Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

lunedì 15 febbraio 2016

Keep on bloggin' in the free world



A questo punto è proprio il caso di porsi qualche domanda:
1) Chi sono io? - Ammesso che possa esistere ancora un Io in questo affollato, impersonale, dispersivo e caotico universo virtuale, dove i flussi di bit, informazioni, dati, suoni e immagini vengono confusi, miscelati e usati solo per pochi istanti.
2) C'è vita oltre a questa scrivania?
La risposta alla prima domanda non c'è, perché se da un lato si fa di tutto per costruirsi uno spazio su misura - con tutte le cose che ci piacciono, tutte le passioni, gli hobby, ma anche le tare genetiche che ci affliggono - dall'altro, molto spesso, si cerca comunque di rendersi presentabile (in senso digitale) in qualche modo ci si adegua, ci si omologa, più o meno consapevolmente, se non alla massa - e al pensiero unico - almeno alle "linee guida" di una qualche fazione, di una nicchia, o di un ristretto numero di soggetti che la pensano più o meno allo stesso modo. Quindi l'Io, in qualche modo si appanna, scolorisce o addirittura sparisce, o comunque diviene un Io da discount, un Io che cede spazio ai compromessi e che tenta di essere accondiscendente verso altri, anche se si tratta di un numero ristretto (a volte ristrettissimo) di persone (e quindi: menti, pensieri, hobby e interessi) nonostante questo ipotetico pubblico sia evanescente e volubile. Scrivere su un piccolo blog con l'obiettivo di avere spazio e visibilità è come cercare di far leggere un libro a un maratoneta durante la gara: anche se si assecondano i gusti "dell'atleta" non ci sono molte speranze che questi presti anche solo un briciolo di attenzione.
La risposta alla seconda domanda è collegata in qualche modo alla prima; cioè la vita oltre a questa tastiera c'è senz'altro, eccome - e a volte è anche molto meglio di quello che si possa pensare - ma forse non c'è alcuna connessione tra le due cose: ovvero l'Io superstite si muove un po' a cazzo nel mondo esterno, al di là della linea del fronte della propria scrivania, del cavo Adsl e della fauna del web che vive intorno. Ci si muove bendati e al buio in case di sconosciuti e, per forza di cose, prima o poi si finisce "unplugged", senza corrente elettrica né energia di alcun tipo.
In ogni caso, ammettendo che questo mondo virtuale esista davvero, non è detto che, se anche si scrive, si pubblica e in qualche modo si viene "visti, letti o condivisi" da altre persone, entità aliene o solo semplici computer che scandagliano il web, il proprio pensiero interessi davvero agli altri abitanti della galassia...Ci sono sin troppi "pensieri" in rete.

Lo spunto per questa riflessione (o meglio: per questo delirio) l'ho preso dal bellissimo post dell'amico Diego dell'eccellente blog Silevrfish Imperetrix: 
http://imperetrix.blogspot.it/2016/01/bloggo-ergo-sum.html
Il quesito che ha dato il via al suddetto articolo era: "Ma tu per chi blogghi?" Un punto interrogativo che mi si è insinuato nei più profondi meandri del cervello come un tarlo famelico e devastante. E ancora adesso, a distanza di qualche settimana dalla lettura di quel post, non sono riuscito a darmi una risposta. Forse perché una risposta non c'è.

In fin dei conti il problema è che in questo mondo, in questa vita, non c'è tempo, non c'è più tempo. Si va di fretta e l'offerta è molto più consistente della domanda. Ci son troppi siti internet, blog, magazine digitali, webzine, market di bit e pixel e per giunta molti di questi trattano gli stessi argomenti, e alcuni lo fanno maledettamente bene. Le persone non hanno più né tempo né voglia di leggere venti o trenta recensioni di uno stesso disco; bastano un paio al massimo, e queste si possono comodamente trovare nei siti più noti. Certo, per quanto riguarda dischi, libri, film o artisti (molto) underground può avere ancora un senso scrivere qualcosa - dato che i siti "mainstream" non lo fanno - ma in fondo chi ha voglia di leggersi la recensione dell'ultimo 10 pollici dei Sfrazcock? O del nuovo libro in formato A4 di Eugene Von Würstel, pubblicato in sole 7 copie? E ammesso che qualcuno ne abbia voglia, quanti mai potranno essere? Tre? Cinque? O tutti i 7 acquirenti delle 7 copie?
Non so. A me sembra che nove volte su dieci si scriva per sé stessi nel vuoto assoluto di un buco nero; spesso siamo i soli a leggere le stronzate che scriviamo, ma a volte non ne abbiamo il coraggio neppure noi...Le pubblichiamo e basta, senza riflettere, rileggere o correggere i vari strafalcioni (e a questo proposito questo post ne è un valido esempio).
Eppure tra tutti questi innumerevoli blog ce ne sono tantissimi (per quanto riguarda i miei gusti ne potete trovare un'ampia selezione nell'elenco "Letture" di questo blog) veramente interessanti, ben fatti e ben scritti ed è un peccato che ne possa godere solo un'esigua cerchia di adepti o qualche passante distratto o poco più. 

In ogni caso, nonostante la voglia di chiudere bottega si presenti quasi tutti i giorni, ho deciso di continuare a scarabocchiare su questo schermo; che ci sia qualcuno o no dall'altra parte non ha più grande importanza. Di certo ridurrò il numero di pubblicazioni e mi prenderò qualche giorno di pausa in più, ma dubito che qualcuno se ne accorgerà...a parte il gatto, ovviamente.

Comunque sia, l'importante è partecipare...Intanto mentre scrivo queste stronzate mi ascolto Benjamin Clementine, Rykarda Parasol (grazie ancora Bart: http://dustyroad-federico.blogspot.it/ ) e Neil Young; un po' di relax dopo tanta violenza. In queste ultime ore non riesco a smettere di far girare l'album "At Least For Now" di Benjamin Clementine...be' quando il Pop ha "le palle" non ce n'è per nessuno... 

