tra le due bestiole...



Era buio e la pioggia picchiettava sui vetri appannati. Il dito di Arturo disegnava delle linee senza senso sulla superficie umida della finestra, e nel frattempo il suo cervello cercava di riordinare i pensieri, le cose da fare e quelle da evitare. Mentre era assorto e seguiva con lo sguardo le sue linee, si dimenticò dell’altra mano e della sigaretta accesa che attendeva inerte tra le dita. Sino a quando un leggero bruciore tra indice e medio attirò la sua attenzione, ma era troppo tardi ormai e il lungo cilindro di cenere si staccò dalla parte ancora integra della sigaretta e cadde. Arturo seguì il volo con lo sguardo sino a quando il residuo della combustione non raggiunse il pavimento, in mezzo ai suoi piedi.
Si guardò le dita della mano e notò che stavano assumendo una leggera colorazione giallastra.
- Cazzo! Devo smettere di fumare!
Ma quel pensiero svanì nella successiva boccata di fumo. Forse solo per quella sera o forse per sempre.
Già altri pensieri avevano soppiantato quell’idea e una piccola porzione di vetro pulito dal vapore acqueo aggiunse ulteriori distrazioni, consentendo la vista sulla strada, la notte e la pioggia.
Sul marciapiede svettava qualche ombrello sopra un gruppetto di teste chine e una nube di discorsi e parole impercettibili.
Fortunatamente i doppi vetri isolavano completamente la casa e i rumori restavano fuori. Sotto la pioggia. Al freddo.
Ogni tanto passava qualche auto che, incurante dei pedoni e delle pozze d’acqua che si erano formate sulla strada, non rallentava affatto e sollevava per aria schizzi e spruzzi contro i quali nulla potevano gli ombrelli e le urla provenienti dal di sotto.
Poi il vapore proveniente dalle narici di Arturo cancellò tutto, tranne qualche ombra dai contorni sfumati e il riverbero delle luci sulla strada.
Mentre cercava di seguire con lo sguardo l’ultima auto che stava svanendo nell’ultimo pezzetto di vetro non ancora appannato, un suono penetrante lo distolse dai suoi pensieri.
Era la sveglia che lo stava avvisando che i vetrini erano pronti per la lettura al microscopio.
Si diresse verso il piccolo laboratorio, senza fretta, mentre la sveglia insisteva nel richiamare la sua attenzione.
Arturo la raggiunse e la fece tacere. Poi estrasse i vetrini dal bagno di colore e li mise ad asciugare sopra un panno candido.
L’odore acre del reagente gli invase le narici e, anche se, dopo tanti anni, doveva essere abituato a quell’aroma non proprio gradevole, continuava a esserne infastidito.
La stanza, o meglio, lo sgabuzzino adibito a laboratorio era piccolo e privo di aperture verso l’esterno che consentissero un adeguato ricambio d’aria. Non c’era neanche una piccola finestrella né una ventola.
Lo spazio era occupato da un grande armadio, un frigorifero, un lavandino e un tavolino sul quale dominava il microscopio, circondato da boccette, provette e pipette di varie forme e dimensioni.
Del resto il piccolo laboratorio gli serviva solo quand’era costretto a portarsi il lavoro a casa, in casi molto particolari. Nella clinica universitaria aveva a disposizione ben altre apparecchiature e ben altri locali. E anche un sistema di ventilazione e filtraggio dell’aria.
Ma il minuscolo distaccamento domestico, autentico avamposto della scienza tra le mura amiche, donava una tranquillità impagabile alla sua materia grigia. Qui poteva riflettere con calma, prendersi tutto il tempo necessario e anche ignorare le linee guida e i protocolli.
Nessuno lo poteva vedere. Nessuno poteva suggerire o consigliare.
Erano soli, lui e le cellule che sguazzavano sui vetrini e dentro le provette. Ma questa volta le cellule da analizzare erano più complesse e antipatiche del solito.
La bestia, il virus, stava colonizzando un buon numero di organismi viventi e sino a quel momento ogni tentativo di arginamento dell’infezione era fallito miseramente. Gli antivirali disponibili sul mercato non avevano sortito alcun effetto sulla graziosa bestiola; anche quelli che di solito si tengono ben chiusi in cassaforte e che vengono utilizzati solo nelle grandi occasioni.
L’infezione aveva rotto gli argini ed era riuscita a spiccare il grande salto, da una specie all’altra, in pochissimo tempo. Il virus si adattava bene e velocemente ai nuovi habitat, senza incontrare alcuna resistenza e la sua carica virale era impressionante.
Dopo volatili, suini e ovini, era toccato all’uomo l’onore e l’onere di accogliere e ospitare il nuovo microrganismo mutante. Ma lui, la bestia, non si accontentava di percorrere la strada in un solo senso di marcia, era in grado di tornare indietro, dall’uomo agli animali, per poi ripresentarsi nei polmoni degli esseri umani con una nuova veste, ancora più forte e invincibile.
Arturo era solo uno dei tanti soldati che in ogni luogo della terra, in ogni laboratorio, in ogni ospedale, stavano cercando di scoprire le abitudini e gli eventuali punti deboli dell’animaletto.
In clinica aveva a disposizione un centinaio di campioni ematici di pazienti in diverse fasi della malattia, oltre che qualche provetta colma di sangue infetto prelevato in diversi allevamenti di suini.
