Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

lunedì 23 settembre 2013

Franz Ferdinand - Right Thoughts Right Words Right Action


Dopo due dischi incredibili (Franz Ferdinand del 2004 e You Could Have It So Much Better del 2005) e uno indecifrabile, in parte sorprendente ma anche leggermente indigesto (Tonight: Franz Ferdinand del 2009) i Franz Ferdinand riprendono la retta via con il nuovo "Right Thoughts Right Words Right Action."
La miscela vincente di queste 10 canzoni in 35 minuti è composta da un'irresistibile colata di melodie ben distese su una base new wave-indie-pop-funk-dance in grado di far muovere anche le chiappe più pigre e flaccide.
La band scozzese ha deciso di riprendersi il dance floor e le classifiche con una manciata di canzoni assolutamente perfette nella loro semplicità come solo i grandi gruppi possono permettersi di fare. Qui ci sono dieci potenziali singoli che filano lisci e gustosi come miele per le orecchie; dieci canzoni che sembrano essere li da sempre, in perenne attesa di qualcuno in grado di scovarle e plasmarle con maestria sino a quando Kapranos e soci le hanno trovate, scolpite a loro immagine e somiglianza e incastonate tra questi solchi.
È difficile resistere alla new wave-white funk della scoppiettante Right Action come alla melodia di Love Illumination con i suoi fiati, un riff di chitarra degno dei ZZ Top di Eliminator e un ricamo di synth che pare provenire da Desire dei Tuxedo Moon.
Right Thoughts è un disco veloce per gente veloce: i suoni sono perfetti, essenziali, senza carichi eccessivi né inutili orpelli; le chitarre ti entrano in testa sospinte da una basso e una batteria semplici quanto efficaci. Lo si potrebbe ascoltare all'infinito senza stancarsi, non perché sia un capolavoro assoluto di quelli da vendersi un rene pur di averlo, per carità. Ma si tratta di un disco talmente gradevole da non sembrare vero; di quelli che non darebbero fastidio neanche alla nonna (meglio se debole di udito, però) anche se sparati ad alto volume.
Tra le cose migliori c'è il robusto indie rock di Bullet, il sixties pop di Fresh Strawberries, le tastiere anni 80 dell'ottima Treason! Animals o la più malinconica e pacata The Universe Expanded.
Bentornato Francesco Ferdinando...


Tracklist:

01.Right Action
02.Evil Eye
03.Love Illumination
04.Stand On The Horizon
05.Fresh Strawberries
06.Bullet
07.Treason! Animals
08.The Universe Expanded
09.Brief Encounters
10.Goodbye Lovers & Friends

Domino - 2013

















sabato 21 settembre 2013

Arctic Monkeys - AM


Sono passati ben sette anni dal folgorante debutto Whatever People Say I Am, That's What I'm Not, e altri tre ottimi album, prima di arrivare a questo AM, uno dei dischi più attesi (e venduti) dell'anno. 
Anche in questo caso gli Arctic Monkeys sono riusciti a piazzare il nuovo album al primo posto della classifica britannica dopo solo pochi giorni ed è la quinta volta che accade; unico caso di band indipendente ad aver piazzato la cinquina nella storia della musica inglese.
L'album è stato registrato in California e un po' si sente; ci ha messo mano anche Josh Homme e anche questo si sente. Sono soprattutto le chitarre a farsi sentire, come anche il falsetto che accompagna buona parte dei brani sin dall'ottima traccia d'apertura Do I Wanna Know?: un brano che con il suo ritmo indolente e la sua melodia pacata si insinua come un tarlo nella mente ed è difficile da estirpare.
Già con la seconda tappa di questo viaggio: R U Mine? si avvertono alcune tracce di stoner rock nel giro di chitarra e un po' di polvere del deserto, con il falsetto funk-negroide a dare un tocco ancora più americano e garage rock al disco nero degli Arctic Monkeys.
AM è molto diverso dal suo predecessore Suck It and See, soprattutto nella prima parte. Ci sono riff hard rock come in Arabella, l'ombra dei Queens of the Stone Age in I Want it All e generosi dosi di R&B, soul, rock psichedelico e blues rock.
Nella seconda parte del disco si ritorna nello Yorkshire, in Inghilterra, nei suoni e nello spirito. Anche se, in questo caso, era preferibile una permanenza più prolungata nel deserto americano, ma è solo questione di gusti, perché gli Arctic Monkeys ci sanno fare con la materia musicale e non sbagliano assolutamente nulla. Non manca la dolce ballata d'ordinanza come No.1 Party Anthem o il soffice pop di Mad Sounds. 
Dopo il brit pop di Fireside si trova la dance-funk di Why'd You Only Call Me When You're High e il rimato soul bianco di Snap Out of It, due buoni brani che sollevano la media della seconda facciata.
Il sipario si abbassa con la quieta e notturna I Wanna Be Yours, elegante e piacevole, ma non fondamentale per la riuscita del disco che parte alla grande, poi, gradualmente, perde un po' di mordente per strada ma, ripeto, si tratta di un parere personale e, anzi, proprio i brani dalla traccia numero 6 in poi faranno la fortuna di AM.
In conclusione un buon album con buone canzoni, ma anche qualche leggero calo di tensione, soprattutto nella seconda parte.
Un album che durerà nel tempo e sbancherà parecchie classifiche.