    Rockin' In The Free World by Neil Young

    There's colors on the street
    Red, white and blue
    People shufflin' their feet
    People sleepin' in their shoes
    But there's a warnin' sign on the road ahead
    There's a lot of people sayin' we'd be better off dead
    Don't feel like Satan, but I am to them
    So I try to forget it, any way I can.

    Keep on rockin' in the free world,
    Keep on rockin' in the free world
    Keep on rockin' in the free world,
    Keep on rockin' in the free world.

    I see a woman in the night
    With a baby in her hand
    Under an old street light
    Near a garbage can
    Now she puts the kid away, and she's gone to get a hit
    She hates her life, and what she's done to it
    There's one more kid that will never go to school
    Never get to fall in love, never get to be cool.

    Keep on rockin' in the free world,
    Keep on rockin' in the free world
    Keep on rockin' in the free world,
    Keep on rockin' in the free world.

    We got a thousand points of light
    For the homeless man
    We got a kinder, gentler,
    Machine gun hand
    We got department stores and toilet paper
    Got styrofoam boxes for the ozone layer
    Got a man of the people, says keep hope alive
    Got fuel to burn, got roads to drive.

    Keep on rockin' in the free world,
    Keep on rockin' in the free world
    Keep on rockin' in the free world,
    Keep on rockin' in the free world.













***
















giovedì 11 febbraio 2016

Dementia



La temperatura scese in picchiata d’improvviso, senza che ci fosse stato alcun segno premonitore nel corso della giornata. L’aria divenne gelida e il vento acquisì vigore e velocità, portandosi con sé una gran quantità di particelle d’acqua ghiacciata da sparare, quasi come se fossero micidiali proiettili, verso le cose e gli esseri viventi che si trovavano a portata di tiro.
Ma solo quando Jonathan si ritrovò con la testa zuppa d’acqua e parzialmente congelata si decise a chiudere la finestra. L’umidità era talmente elevata, e l’aria talmente fredda, che gli pareva di essere sotto una doccia nel bel mezzo dell’Antartide, all’aperto e con lo scaldabagno rotto.
Tuttavia Jonathan era talmente concentrato e immerso nelle sue attività che fino a quel momento non se ne rese conto, nonostante l’acqua e l’aria gelida fossero penetrate in ogni angolo della stanza.
Solo quando la penna si trasformò in un bastoncino Findus e il foglio di carta in un iceberg, con un laghetto sul cocuzzolo, prese atto della drastica variazione del clima.
A quel punto, costretto dalle circostanze e con la finestra chiusa alle sue spalle, spianò l’iceberg e lo trasformò in una pista di pattinaggio per il bastoncino Findus. Ci volle un’altra manciata di minuti affinché quest’ultimo riprendesse le sembianze originarie di una comune penna.
Intanto la testa surgelata continuava a grondare acqua come una cascata dei fiordi norvegesi. Dopo un po’, infatti, la pista di pattinaggio si trasformò in un pantano e Jonathan dovette abbandonare momentaneamente il suo piano di lavoro per cercare un rimedio alla situazione.
Si asciugò i capelli con un panno, ma si accorse che anche il pavimento era attraversato in lungo e in largo da corsi d’acqua e da un tappeto di grandine. Quindi provò a a tamponare con degli strumenti di fortuna quali un lenzuolo e una vecchia coperta, non aveva né tempo né voglia né le energie per asciugare bene e fare una pulizia più approfondita: il lavoro lo attendeva.
Inoltre le ginocchia non erano più quelle di una volta e non gli consentivano di piegarsi come avrebbe voluto, a prescindere dal numero di pinguini dispiegati sul pavimento.
Si sentiva vecchio, e in effetti lo era davvero, per questo motivo riteneva di non avere molto tempo a disposizione; doveva fare in fretta.
Riprese posto nella sua postazione di lavoro, ma per qualche minuto si ritrovò a cercare il filo del discorso nel bel mezzo del pantano surgelato, tra grumi di lettere, inchiostro semi freddo e ghiaccioli che una volta erano frasi compiute.
Finché una voce distante e indefinita gli ricordò che doveva finire il più velocemente possibile: il tempo è denaro, e lui non ne aveva molto da spendere; praticamente era al verde. Il giorno stabilito per ritirare la pensione era ancora lontano, viceversa il giorno in cui avrebbe dovuto salutare il mondo, le sue cose e i suoi ricordi, non doveva essere poi così distante. Anche se non era stato ancora riportato negli appunti sul calendario.
Intanto le intemperie lo costrinsero a trasferire lettere, parole e pensieri dal pantano a un nuovo foglio immacolato, asciutto e in perfetta forma fisica.
Doveva iniziare daccapo, nonostante la stanchezza, la vista che cominciava ad annebbiarsi e il sonno che bussava alla porta.
Ma poi, d’improvviso, un po’ come era avvenuto con la bufera di ghiaccio, si ricordò cosa stesse facendo e soprattuto perché. Quelle parole che solo un attimo prima gli apparivano vuote e senza un senso, acquisirono sostanza, grazie al risveglio del suo sistema di trasporto tra una sinapsi e l’altra che d’un tratto pareva funzionare alla meraviglia. Gli sembrò di essere diventato un capo treno svizzero e la cosa non gli dispiacque affatto. Mise a fuoco il problema e il ghiaccio si sciolse, la nebbia si diradò e i pinguini levarono le tende.
Ultimò il testamento molto più velocemente del previsto: tutto era chiaro e nitido, le parole fluivano senza sosta e la memoria non lo tradì, almeno non questa volta.
Tirò un sospiro di sollievo e, rigirandosi il manoscritto autografo tra le mani, si congratulò con sé stesso. A quel punto mancava solo una capatina dal notaio e il gioco era bell’è fatto.
I nipoti sanguisuga erano sistemati e anche quelle due vecchie zitelle bigotte che si spacciavano per sue sorelle: gli aveva fato proprio un bello scherzetto.
Jonathan ripose con cura il prezioso foglio dentro una cartella, si tolse gli occhiali e li poggiò sopra di essa. Si alzò e fece il gesto dell’ombrello verso il testamento con preghiera di consegna al parentado tutto.
Ma quell’improvvisa esplosione di energia, quel gesto troppo vigoroso, e quell’entusiasmo un po’ sopra le righe, non tennero in dovuta considerazione i cambiamenti climatici e, soprattutto, lo strato di ghiaccio disciolto che si trovava sotto i suoi piedi.
Jonathan scivolò con il piede d’appoggio e s’infilò come una slavina sotto al tavolino, urtando violentemente prima la schiena e poi la nuca contro la sedia di legno massiccio. Travolse le retrovie dei pinguini che stavano migrando verso altri lidi e, infine, batté la testa sul pavimento viscido e duro, maledettamente duro.