Nel suo piccolo laboratorio casalingo aveva portato solo tre campioni di sangue umano, più che sufficienti per passare la notte in bianco.
La guerra era appena cominciata, ma il tempo correva veloce ed era assolutamente necessario trovare una soluzione prima che si diffondesse il panico. Come sempre, in questi casi, i giornalisti e i giornalai non aiutavano, anzi, pareva che stessero combattendo una battaglia diversa; in molti notiziari i numeri dell’epidemia crescevano in modo spropositato rispetto alla realtà, per non parlare del numero dei morti e aspiranti tali e, con questi, cresceva proporzionalmente anche il numero dei lettori.
Era una gara, una sorta di corsa a premi per chi la sparava più grossa e riusciva ad attirare di più l’attenzione dei lettori o telespettatori. O almeno così la pensavano la maggior parte di quelli in camice bianco. A qualcuno che lavorava per le case farmaceutiche, invece, faceva molto comodo il lavoro dei giornalai. In molti si sfregavano le mani. In tantissimi, invece, si sfregavano gli amuleti, i feticci o le immagini sacre, secondo le proprie credenze.
L’infezione si propagava per via aerea. Perciò non era semplice fermarla, anche perché il virus aveva una buona resistenza all’esterno; riusciva a campare anche alcuni giorni al di fuori dell’organismo ospite, pur non essendo in grado di moltiplicarsi senza il cibo offerto dalle cellule umane o animali. Vegetava nel suo stato inerte di virione, per poi risvegliarsi d’improvviso dal suo stato letargico una volta raggiunto il nuovo territorio di caccia.
Con l’ipoclorito di sodio si riusciva a ridurre la carica virale nelle zone contaminate, ma non era affatto semplice eliminare l’agente patogeno dalle aree affollate colpite dall’epidemia, nonostante l’uso massiccio di mascherine chirurgiche, divenute quasi introvabili nel giro di poco tempo.
Nei laboratori delle case farmaceutiche si lavorava a un improbabile vaccino da dare in pasto ai giornali e ai governi. In altre parti si progettavano mascherine con un sistema di filtraggio consono alle dimensioni ridottissime del nuovo arrivato. E i profitti crescevano di pari passo con il propagarsi dell’epidemia e del panico conseguente.
In varie manifestazioni popolari si gridava al complotto, al terrorismo e anche alla complicità delle industrie farmaceutiche. Ma, come la solito, tutto finiva li, con lo scioglimento della manifestazione, in qualche strada secondaria, sotto i colpi dei manganelli della polizia.
Arturo, invece, doveva continuare; doveva capire come agiva la bestia. Anche se li, nello stanzino senza finestre, non disponeva del microscopio elettronico della clinica e non poteva guardare in faccia il nemico.
Con il suo vecchio microscopio, compagno di mille battaglie, poteva solo osservare le cellule umane aggredite dall’invasore sconosciuto e come queste rispondevano all’attacco.
I sintomi dell’infezione erano abbastanza semplici da identificare, anche se, inizialmente, la malattia esordiva come una comune sindrome influenzale, con febbre elevata, dolori diffusi e disturbi delle vie aeree. Solo in un secondo tempo, a distanza di qualche giorno dall’esordio, il male si manifestava con tutta la violenza della quale era capace. Dapprima solo macchie scure sulla pelle, piccole ecchimosi o ematomi, poi il sangue cominciava ad abbandonare la sua sede naturale e a fuoriuscire da tutti gli sbocchi disponibili. E la morte sopraggiungeva dopo pochi giorni, tra atroci sofferenze ed emorragie imponenti. Il sangue non riusciva più a coagulare, neanche con l’utilizzo di farmaci. In un secondo tempo subentrava la necrosi dei tessuti che cominciava dalle estremità per poi espandersi lungo tutto il corpo; la cute, a questo punto, assumeva una colorazione bruno-nerastra, ma quando sopraggiungeva questa fase il paziente era già deceduto a causa delle emorragie. Per questi motivi l’infezione era stata battezzata “la morte nera” anche se non aveva molto a che spartire con la terribile epidemia di peste (la peste nera detta anche morte nera) che aveva falcidiato quasi metà della popolazione europea verso la metà del 1300.
I rimedi messi a disposizione per arginare l’infezione, o solo per bloccare o attenuare la sintomatologia parevano assolutamente inadeguati. E questo era un altro punto in comune con la morte nera del medioevo.
Qualcuno sosteneva che le industrie farmaceutiche non stavano mettendo a disposizione tutto l’arsenale bellico del quale disponevano; non erano in pochi a pensare che ai padroni dei principi attivi non dispiacesse affatto che l’epidemia si facesse un po’ di strada.
Ma ad Arturo quei discorsi non interessavano più di tanto; lui voleva solo colpire e affondare il nemico. Non conosceva la parola sconfitta e non voleva averci niente a che fare. Anche se qualcuno remava contro.
Era giunto il momento di riprendere il lavoro. S’infilò i guanti, la mascherina e il camice e prese i tre campioni infetti.