Tracklist:

01.Do I Wanna Know?
02.R U Mine?
03.One For The Road
04.Arabella
05.I Want It All
06.No.1 Party Anthem
07.Mad Sounds
08.Fireside
09.Why'd You Only Call Me When You're High
10.Snap Out Of It
11.Knee Socks
12.I Wanna Be Yours

Domino - 2013













mercoledì 18 settembre 2013

Amon Amarth - Deceiver of the Gods


Per gustare appieno un disco degli Amon Amarth è necessario spegnere le luci e immergersi completamente nell'atmosfera di un epico colossal ambientato nella penisola scandinava in pieno medioevo. Con un po' di immaginazione (e magari con l'aiuto di qualche litro di birra o altre sostanze a piacere) ci si può ritrovare nel bel mezzo di una notte buia spazzata dal vento gelido, tra il rumore del metallo battuto dai fabbri, le fiaccole accese e lo scalpitio dei cavalli. Qui si sente il forte odore di terra smossa, sangue, sudore e ferro di una battaglia lontana nel tempo, lassù nel profondo nord…con Odino dalla propria parte, ovviamente.

Lasciando da parte tutte queste cazzate bisogna dire che dopo otto album gli Amon Amarth non possono più inventare nulla, ma lo fanno maledettamente bene; hanno un loro marchio di fabbrica da rispettare e divulgare oltre il regno dei vichinghi, sino alle odiate terre cristiane del sud d'Europa. La loro lunga carriera è stata un continuo crescendo di consensi e vendite che gli ha portati al di fuori dalla nicchia sino al botto di The Crusher e di tutto quello che è venuto successivamente (nel 2009 sono stati eletti miglior band live dalla rivista Metal Hammer Germania). Ora si possono permettere di ingannare gli dei con il loro bellicoso viking-death metal melodico, corposo e convincente come sempre e forse anche più di prima; ora si possono permettere edizioni speciali e ultra speciali con tanto di statue comprese.
Deceiver of the Gods prosegue sulla falsariga dei suoi due ottimi predecessori (Surtur Rising e soprattutto Twilight of the Thunder Gods, uno dei miei preferiti della discografia recente degli Amon). Qui, però, la band di Johan Hegg ha aggiunto ulteriori dosi di heavy metal classico, un suono spettacolare, potente e ricco di dettagli (la produzione è affidata all'esperto Andy Sneap) che forse non aggiungono niente di nuovo, ma rendono il lavoro dei cinque svedesi ancora una volta interessante.
L'inizio, con la title track, è quello classico dei dischi degli Amon Amarth: una gran botta melodic death dal chorus trascinante che da il via alla battaglia nel migliore dei modi possibili. Una canzone epica e aggressiva che lascia subito intendere che cosa ci aspetta nel proseguo dell'album.
La caduta di Loke (il protagonista del disco) viene rappresentata con ottime chitarre dal gusto heavy metal classico e si sostiene su ritmi elevati e tinte forti.
Ma sono molte le frecce nell'arco di quest'album che non presenta nessun punto debole in tutta la scaletta: We Shall Destroy presenta al suo interno un riff incredibilmente preso in prestito dai White Zombie; la strepitosa Hel, malvagia e oscura, ospita la voce del mitico Messiah Marcolin dei Candlemass dei tempi d'oro; Under Siege è epica e melodica ed è impreziosita da un interessante e atipico stacco di basso.

Nel dischetto annesso alla limited edition ci sono quattro ottimi brani, ognuno dei quali ispirato alle sonorità di alcuni grandi gruppi storici della storia del metal: Motorhead, AC/DC, Black Sabbath e Judas Priest.

I guerrieri del nord sono tornati e non si possono ignorare. Come al solito ci si dividerà tra chi rimpiangerà i bei tempi passati e chi si comprerà tutte le edizioni possibili del disco nuovo…Io penso che la verità stia (come quasi sempre) nel bel mezzo: questo forse non è il miglior disco degli Amon Amarth, ma è un lavoro eccellente e dopo oltre vent'anni di onorata carriera non si può chiedere di più a questa grande band.


Tracklist:

01.Deceiver of the Gods
02.As Loke Falls
03.Father of the Wolf
04.Shape Shifter
05.Under Siege
06.Blood Eagle
07.We Shall Destroy
08.Hel
09.Coming of the Tide
10.Warriors of the North

Metal Blade - 2013

Limited Edition 2CD:

disc 2

"Under the Influence" EP
01.Burning Anvil of Steel
02.Satan Rising
03.Snake Eyes
04.Stand Up to Go Down















martedì 17 settembre 2013