Il colpo rimbombò nella stanza gelida, ma appena si spense l’ultima eco del tonfo e l’ultima goccia d’acqua raggiunse il suolo non si udì più nulla.

lunedì 8 febbraio 2016

Cinque anime sotto spirito

Una sera al bar 2.0 - reloaded - da "Fantasmi Fritti a Cena"



Era notte, o almeno così pareva alle loro teste colme d’alcol. Gli occhi roteavano stancamente alla ricerca di un qualche stimolo per un nuovo discorso, mentre andava spegnendosi l’eco della risata relativa alla storia precedente.
Gino, che era il più anziano e forse anche il più assennato, si alzò, aiutandosi con la pressione delle nocche delle dita sul vecchio tavolino sciancato. Scrutò attentamente le pupille liquide dei suoi compagni e, accertatosi che lui stesso e nessun altro avessero qualcosa da dire, decise che era meglio rimettersi seduto. Le parole annegarono nel gargarozzo ricolmo di alcol, ancora prima di essere formate, ma nessuno ci fece caso.
All’interno del piccolo locale, avvolti dalla spessa nube di fumo, erano rimasti solo loro cinque: Gino, Andrea, Thomas, Giorgio e forse anche il Chiavica, ma su quest’ultimo c’era qualche dubbio in quanto nessuno era sicuro della sua effettiva presenza spirituale. Fuori, nella strada, i rumori andavano scemando, si avvertivano solo i passi solitari di qualche ritardatario e il latrare di un cane distante diversi isolati.
La vecchia barista flaccida sonnecchiava sul bancone sollevando ritmicamente i suoi riccioli oleosi con le sue espirazioni pestilenziali. Per lei si era fatto tardi, molto tardi; più passavano gli anni e più non era in grado di reggere il ritmo di quella banda di ubriaconi. Le ore si erano fatte talmente piccole che ormai non riusciva più a vederle, forse anche perché teneva gli occhi chiusi.

Al tavolo dei cinque amici il lampadario polveroso ondeggiava sinistramente sulle teste prive di pensieri, quando, Gino si alzò nuovamente, non senza fatica questa volta. Ma in questa occasione non aveva alcuna intenzione di iniziare un discorso, bensì accompagnò la propria vescica a risolvere uno specifico problema fisiologico, senza dire una parola.
Mentre era impegnato nel soddisfacimento del relativo bisogno, rifletteva in merito all’effettiva utilità sociale della barista in letargo che, oltre a russare sonoramente, non adempieva ai propri doveri. Quindi ritornò dagli altri, provò il meccanismo delle corde vocali schiarendosi la voce e, dopo essersi guardato intorno con circospezione ed essersi accertato che non fosse entrato nessun altro avventore nel locale, avvicinò le labbra all’orecchio di Giorgio, che sembrava il più vigile dei quattro, e gli sussurrò:
- Senti Thomas, mi è venuta un’idea.
- Ma io non sono Thom…
Gino lo interruppe bruscamente: 
- Dicevo…Thomas, qua l’ambiente è piccolo, l’aria è viziata e come se non bastasse quella vecchia puzzola del Chiavica ci si mette anche quella maledetta grassona in grembiule con le su esalazioni fetide. Bisogna fare qualcosa.
- Già... - rispose Giorgio.E Gino proseguì nell’esposizione della sua idea:
- Senti Thomas, adesso tu ti avvicini lentamente alla porta e abbassi la saracinesca, senza fare troppo rumore, mi raccomando. Io aggiro il mostro , lo prendo alle spalle e ne estinguo la specie una volta per tutte. Un lavoretto semplice, pulito, rapido e indolore. Chiaro?
Giorgio non rispose, e anche se poco convinto, si alzò, barcollando vistosamente. Ad ogni passo sentiva il vino spostarsi ora a destra ora a sinistra, tra un peto e l’altro; praticamente aveva un motore ibrido che andava a metano ed etanolo. 
Nonostante tutto riuscì a trascinarsi sino alla porta, ma una volta arrivato a destinazione non ricordò più cosa c’era andato a fare. Dopo alcuni minuti fu richiamato sulla terra dalle imprecazioni di Gino e quindi, data la bassa statura, spiccò un balzo per afferrare la maniglia della serranda, ma la mancò per pochi centimetri e si schiantò rovinosamente per terra, rompendosi alcuni denti sui gradini dell’ingresso.

Gino si lasciò cadere sulla sedia e, tra una bestemmia e l’altra, gli cascarono le braccia per terra, le raccolse svogliatamente, mentre il rumore provocato da Giorgio riportò allo stato di coscienza gli altri tre, ma non la barista che si era lasciata andare e dormiva beatamente adagiata sui bicchieri sporchi e alcune blatte che trotterellavano allegramente sulla sua pelle squamosa. Borbottò qualcosa, ma non si accorse di nulla; aveva ancora gli occhi chiusi.