Il campione ematico A1 del 21 gennaio 2013, paziente RT004562I, fase 1 della malattia.

Il sangue di questa provetta era stato prelevato quando il soggetto infetto presentava solo i sintomi iniziali: tosse, febbre e rare petecchie.
Qui i globuli rossi apparivano ingranditi, con contorni irregolari e una colorazione più scura rispetto alla norma; le piastrine erano rare e non riuscivano ad aggregarsi.
Il parassita aveva appena cominciato la sua opera distruttiva; come una famelica orda vandalica si stava diffondendo velocemente lungo il tragitto che  dagli alveoli polmonari la conduceva alle autostrade delle arterie.
Una volta incontrate le cellule bersaglio i virus si risvegliavano dalla loro condizione di apparente assenza di vita, senza metabolismo né alcuna attività al proprio interno. A quel punto i piccoli parassiti si legavano con le proteine della membrana delle cellule umane e inserivano il proprio genoma, un piccolo filamento di DNA a doppia elica, in quello dell’ospite per fare eseguire il lavoro di replicazione a quest’ultimo. E qui cominciava la guerra.

Il campione ematico A2 del 20 gennaio 2013, paziente VS003742I, fase 2 della malattia.

La malattia, in questo caso, era in una fase avanzata caratterizzata da ematomi, emorragie importanti, calo vertiginoso dei valori dell’emocromo, setticemia e decadimento delle condizioni generali.
In queste gocce di sangue i globuli rossi apparivano quasi completamente neri e con i contorni frastagliati. Le dimensioni erano divenute imponenti e la capacità di trasporto dell’emoglobina si era ridotta notevolmente.
Il virus stava colonizzando l’organismo ospite, senza incontrare alcun ostacolo.

Il campione ematico A3 del 19 gennaio 2013, paziente GB002957I, fase 3 della malattia.

In questo caso la Morte Nera era quasi giunta alla fine del suo pasto; il paziente perdeva sangue copiosamente, sopraggiungevano gravi problemi respiratori e cardiaci, non era più in grado di respirare autonomamente né di alimentarsi e le dita delle mani e dei piedi cominciavano ad annerirsi.
Qui il sangue era quasi privo di ossigeno, le cellule erano sfaldate e non riuscivano a svolgere il proprio compito. I globuli bianchi avevano smesso di lottare e la morte bussava alla porta.
Il virus aveva vinto la guerra.

Arturo ripose i campioni nell’apposito contenitore ermetico e li richiuse dentro l’armadio. Forse non era stata una buona idea portare la bestia a casa. Non poteva essere sicuro di riuscire a evitare l’infezione, non aveva i presidi adatti per proteggere sé stesso e la casa. Ma, ormai, non poteva più tornare indietro: il nemico era in casa e doveva tenerlo sotto controllo, per quanto possibile.
Gettò i guanti nel cestino con un gesto di stizza. Poi richiuse la porta dello sgabuzzino-laboratorio. Aprì il pacchetto delle sigarette, ne estrasse una e se l’avvicinò alle labbra, ma solo in quel momento si accorse di avere ancora la mascherina. Imprecò, la strappò e la lanciò per terra.
Finalmente riuscì ad accendersi la sigaretta.
-Vaffanculo! Devo smettere di fumare!
Ma non lo fece e si sedette sul divano, con la sigaretta tra le dita e i suoi pensieri che ronzavano dentro la testa. Il virus bussava alla porta e lui non sapeva bene come impedirgli di entrare, ammesso che non l’avesse già fatto. Forse era già tardi e il DNA della bestia stava già soppiantando quello umano. Forse stava cominciando una nuova era o, molto più probabilmente, era giunto il momento di far calare il sipario sul teatro dell’umanità.
Arturo accese il televisore, ormai la notte era andata e, con essa, anche il sonno.
Il virus aveva conquistato anche la maggior parte dei canali televisivi; non si parlava che di lui e delle sue imprese. I morti a causa sua erano già a sei cifre, secondo alcune fonti addirittura a sette. Il mondo era infestato.
Arturo spense il televisore.
Accavallò le gambe, le braccia e quant’altro era possibile accavallare nel suo corpo. La coda della notte era fredda e l’impianto di riscaldamento lo era ancora di più. La sveglia, che, evidentemente, non si era accorta che il suo coinquilino il letto non l’aveva neanche visto, suonò con prepotenza. Erano le 5 ed era giunto il momento di prepararsi per la battaglia.
Arturo si scavallò e si avvicinò alla finestra. Giusto per vedere che aria tirava fuori. Era ancora buio, ma il virus non dormiva.
Il giorno appena nato era freddo e ventoso e, di certo, non invogliava a uscire di casa.
Arturo rimase immobile qualche minuto davanti alla finestra a osservare le nubi nere sospinte dal vento e a cercare di convincersi che doveva uscire subito, nonostante il buio e il freddo. Dopo una notte insonne carica di tensione e preoccupazioni le energie andavano scemando e un leggero torpore stava rallentando i suoi pensieri, solitamente veloci e decisi.
Riuscì a staccarsi dal vetro e dalle immagini che filtravano attraverso di esso e preparò il caffè. Lo attese senza spostarsi dal fornello. Non aveva tempo per lavarsi e cambiarsi; ogni minuto era prezioso e, sicuramente, era preferibile uno scienziato con la barba lunga al lavoro rispetto a uno lindo e profumato ma ancora a casa. Così pensava Arturo, ma non è detto che nella sua equipe, nel laboratorio, tutti condividessero il suo pensiero.
La caffettiera borbottò sommessamente in un primo momento, poi, d’improvviso, diede sfogo a tutta la sua esuberanza e inondò la cucina di caffè bollente con un urlo liberatorio.
Arturo spense il gas, maledisse la caffettiera e chi l’aveva venduta, e si riempì la tazzina con quello che era rimasto. Cercò di raffreddarlo soffiandoci sopra e, nello stesso momento, s’infilò la giacca e il cappotto. Prese le chiavi della macchina dal tavolino di fronte al divano e uscì. Richiuse la porta alle sue spalle, senza preoccuparsi della serratura del portone blindato. Raggiunse la sua auto e, in quel momento, si rese conto di avere ancora la tazzina vuota in una mano. La gettò nell’erba del giardino, mise in moto e partì.
Le strade erano quasi completamente deserte se non fosse per qualche figura scura con il bavero sollevato e la testa china che camminava con passo spedito sul bordo del marciapiede, e qualche auto che procedeva lentamente lungo la carreggiata.
Le folate di aria gelida sollevavano foglie e cartacce e creavano vortici molesti sulle strade e sui marciapiedi. Parevano accanirsi sui rari passanti e sulle poche automobili che viaggiavano, quando ancora l’alba stava riposando e poche persone avevano già cominciato la loro giornata lavorativa o la stavano portando a termine.
Finalmente, dopo una decina di minuti di strada, Arturo raggiunse il laboratorio. Strisciò il badge, si disinfettò le mani, indossò camice, calzari, mascherina, cuffia e guanti ed entrò nella tana del virus.
Qui trovò i suoi colleghi stravolti e assonnati che stavano terminando il turno notturno. Li salutò con un gesto del capo e accese il suo computer.
- Ci sono novità? - chiese, senza distogliere lo sguardo dal monitor.
- Si - rispose uno di loro da dietro la cappa a flusso laminare.
- Buone nuove, spero - aggiunse Arturo.
- Tutt’altro - disse l’altro. - Anna e Giulio hanno contratto l’infezione e qui siamo e saremo sempre di meno. Non riusciamo a stare dietro a questa belva. Non riusciamo ad arrestare la replicazione virale in nessuno stadio. Abbiamo testato tutte le molecole in nostro possesso e niente, nessun risultato. Non c’è modo di fermarlo.
- Neanche con gli inibitori delle proteasi? - chiese Arturo.
- No - rispose l’altro. - I virioni giungono sempre a maturazione...E poi la stimolazione dei processi immunitari dei soggetti colpiti dall’infezione non serve a niente.
- Spero che Giulio e Anna non stiano troppo male - disse Arturo.
- Per ora sono ancora nella fase iniziale dell’infezione - disse l’altro. - Ma temo che non abbiano molte possibilità di cavarsela. Sono stati imprudenti. Non si può affrontare una simile bestia in quel modo.
Arturo la “bestia” se l’aveva portata a casa e in quel momento provò un certo disagio a udire le parole del collega. Non ne era pentito ma, senza dubbio, il suo comportamento poco ortodosso, oltre che estremamente rischioso, gli rodeva l’anima. Di certo, però, anche se ben nutriti, i “suoi” virus costituivano solo una goccia nel mare e non potevano far peggiorare ulteriormente la situazione. Ma lui era pur sempre uno scienziato e doveva rispettare le regole, sempre e comunque. Invece il virus se l’aveva portato fuori a cena come se fosse un’avvenente fanciulla di sani principi morali e non un pericoloso assassino quale invece era.
- Quindi - disse, una volta sfumati i pensieri e l’imbarazzo. - Non siamo in grado d’inibire la replicazione dell’acido nucleico del virus? Non c’è modo?
- No - intervenne Emma, la più giovane dello staff. - Lui è una creatura superiore. Nessuno lo può fermare, o almeno, non ora e non qui. Siamo troppo indietro...Qualcuno sostiene che sia un virus alieno, lo sai?
Arturo la fissò. Emma gli era sempre piaciuta, anche e soprattutto quando sosteneva le teorie più stravaganti e usciva dai rigidi canoni del protocollo. E poi, lui, non resisteva a quello sguardo e a quella voce, qualunque cosa ella dicesse.
- Vorrà dire che telefonerò al capitano Kirk - disse lui.
- Si - disse l’altro, con le mani dentro la cappa. - L’Enterprise la può parcheggiare a casa mia. Ho un garage molto spazioso.
Arturo sorrise e si alzò, mentre la proiezione virtuale in 3d del virus continuava a girare nello schermo del suo computer. Si diresse verso il microscopio e solo in quel momento si rese conto di avere le gambe deboli e leggermente tremolanti. Giunse alla postazione poco prima che le ginocchia cedettero, ma lui non ci fece caso più di tanto e attribuì la cosa agli effetti collaterali della notte insonne.
Sistemò la seduta all’altezza giusta e regolò il fascio degli elettroni del microscopio secondo le sue esigenze. Avvertì un lieve capogiro e faticò non poco per mettere a fuoco le sue cellule e relativi parassiti intracellulari.
- Merda! - esclamò.
- Che c’è? - chiese Emma, appoggiandosi alle sue spalle.
- Niente - Rispose Arturo. - Non ho dormito stanotte e sono un po’ stanco.
- Perché noi abbiamo dormito, secondo te? - disse lei.
- Lo so, lo so - mormorò Arturo. - Ma voi ora potete andare a riposare. Io, invece, devo restare qui a giocare con questo stronzo.
- Ah, non sono sicura che possiamo andare a dormire - replicò Emma. - Dubito che arrivi qualcun altro a darci il cambio. Guarda un po’ che ora è...
- Ma no - disse lui. - Ci sono Gianni e Francesca. Sicuramente si stanno cambiando.
Il silenzio riprese il suo posto nella sala bianca. Ognuno cercava di dare il meglio di sé stesso, nonostante la stanchezza e la sonnolenza.
Il cambio non arrivò.
Arturo aveva la vista annebbiata e decise di staccarsi per un po’ dal microscopio. Ritornò alla sua poltrona, non senza fatica, e cercò di analizzare i dati al computer, ma lo schermo sfuggiva, svaniva in una sorta di nube indefinita, per poi riapparire, ma solo per pochi istanti. Le palpebre erano pesanti e al cervello, ogni tanto, per qualche frazione di secondo, veniva a mancare la corrente. Le lettere e i numeri si stavano sovrapponendo pericolosamente, sino a divenire completamente incomprensibili.
- Maledetto sonno - sussurrò.
Subito dopo calarono le tenebre e il silenzio divenne assoluto.
L’ultima immagine colta dalle sue retine fu il luccichio del pavimento bianco e una piccola macchia rossa ai suoi piedi. Poi il nulla.