Gino si rialzò e, facendo finta di niente, si avvicinò a quello che restava di Giorgio e, fischiettando incurante dei lamenti di quel mucchio ansimante di ossa, alcol, gas e vestiti, lo spinse con un piede sino a farlo ruzzolare giù in strada. Infine afferrò la maniglia della saracinesca, dato non aveva bisogno di saltare perché la statura glielo permetteva, la abbassò lentamente senza fare troppo rumore e ritornò verso il tavolino dove gli altri tre, in preda alla disperazione, cercavano, non senza qualche difficoltà, di capire quel che stava succedendo.
Gino si appoggiò con i gomiti sul tavolo e, allungando il collo tra le teste fumanti dei suoi amici, disse:
- Facciamo così - e indicò Thomas. - Tu attacchi a sinistra, Andrea a destra, io da dietro e il Chiavica si occupa dell’attacco frontale, così può narcotizzare il nemico con le armi chimiche e batteriologiche del suo cavo orale. La vittoria è sicura.

I tre rimasero a bocca aperta e si scambiarono sguardi interrogativi e dubbi animati, senza riuscire a capire granché, sino a quando Gino chiuse la bocca del Chiavica con un colpo sotto il mento, perché le esalazioni stavano diventando pericolose, e si avvicinò al bancone invitando gli altri a seguirlo.
Le operazioni di accerchiamento del nemico si rivelarono ben più complicate e lunghe del previsto, soprattutto causa del precario equilibrio di tre quarti degli aggressori che, tra l’altro, non avevano capito bene qual era il piano del Gino.
Nonostante tutto riuscirono ad arrivare alla meta seguendo lo schema attentamente studiato senza aver detto una parola, forse acquisito grazie al principio dei vasi comunicanti.
Thomas e Andrea afferrarono le braccia della barista. Il Chiavica le sollevò la testa e le infilò una bottiglia di birra nelle fauci spalancate. Gino cercò di strangolarla da dietro, ma ogni tentativo fu vano a causa della non indifferente circonferenza del collo, tipo nonna di Schwarzenegger al quadrato. Ad un certo punto si fermò pensando di aver commesso un errore e di aver afferrato una coscia, ma un attento esame dissipò i dubbi: si trattava proprio di un collo o comunque di un qualcosa che si trovava immediatamente al di sotto di una testa.
Ci sarebbe voluta una buona idea per risolvere l’intricata situazione. Le quattro menti iniziarono a mettersi in moto come distillerie clandestine e, tra una fumata nera e l’altra, Thomas urlò:
- Mettiamola nell’affettatrice!
E così fecero.
La donna sonnecchiante non oppose alcuna resistenza, mentre quaranta dita tremanti affondavano nella cellulite oleosa nel tentativo di sollevarla di peso. Poi, finalmente, ci riuscirono e la sistemarono con cura al posto della mortadella.
In pochi minuti il collo fu reciso di netto, tra le lacrime di gioia di Gino. Il sangue zampillò allegramente lordando i vestiti, e in terra si formò un laghetto artificiale che lambiva le caviglie dei quattro chirurghi. Trasportarono il cadavere senza testa verso il loro tavolino e, mentre erano impegnati in tale delicata operazione, si sentì qualcuno bussare con decisione sulla saracinesca. I quattro amici in preda al panico cercarono di nascondere il corpo sotto il tavolino, ma era un’impresa disperata. Gino invitò tutti alla calma con ampi e solenni gesti e consigliò di riportarla dietro al bancone. L’operazione fu eseguita in pochi secondi da tre di loro, mentre il quarto, il Chiavica, cercava di cancellare la scia di sangue e lipidi con una tovaglietta.
I colpi sulla serranda aumentarono di intensità e i quattro, tra maledizioni varie e tremendi scivoloni sui viscidi globuli rossi, decisero di vendere cara la pelle: Thomas e Gino si armarono di bottiglie vuote e coltelli, mentre Andrea sollevò rapidamente la saracinesca, forse troppo rapidamente perché il personaggio che c’era dall’altra parte della porta, senza avvedersi di ciò che stava accadendo, bussò energicamente sulla fronte di Andrea, il quale crollò a terra esanime. 
Gli altri si scagliarono addosso al nuovo arrivato, malmenando come orbi. Nel fragore della colluttazione si udì un:
- Ahò! Ma siete matti!
Che suonava familiare un po’ a tutti, ma nel dubbio insistettero con i colpi. Solo dopo diversi minuti di schiaffi sulle gengive e calci nel coccige si resero conto che si trattava di Giorgio, del quale avevano dimenticato l’esistenza.
Sollevarono a braccia il malcapitato che era diventato quasi irriconoscibile, tanto che dovettero guardare i documenti per esserne certi e a quel punto si levò un coro all’unisono:
- Ma vaffanculo!
E lo lasciarono ricadere per terra.
Gino, che era sempre il più assennato, richiuse la serranda e, ritornando sui suoi passi, si rese conto che mancava all’appello il Chiavica. Si guardò intorno senza riscontrare tracce del compagno, ma dopo alcuni secondi, nel silenzio assoluto, si udì il fastidioso sibilo dell’affettatrice. Si precipitarono tutti - compreso quel che restava di Giorgio - verso il bancone e inorridirono appena videro il Chiavica che era impegnato ad affettare una coscia del cadavere, mentre sul bancone facevano bella mostra di sé alcuni panini aperti. Gino ci mise poco per capire quali fossero le intenzioni del Chiavica, gli altri un po’ di più e quando lo scoprirono ci fu un coro di conati di vomito. In questo modo Giorgio recuperò alcuni denti che aveva inghiottito nell’urto sui gradini e Andrea si liberò di una tonsilla malandata.
Gino, che era ancora il più assennato, con un colpo spazzò via i panini, quindi saltò agilmente sul bancone, afferrò il prosciutto di barista dalle mani del Chiavica e glielo diede ripetutamente sulla testa, urlandogli contro frasi irripetibili e insulti assortiti. Il Chiavica crollò svenuto sulla pozzanghera del sangue grasso della barista e quasi non affogò, se non fosse stato per l’aiuto di Thomas che, chiudendo gli occhi e tappandosi il naso con due o tre dita, si tuffò con un salvagente per recuperarlo.
- Ero sicuro che sarebbe finita così - disse Andrea, tra i sospiri, e gli altri fecero vari cenni di approvazione. Dopo raccolsero i feriti, presero una bottiglia di vino e si sedettero intorno al tavolino, la loro isola felice in quel mare di obbrobri.
Ripresero fiato e sorseggiarono con gusto il vino, mentre Giorgio si concedeva un meritato riposo sulla spalla destra di Thomas, il quale non era troppo d’accordo con la soluzione dell’amico e lo svegliò con un amorevole urlo a pochi millimetri di distanza dal timpano. Gino ristabilì un minimo di ordine con l’aiuto di alcuni colpi di bottiglia sulle nuche dei due e disse:
- Bene, ora abbiamo due grossi problemi: primo cosa fare dei resti della barista e secondo raccogliere i denti di Giorgio che sono seminati un po’ ovunque e potrebbero diventare un pericoloso indizio...
Andrea intervenne:
- Che se li raccolga lui, non sono mica i miei!
Thomas rafforzò questa tesi:
- Si, a noi non ce ne fotte nulla dei suoi denti, quando gli aveva neanche se li lavava!
Giorgio scoppiò in lacrime:
- Queste sono notizie false e tendenziose!
E Thomas si pentì delle sue affermazioni.
Mentre l’aria andava saturandosi delle urla silenziose delle coscienze dei cinque amici, Gino intervenne con decisione:
- Allora cosa ne facciamo della grassona?
Il Chiavica:
- Non ci crederete ma un po’ mi manca il suo russare...come dire?...armonioso...
A quel punto le urla silenziose cessarono e il coro proruppe in un sonoro:
- Ma vaffanculo, stronzo!
Finirono la bottiglia, poi con un tacito assenso si alzarono e recuperarono la carcassa della barista e i due pezzi vaganti. Ricomposero il puzzle per terra, anche se la gamba destra risultava un po’ più corta a causa delle fettine ricavate dal Chiavica con l’affettatrice, il quale si rattristò ulteriormente nel vedere il risultato dei suoi bizzarri desideri alimentari.
La barista sembrava più umana ora che non quando era in vita, tanto che Giorgio fu quasi tentato di chiederle di versargli da bere.
- Ora ha un aspetto più intelligente - disse Andrea guardando dove doveva esserci la testa.