Si svegliò con un suono metallico ripetitivo e irritante, e un debole bisbiglio in sottofondo. 
- Chissà quanto ho dormito - pensò.
Aprì gli occhi e notò che la sua posizione era cambiata. Era supino, e intorno a lui c’erano delle persone con i volti coperti da maschere dotate di filtro dell’aria. Non riconobbe nessuno di quegli sguardi. Non riusciva a capire le loro parole e non era più sicuro di trovarsi nel laboratorio dell’università.
Cercò di dire qualcosa, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono. Si rese conto di avere qualcosa di plastica che sporgeva sopra il suo naso. Si sforzò di mettere a fuoco e riconobbe una maschera per l’erogazione dell’ossigeno sul suo volto.  Subito dopo sentì il flusso dell’aria che invadeva le narici e le vie aeree e percepì la presenza di un elastico che stringeva la sua testa sopra le orecchie. Non riusciva a muovere gli arti, solo il collo e, in parte, i muscoli facciali rispondevano agli ordini del cervello.
Girò la testa leggermente sul lato destro e vide la fonte di quel suono costante e leggermente metallico. Era l’apparecchio che monitorava le sue funzioni vitali e, da quello che riuscì a vedere, non c’era da stare tranquilli. 
Provò a ruotare il capo dall’altra parte. Ci riuscì solo parzialmente, ma tanto bastò per vedere dei tubi che fuoriuscivano dal suo corpo sotto la clavicola sinistra. Seguì con lo sguardo i tubi trasparenti e fermò i suoi occhi sulle pompe d’infusione che regolavano il flusso dei farmaci. Voleva capire cosa gli stessero somministrando, ma non ci riuscì. La stanza girava e le immagini erano confuse. Richiuse gli occhi. Sentiva che la coscienza lo stava per abbandonare. Sotto le palpebre si stava formando del liquido rosso, forse sangue, forse lacrime mescolate ai suoi globuli rossi. Avvertì un incremento degli atti respiratori e dei battiti cardiaci, ma non riusciva a provare paura né dolore.
Un attimo dopo, gli parve di avvertire un certo stato d’agitazione intorno a sé, tra quelle persone che non conosceva. Ma non riuscì ad aprire gli occhi. Le macchie rosse stavano lentamente diventando scure, sempre più scure.
Poi tutto divenne nero, e i suoni sfumarono velocemente nel silenzio e si portarono via la percezione del suo corpo e, subito dopo, la sua vita.


La Morte Nera aveva vinto.

venerdì 3 aprile 2020

Coronavirus


Nel bel mezzo di un film horror c'è anche spazio per il risveglio delle coscienze intorpidite dal perenne letargo dell'era moderna. Crescono come funghi le raccolte di fondi e la solidarietà a tutti i livelli, e si aprono le tasche anche per il prossimo, non solo per la nostra proverbiale ingordigia. Eppure ci sono sempre, anche in questa triste occasione, dei loschi figuri che si danno da fare per sodomizzare chi è in difficoltà, ferito, solo, debole, bisognoso. In questi giorni alcuni individui si dilettano a seguire gli anziani che ritornano a casa con la spesa per rapinarli, ad affiggere false comunicazioni del ministero degli interni per far liberare gli appartamenti da occupare o saccheggiare. Ma c'è anche chi fa peggio: una banda di avvocati ha diffuso sui social, in vari siti e anche appeso un bel volantino pubblicitario in alcuni ospedali, offrendo sconti, incentivi, consulenze legali gratuite ai parenti delle vittime covid-19 e invitando intentare cause civili contro i medici - evidentemente per molti ormai già ex-eroi - per fare business alle spalle di chi suda, soffre e muore in trincea. Ricordo che sono già 71 i medici morti al fronte, 23 gli infermieri e oltre 10.000 contagiati tra tutto il personale sanitario che sta combattendo - molto spesso senza protezioni adeguate - per salvare vite umane. La cosiddetta, presunta, malasanità è sempre stata una fonte infinita del magna magna tipico italiano all'insegna del "devi fare tutto per salvare le vite-ma se lo fai ti denuncio e ti rovino." 
Se ora in piena emergenza già si affacciano gli avvoltoi, figuriamoci cosa accadrà alla fine (ammesso che ci sarà mai una fine) di questa tragedia. Consiglio di leggere questo articolo: il fatto quotidiano

Oltre a tutte queste nefandezze c'è chi sta già approfittando con una velocità sorprendente a fare business con i buoni pasto. Ricordate i presunti "affamati" che assaltavano i market in Sicilia o i vari criminali armati che organizzavano assalti armati via social? Beh, ora c'è chi si rivende il buono da 100 euro a 70 per avere liquidi evidentemente da dirottare in acquisti di altro genere, non previsti dalle direttive del governo. Gli stronzi stanno venendo a galla. Leggete qui: il fatto quotidiano

Come se non bastassero già i positivi consapevoli che violano la quarantena intenzionalmente, i passeggiatori compulsivi e gli acquirenti seriali dei market.