Gino spazzò via i pensieri dei compagni e li riportò d’un colpo alla cruda realtà:
- Forse è meglio andare via. Se arriva qualcuno siamo fregati!
- Chi vuoi che arrivi - disse Andrea. - Siamo in piena notte, la serranda è abbassata e non c’è un cane in giro a parte il Chiavica, ovviamente.

Quest’ultimo, sentitosi toccato, ringhiò e si avventò sulle gambe dell’amico spiritoso, afferrandogli il polpaccio sinistro tra i denti. Andrea urlò in preda al panico e al dolore, prese la testa della barista per i capelli e la diede con forza sul naso del Chiavica, il quale, però, prima di mollare la presa staccò un brandello di carne dal polpaccio dell’amico. Gino, che alla fine non era poi così assennato come si diceva, colpì con un calcio al ventre il Chiavica il quale accucciò sotto il tavolino con un guaito. Andrea svenne alla vista del proprio sangue, ma a nessuno interessava più di tanto.
A quel punto i superstiti decisero di comune accordo di farsi un pisolino e di cercare una soluzione l’indomani mattina, una volta evaporato l’alcol.
Il resto della notte trascorse senza altri incidenti.
Gino si svegliò per primo perché il Chiavica gli si era avvicinato ai piedi con fare sospetto, ma tradito dal suo caratteristico odore non fece in tempo a sollevare la zampa posteriore destra che si ritrovò una scarpa in fronte.
Subito dopo squillò il telefono e tutti si alzarono in piedi, stiracchiandosi le membra intorpidite. Giorgio, non ancora completamente cosciente, fece per rispondere al telefono, ma venne riportato alla realtà da un calcio di Thomas che lo scaraventò a terra. Gino si preparò un caffè per tirarsi un po’ su e proprio in quel momento il suo sguardo si posò dove doveva esserci il cadavere e vide che questo non era più dove avrebbe dovuto essere.
- Chi si ha preso la salma è pregato di rimetterla al suo posto! - urlò a voce bassa.
Gli altri si guardarono intorno increduli e nel giro di pochi secondi il panico calò dal soffitto e si impossessò del locale e della fauna che conteneva.
Giorgio, che era debole di reni, se la fece addosso; il Chiavica pianse; Thomas si scolò un whiskey e Andrea sputò per terra.
Il silenzio lambiva con le sue ali pungenti le menti confuse dei cinque, sino a quando Andrea scagliò sul Chiavica alcune parole intrise di profonda stima e fraterna amicizia:
- Zozzone! Sei stato tu, vero? Te l’hai mangiata o te la sei conservata per natale, eh?...Cannibale maledetto!
- Ma sei matto? - rispose il Chiavica. - E sentiamo...dove l’avrei messa secondo te: nel taschino?
Giorgio intervenne:
- Ragazzi, io sono senza denti e quindi non l’avrei potuta mangiare.