Mentre si è giunti a varcare la soglia del milione di contagiati del mondo e anche quella dei 53.000 per quanto riguarda i morti ufficiali, con gli occhi le immagini agghiaccianti dell'India o dei cadaveri bruciati per strada e buttati nei cassonetti in Ecuador, qui sta venendo fuori tutto il buio che era rinchiuso nell'anima dell'essere umano, che a volte di essere umano proprio non ne vuole sapere.
Da qui al 13 aprile - o più probabilmente al 2 maggio - si vedrà un po' di tutto: dalle gare di solidarietà più commoventi alle schifezze più tristi e immonde. Amen.






































mercoledì 1 aprile 2020

Il Coronavirus, il 1° Aprile, l'Albania e la Dinamo Sassari


Nel mondo oltre 800.000 contagiati e 47.000 morti ufficiali. Anche se si tratta di numeri sicuramente troppo ottimistici rispetto alla realtà (si parla di almeno 40.000 morti solo a Wuhan) sono cifre che fanno male. Oltre 8.000 morti e 94.000 casi in Spagna, 162.000 positivi e oltre 4.000 morti negli USA, tra gli altri. Anche in Italia si stimano numeri ben più consistenti di quelli ufficiali - 105.792 positivi e 12.428 morti il bollettino del 31 marzo - stando ai dati di molti paesi della Lombardia dove il numero dei decessi è davvero impressionante se paragonato al medesimo periodo degli anni passati, anche se ufficialmente solo una piccola parte di queste morti viene classificata come coronavirus. Il problema è che i test non bastano per tutti come anche i posti in ospedale. Molte persone muoiono a casa, senza che gli venga fatto il tampone. Per non parlare di quelle polveriere che sono le case di (eterno) risposo dove i pazienti e il personale si trovano in una situazione esplosiva forse peggiore di quella dei nostri ospedali. Purtroppo sono tantissime le vittime e i contagiati nelle RSA di tutto il territorio nazionale, non solo al nord.
Nonostante tutto questo, le carenze di dispositivi di sicurezza e di tamponi, e le innumerevoli bare di queste settimane, il governo si sta muovendo egregiamente su tutti i fronti, mettendo in atto tutti i provvedimenti e le misure di emergenza possibili. Le misure restrittive applicate in Italia sono state esportare in tutto il mondo. Le misure economiche (400 Mln per gli aiuti alimentari ai comuni, 600 euro per gli autonomi, cassa integrazione, sospensione delle cartelle di Equitalia, eccetera) sono quanto di meglio di potesse fare in questo momento, magari ancora insufficienti ma comunque un buon punto di partenza. In attesa che il pachiderma Europa batta finalmente un colpo (se nono vuole cessare di esistere).
Tuttavia se da una parte l'Italia pare (quasi) unita in questa guerra, c'è ancora qualcuno che in questi giorni non sta facendo una bellissima figura, tra una castroneria e l'altra, e mi riferisco ai tre moschettieri dell'opposizione ma anche a uno che in teoria dovrebbe far parte dell'asse di governo, anche se non si direbbe, ovvero il Renzi. Come in tutte le guerre ci sono i disertori, chi se ne approfitta, cavalcando l'onda della paura, chi pensa solo ai propri interessi come quelli che si arricchivano con il mercato nero o come i collaborazionisti di una volta. E poi c'è anche chi non ha capito un cazzo.
Del resto in Italia abbiamo visto di tutto nel corso degli anni, anche persone che ridevano di gusto dopo i terremoti, vedendo la possibilità di un bel incremento di volume del proprio portafoglio.