Si accusarono a vicenda per un bel po’ prima che Gino decise di mettere tutti a tacere e di ufficializzare l’inizio delle ricerche.
Guardarono in ogni angolino, qualcuno controllò anche nella spazzatura, ma della grassona defunta e mutilata non vi era traccia. Eppure non potevano aver sognato tutto perché le tracce di sangue per terra erano sotto gli occhi di tutti. Il Chiavica trovò persino una fetta della coscia. Ad un certo punto le ricerche furono sospese e si prese la decisione di chiudere la bocca del Chiavica con un asciugamano, perché le esalazioni mattutine provenienti dal suo stomaco potevano essere letali. Gino organizzò la caccia al tesoro dividendo i compiti tra tutti tranne il Chiavica, che non  era di alcuna utilità e anzi metteva un po’ tutti a disagio con il suo fetore immondo. Thomas seguì una traccia sospetta: si trattava di alcune impronte insanguinate che, escludendo spettri, zombi e affini, potevano essere della presunta morta, oppure di uno qualsiasi di loro che aveva messo i piedi in una delle innumerevoli pozze di sangue, sparse un po’ ovunque sul pavimento. Quindi Thomas decise di non seguire più la traccia perché se si trattava delle sue impronte avrebbe dovuto girare intorno per sempre prima di ritrovarsi.
Gino si recò nel retrobottega, dove trovò alcuni allegri ratti che divoravano la dispensa e un gatto che, impaurito e demotivato, era saltato sopra una sedia e se li guardava con gli occhi sbarrati, senza fiatare, per paura di essere sentito. Gino andò oltre. Varcò l’ingresso della toilette con la convinzione di essere sulla buona strada, ma trovò soltanto svariate schifezze e un aroma che non aveva nulla da invidiare all’alito del Chiavica o a quello della barista defunta.
Quando ormai anche l’ultima speranza aveva deposto le armi ad Andrea venne in mente un’idea:
- Apriamo la pancia del Chiavica e vediamo se se l’è ingoiata lui!
Tutti, tranne il Chiavica ovviamente, approvarono soddisfatti. Andrea fu il primo a scagliarsi sul Chiavica, poi arrivarono gli altri, chi armato di coltello, chi di apriscatole, chi di Black & Decker e nel giro di pochi istanti le viscere dell’individuo furono esposte all’aria, ma nello stupore generale, i quattro amici non trovarono alcuna traccia della barista nelle budella del Chiavica. Qualcuno cercò di rimettere a posto la poltiglia maleodorante che si trovava intorno alle varie aperture, ma ormai non c’era più niente da fare. Il Chiavica era finito e anche se il buco dell’ozono, probabilmente, sarebbe tornato a livelli accettabili grazie alla sua morte, era pur sempre un loro amico. Andrea e Thomas si lasciarono cadere per terra, avvolti nel manto nero della disperazione. Gino abbozzò una sorta di segno della croce e disse a denti stretti:
- Addio Chiavica...ci mancherai...forse...
Giorgio si commosse, mentre il gatto della dispensa era completamente indifferente a tutto ciò.
Ad un certo punto si udì bussare vigorosamente sulla serranda e subito gli occhi del gruppo andarono a cercare Giorgio, il quale si trovava per terra con la solita espressione ebete stampata sul volto; perciò non poteva essere lui.
- Chi é? - chiese una voce titubante nel gruppo.
Ma dall’esterno non  giunse nessuna risposta.
Rimasero tutti paralizzati dal terrore. Il gatto, che sinora aveva assistito agli eventi senza esserne minimamente coinvolto a livello emotivo, svenne. Un ratto vomitò. Giorgio sputò l’ultimo dente. Thomas si mise a ballare alcuni passi di mazurka a Andrea si abbracciò la macchina per il caffè.
Gino, che in fondo era sempre abbastanza assennato, se non altro rispetto agli altri, si accese una sigaretta e si sedette ad aspettare.
Bussarono nuovamente e, dopo alcuni istanti, la saracinesca si sollevò in un frastuono assordante e una testa priva di corpo rotolò all’interno del locale. Venne riconosciuta subito grazie all’inconfondibile fetore.
Gino la fissò dritto negli occhi, si mise la sigaretta accesa in tasca e disse:
- Ehi! Nessuno ha detto avanti!

La testa non rispose.
Il fumo saliva lento dalla tasca di Gino.
La tensione si poteva tagliare a fette, tanto era densa. O forse era la fame che spingeva ad affettare qualsiasi cosa. Non era affatto chiaro.
Nessuno ebbe il coraggio di fiatare. Qualcuno a causa dell’apnea prolungata diventò paonazzo, ma accettò la sua condizione in religioso silenzio.
Mancava solo la colonna sonora di Morricone - ma anche le pistole, gli stivali e gli speroni, i cappelli, i cinturoni, la polvere e la Monument Valley come sfondo.
La testa dondolava sul campo, con un abbozzo di sorriso sulle labbra esangui. Il che fece incazzare ancora di più i quattro amici superstiti.

Gino prese una breve rincorsa e sfoderò il suo destro delle occasioni migliori. Ne scaturì un tiro ad effetto, degno del miglior Maradona, che si insaccò all’incrocio dei pali, proprio sotto l’ascella dell’incolpevole barista che, nel frattempo, era apparsa sulla soglia della porta in tutta la sua imponenza, nonostante non avesse niente sopra al collo. Gino andò ad esultare sotto la curva sud dove erano stipati i suoi compagni e alla barista non rimase altro da fare che raccogliere la testa ammaccata, prendersi la gamba recisa sotto il braccio e fare rientro nel suo sepolcro, con la speranza, seppur esigua, di riuscire a ribaltare il risultato nella gara di ritorno.




sabato 6 febbraio 2016

Le Chat

Il Gatto 2.0 - Reloaded - da "Fantasmi Fritti a Cena" Un vecchio racconto...