L'unica nota stonata dell'opera del governo è forse - a mio modesto modo di vedere - solo la recente circolare del ministero degli interni sulle "passeggiate" di genitori con figli o anziani con accompagnatori. Ecco, in una nazione di furbi e furbetti, non mi sembra una scelta azzeccata. Oltre a mettere a rischio la salute pubblica, potrebbe rendere ancora più difficile il compito delle forze dell'ordine (già di per sé alquanto problematico) in quanto tra molti nostri concittadini il senso civico, come il rispetto degli altri, non fanno parte del proprio corredo genetico. Probabilmente dopo il "noleggio" di cani per fare passeggiate improprie, dopo la spesa divisa in tutti i giorni della settimana se non nella stessa giornata per uscire più spesso, si potrà partire ora con il "noleggio" di bambini e anziani (se ce ne sono ancora). Ci saranno sicuramente anche adolescenti camuffati da pargoli in fasce e adulti con il ciuccio e il pannolino che approfitteranno della situazione. La fantasia non manca di certo.


Comunque c'è da rendere omaggio a numerose altre nazioni che stanno dando aiuti concreti alla nostra nazione ferita. Tra le altre vorrei segnalare, oltre alla Cina, la Russia, l'America (e bisogna dire anche la Germania, che sta ospitando molti nostri pazienti lombardi nelle loro terapie intensive), l'aiuto da parte di nazioni povere come Cuba e Albania. Commuovente. Giù il cappello.





***



Per quanto riguarda la Dinamo-Banco di Sardegna è di oggi la comunicazione della società dell'accordo con lo staff e i giocatori per la riduzione dello stipendio in vista di una probabile  chiusura anticipata del campionato. In attesa delle decisioni del governo, del CONI e della LBA in merito alla prosecuzione del campionato la Dinamo -  come tutte le altre società sportive - deve fare i conti con i mancati introiti da sponsor, diritti tv e incassi che per gli sport cosiddetti "minori" non sono roba da poco. Molte società hanno già dovuto "liberare" diversi giocatori, molte altre avevano già a che fare con problemi finanziari ben prima di questa pandemia. In casa Dinamo nessun atleta è partito; sono tutti a Sassari chiusi in casa e a disposizione della società. Comunque vada a finire questo campionato in periodo di guerra i Giganti il loro lo hanno già vinto. Peccato per quel bellissimo secondo posto ben saldo da diverse giornate, ma purtroppo ci sono cose in ballo ben più importanti dello sport in questo momento. 
Prosegue la raccolta fondi per gli ospedali saldi promossa dalla Fondazione Dinamo in collaborazione con il Banco di Sardegna e La Nuova Sardegna:

"A partire da oggi è attivo il numero della Fondazione Dinamo +393420320399 per le proprie donazioni: un ulteriore servizio che si aggiunge alle modalità già attive così da permettere a tutti di accedere agevolmente alle donazioni.
In alternativa si può fare un versamento attraverso un bonifico alla Fondazione Dinamo tramite iban IT41J 01015 17200 0000 70314705 causale “Emergenza Covid-19 donazione” (BIC BPMOIT22XXX). Oppure è possibile versare alla Fondazione Dinamo la cifra desiderata, attraverso l’e-commerce biancoblu http://www.dinamostore.it/"



Forza Dinamo!

***


C'è anche da segnalare, purtroppo, la vittima più giovane della pandemia: una ragazzina di 12 anni in Belgio, la più piccola tra i tutti i morti a causa del virus in Europa, dopo la sedicenne francese e un diciassettenne americano che non ha avuto possibilità di essere ricoverato in ospedale perché sprovvisto di assicurazione. La vittima più giovane italiana è invece un diciannovenne deceduto a Londra.
8.358 medici e infermieri contagiati. 66 morti.


Passando al capitolo "Coglioni si nasce e io lo nacqui" non si ferma l'epidemia collaterale al coronavirus quella del coglionavirus. Si tratta di una patologia endemica da sempre nella nostra nazione e non solo, diffusa su tutto il territorio nazionale da molto prima dell'avvento di Covid-19. Al San Camillo di Roma hanno sabotato il laboratorio che si stava approntando per i test al coronavirus. Nel sito INPS in occasione della prima giornata di richieste per ottenere i 600€ per gli autonomi gli hacker si sono scatenati con attacchi di ogni genere, mandando in tilt il sistema già messo a dura prova dalla moltitudine di accessi. 257 (duecentocinquantasette) i positivi al test denunciati per aver violato la quarantena nonostante fossero consapevoli di esserlo e delle misure che dovevano adottare. Per chiudere la citazione è d'obbligo per il ministro olandese delle finanze Wopke Hoekstra, accompagnato dal suo omologo finlandese e dalla banda guidata dalla Merkel. Tutta bella gente, comprensiva, altruista e generosa.