   Gino si alzò dal letto più stanco di quando aveva spento la luce; come al solito aveva dormito male.
Mentre stiracchiava le membra intorpidite si rese conto che la lancetta aveva corso più del previsto. Rimase alquanto perplesso, ma era ben cosciente del fatto che quella sveglia, pur odiosissima, non mentiva mai, anche se lui la induceva in tentazione con mille lusinghe. Era una sveglia tutta d’un pezzo, che però aveva rischiato diverse volte di veder moltiplicati i vari pezzi che la componevano.
Gino raccolse le idee, anche quelle che erano cadute molto in basso e se le mise in tasca, al sicuro; le avrebbe utilizzate più tardi in caso di necessità. Era pronto ad affrontare una nuova noiosissima giornata.
Squillò il telefono.
Nell’altro capo del cavo c’era il signor B, che ovviamente sceglieva sempre il momento meno opportuno per fare le solite due chiacchiere senza capo né coda. Era un uomo con poche idee, ma decisamente confuse.
Gino ascoltò con pazienza, mentre le palpebre, incuranti del sole splendente, si abbassarono nuovamente riattivando il circuito automatico: buio = notte = sonno = tutto il resto può attendere. 
Inevitabilmente si riaddormentò profondamente, cullato dalla voce monotona del suo interlocutore. La cornetta dentro l’orecchio e i sogni che si rincorrevano a vicenda, come bambini, felici per essere stati richiamati proprio quando si erano ormai rassegnati alla fine dei giochi.
Al suo risveglio il telefono gracchiava stancamente. Erano passate alcune ore e il signor B era sparito dentro quel pezzo di plastica bianco, o forse era rimasto incastrato in qualche piega del cavo o chissà dove.
Gino si alzò dal nuovo, improvvisato, giaciglio, aprì la finestra e fissò dritto negli occhi il sole cocente che, sornione, si cullava sopra alcune nubi solitarie, soffici e paffute. Dopo un po’ la sua attenzione venne attratta da un oggetto fluttuante nell’aria. Una sorta di disco luminoso che gli veniva incontro a grande velocità. Nella testa di Gino si presentarono subito degli allegri ometti verdi con tanto di antennine, ma la realtà li spazzò via nel giro di pochi millesimi di secondo, sotto forma di un grande piatto di ceramica che gli si frantumò in fronte. Gino crollò a terra e, mentre stava per perdere la ragione, decise di perdere solo i sensi e rimandò una spiegazione logica all’evento a data da destinarsi.
Rimase sul pavimento, senza coscienza, per una manciata di minuti.
Al suo terzo risveglio decise di prendere delle precauzioni. Chiuse la finestra, staccò il telefono e si sedette sulla sua comoda poltrona. Con la testa tra le mani cercò di capire come mai anche gli ufo ce l’avessero con lui in quella stupida mattina d’agosto, ma non riuscì a risolvere il mistero. La solita insolente sveglia rintoccava le dodici e tutto era come prima, anzi peggio.
Mentre vaghi pensieri assortiti scorrazzavano impunemente nella sua materia grigia sonnolenta e dolorante, tastò con il piede destro il pavimento e, dopo alcuni istanti di studio accurato, si rese conto che stava schiacciando il gatto. Quindi, senza esitare, spostò le sue ricerche mezzo metro più avanti, ma incontrò nuovamente la morbida pelliccia del gatto.
Rifletté un momento in merito a questa stranezza e decise, quindi, di aprire gli occhi e scrutare l’ambiente sottostante. Al suo sguardo annebbiato si presentò una scena incredibile e decisamente drammatica. Il dorso del gatto era attaccato alla pianta del piede, la coda era avvolta intorno alla caviglia e l’animale non dava l’impressione di essere in possesso delle proprie facoltà mentali. Cercava di correre agitando le zampette, ma non si muoveva di un solo centimetro. Inoltre non riusciva a chiudere le fauci che, come in preda ad improvvisa paresi, rimanevano spalancate al massimo dell’estensione.
Gino cercò di trovare un rimedio a questa nuova, imprevista, nonché tragica situazione. Agitò in aria il piede con la strana calzatura animata scuotendolo con sempre maggiore forza, ottenendo, però, come unico risultato, il vomito dell’animale a causa dell’effetto centrifuga. Provò ad aiutarsi con le mani, ma il tentativo di mettere in pratica quel gesto si rivelò più complicato del previsto, in quanto non appena cercava di staccarle dalla sua testa dolente, questa pareva sul punto di esplodere. Infatti gli parve di vedere un cubetto di cervello imbevuto di sangue che schizzò via lontano, quando scostò il polpastrello dell’indice destro,. Ma di questo particolare non ne era troppo sicuro. Provò ancora a scuotere il piede, ma dopo diversi tentativi, ebbe come unico risultato la completa disidratazione della sua nuova pantofola, che continuava a perdere liquidi, e anche qualche solido, da ogni dove. Dopo una breve consulta con i suoi neuroni riuniti in assemblea plenaria, decise di tenersi la scarpa, anche se un po’ lo rattristava il fatto di non averne una anche per il piede sinistro.
Finalmente il dolore al capo si attenuò e Gino si poté alzare e liberare la testa dal turbante di polpastrelli. Fece alcuni passi di prova durante i quali il gatto ingerì ogni sorta di oggetto a causa dell’apertura spropositata della sua bocca. Gino si ritrovò il piede ancora più in alto perché lo sventurato inquilino del piano di sotto era diventato ben più grasso, grazie all’ingestione forzata, tra le altre cose, di un telecomando, un posacenere e addirittura un compact disc di Jovanotti.
Per Gino stava diventando un bel problema quella strana novità; era difficile cercare di mantenere l’equilibrio, doveva spostare il suo peso sul piede senza scarpa animata.
Dopo vari sforzi riuscì a camminare quasi normalmente, nonostante il dislivello, e d’altronde non si preoccupò più di tanto, dato che il gatto non si lamentava, anzi, con quella bocca spalancata sembrava stesse ridendo, gli mancava solo il sonoro.
Finita la passeggiata, Gino decise di ignorare per un po’ il problema e di darsi ad una lettura rilassante. Prese in mano il suo libro preferito “Fantasmi fritti a cena” di tal Anito Riboldi e, mentre cercava di immergersi in quelle righe, fu subito riportato alla realtà dal gatto, che ora cantava allegramente:

-  Penso positivo, perché son vivo, perché son vivo...

A quel punto Gino perse completamente il controllo di sé. Cacciò il libro in bocca al felino. Si alzò. Prese un coltello da cucina e si recise di netto il piede all’altezza della caviglia e quindi, una volta aperta la finestra, prese il suo ex piede con tanto di gatto attaccato e li scaraventò entrambi fuori dalla finestra, verso il cassonetto della spazzatura. Mancò l’obbiettivo perché il contenitore era chiuso e l’appendice teriomorfa rimbalzò sul coperchio e rotolò sul marciapiede, causando il panico in una comitiva di anziani che si trovava nei paraggi.
Finalmente libero, Gino decise di tornarsene a letto e proseguire il discorso con i ben più tranquilli sogni che aveva lasciato in sospeso. I bambini avevano ripreso a giocare.

mercoledì 3 febbraio 2016

Atrament - Eternal Downfall


Dopo l'antipasto del demo tape pubblicato l'anno scorso che conteneva solo due tracce, decisamente ben riuscite, gli Atrament da Oakland, California, tornano in pista con il primo album.
"Eternal Downfall" sarà disponibile a breve (febbraio/marzo) in vari formati (vinile, cassetta, mp3) grazie al lavoro congiunto di tre etichette: la Sentient Ruin Laboratories per quanto riguarda la versione su tape e quella digitale; l'olandese Argento Records per la versione in vinile destinata al mercato europeo e la Broken Limbs Records per gli USA.

La band propone un devastante, potentissimo e pesante, Blackened D-Beat-Crust nel quale si colgono evidenti influenze del più grezzo e duro Black Metal norvegese dei tempi d'oro, Death Metal, anarcho-punk, D-Beat, Crust, punk e hardcore, il tutto viene avvolto in un involucro sonoro nerissimo.
Un disco che verrà apprezzato non solo da chi segue il metal estremo (Bolt Thrower, i Napalm Death di Scum, Darkthrone, Dismember) i maestri del d-beat Discharge, come anche il migliore crust-d-beat inglese e nordico: Doom, Wolfbrigade, Amebix, Disfear e compagnia deflagrante. Insomma qui c'è pane per i denti di chi ascolta metal estremo e hardcore e tutti gli ibridi plasmati a partire da questi ingredienti.

In scaletta sono presenti 11 tracce infuocate, roboanti e violente, che partendo dall'elenco di influenze innegabili sopraelencate, si spingono oltre, verso un suono abbastanza personale e decisamente sempre a fuoco. Il quadro d'insieme è compatto e impenetrabile, come la coltre nera che lo avvolge, ma qualche traccia riesce a spiccare dall'ottima media generale, tra queste vorrei citare "Consumed", "Rotting Twilight" trascinata dal basso distorto, il riff assassino di "Circle of Wolves" e la conclusiva "Dusk Abuse". Ma è tutto il disco che funziona alla meraviglia e garantisce adrenalina, ferocia e potenza dall'inizio alla fine.
Il primo botto del 2016...

Tracklist:

01.No Beyond
02.Sunken Reign
03.Aberration
04.Consumed
05.Hericide
06.Wretched Apparition
07.Rotting Twilight
08.Aeon of Suffering
09.World of Ash
10.Circle of Wolves
11.Dusk Abuse

2016 - Sentient Ruin (tape, digital download), Broken Limbs Records (vinyl US), Argento records (vinyl, EU).







lunedì 1 febbraio 2016

Lakes - Arms in Twilight


Lakes è il nome del progetto sotto il quale si cela Sean Bailey, poli-strumentista, mente e unico membro di questa oscura entità con sede a Melbourne, in Australia. Il nuovo album, disponibile dal 22 dicembre 2015, è pubblicato dall'etichetta svedese Beläten.
"Arms in Twilight" prosegue il cammino intrapreso con i due dischi precedenti "Winters Blade" e, soprattutto, il magnifico "Blood of the Grove" del 2013, quando il neo folk originale dei primi lavori ha iniziato a essere "sporcato" da massicce dosi di post-punk e altri aromi; il suono è divenuto più ruvido pur non allontanassi troppo dal fascinoso climax neo folk e senza rinunciare alle immancabili chitarre acustiche.
Tanto per capire quale è l'habitat sonoro in cui si muove la creatura di Sean Bailey potrebbero andare bene come punti di riferimento i primi Death in June dei capolavori "The Guilty Have No Pride" e "Burial", ma anche i Cult of Youth, per restare in tempi più recenti. Infatti in queste 8 splendide tracce che compongono la scaletta di "Arms in Twilight" le atmosfere neo-folk e post-apocalittiche, e le ritmiche marziali, sono sporcate da un approccio più energetico, le chitarre acustiche spesso s'infiammano e il ritmo spesso si fa sostenuto, al limite del dark punk (se solo ci fosse il distorsore acceso). 
In ogni caso è difficile sentire qualcosa di più conturbante e fascinoso di quanto offre questo magnifico album; queste otto gemme oscure sono qui per restarci a lungo.
Sicuramente "Arms in Twilight" come il suo predecessore (e insieme alla discografia dei Cult of Youth, ovviamente) rappresenta la naturale evoluzione del neo folk: suoni al passo con i tempi pur senza dimenticare la "tradizione" e, soprattutto, senza risalire di un solo centimetro dal più profondo underground.

Tracklist:

01.Carved Remains
02.Triumph of Spring
03.Thrust From The Grey
04.Dragon Current
05.The Rose Window
06.The Great Spiraling World
07.Wield The Edge
08.Vertical Strain

2015 - Belaten