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Bochesmalas

venerdì 29 novembre 2013

Motorhead - Aftershock


È dal lontano 1975 che Mr. Lemmy e la sua premiata ditta ci offrono il rock'n'roll più grezzo e potente del pianeta, senza sbagliare neppure un colpo, nonostante gli anni che trascorrono inesorabili e l'agguerrita concorrenza. I Motorhead sono un'istituzione e dopo 21 album non c'è ancora nessuno su questo mondo in grado di sbatterli giù dal trono. Certo, qualche leggero calo lo hanno subito anche loro (più o meno intorno alla fine degli anni 90) ma si tratta pur sempre di piccoli e impercettibili cedimenti dovuti forse all'età o all'effetto serra. Io, del resto, non sono a conoscenza di un disco brutto pubblicato dai Motorhead. Ma questo Aftershock è una bomba hard & heavy di quelle che ti riconciliano con la musica rock; uno di quei rari dischi fatti ancora con sudore e tonnellate di energia, senza inutili orpelli né ritocchi con photoshop.
Qualcuno potrebbe obiettare che i Motorhead pubblicano sempre lo stesso album dal 1977 a oggi e che cambiano solo le virgole (e qualche volta neppure quelle) ma, invece, è proprio questo che si richiede a un nuovo lavoro di Lemmy e soci, altrimenti si comprerebbe un disco di qualcun altro (i Motorhead non sono mica gli Ulver o gli Anathema e nessuno, penso, si augura che lo diventino).
La verità è che loro sono uno dei pochi gruppi al mondo ad avere un suono unico e immediatamente riconoscibile dopo solo qualche frazione di secondo (forse solo gli AC/DC, i Ramones o i Bad Religion sono altrettanto inconfondibili).
La miscela dei Motorhead a base di heavy metal, hard rock, punk, blues e rock'n'roll non può variare più ormai, il marchio è depositato (anche se conta molte decine di imitatori e plagi).

Con ancora nelle orecchie l'ottimo predecessore, The World Is Yours, di tre anni fa, l'unboxing del nuovo materiale di questi tre vecchietti terribili non può che caricarsi di aspettative...e bisogna dire subito, a scanso di equivoci, che Aftershock alla prova dell'ascolto non delude affatto.

Questo disco trasuda energia da tutti i pori: Heartbreaker parte alla grande con il rischio di farti saltare giù dalla sedia se si è dimenticato il cursore del volume troppo in alto. Altri candelotti di dinamite sono End of Time, Going to Mexico, Queen of the Damned o Silence When You Speak To Me. Non mancano i blues sporchi e bollenti come l'ottima Lost Woman Blues o Dust and Glass.
Qualche leggero annebbiamento nella scrittura si presenta solo verso la fine: Knife e Keep Your Powder Dry non sono due capolavori, ma molti altri gruppi pagherebbero per averli in scaletta in un proprio disco. Per compensare, però, c'è la botta finale di Paralyzed.

Beh, non sarà il nuovo Ace of Spades, ma questo Aftershock è il "solito" gran bel disco dei Motorhead. Prendere o lasciare.

Tracklist:

01.Heartbreaker
02.Coupe de Grace
03.Lost Woman Blues
04.End of Time
05.Do You Believe
06.Death Machine
07.Dust and Glass
08.Going to Mexico
09.Silence When You Speak to Me
10.Crying Shame
11.Queen of the Damned
12.Knife
13.Keep Your Powder Dry
14.Paralyzed

UDR - 2013

Formazione:

Lemmy Kilmister - voce, basso
Phil Campbell - chitarre
Mikkey Dee - batteria








mercoledì 27 novembre 2013

In Solitude - Sister


Gli In Solitude sono una band svedese giunta ora al fatidico traguardo del terzo album, dopo le buone prove fornite con i precedenti In Solitude del 2008 e The World, The Flesh, The Devil del 2011.
In questo nuovo album racchiuso in un'inquietante quanto affascinante copertina, hanno voluto fare le cose in grande, affinando il loro suono sempre in bilico tra rivisitazioni NWOBHM e sonorità dark e gothic rock sino a raggiungere una perfetta sintesi. Il disco funziona benissimo e riesce a regalare 46 minuti di eccellente musica dal forte sapore underground, grezza e oscura e al contempo raffinata e fascinosa.
L'apertura acustica e atmosferica di He Comes ammalia con il suo odore di antico, muffa e polvere, e già questo brano posto coraggiosamente all'inizio della scaletta ci fa capire che non si tratta del solito album di gothic metal per le masse. 
La sucessiva Death Knows Where decolla con splendide chitarre e sonorità che richiamano gli anni 80 e certo metal contaminato e oscuro, e il gothic rock inglese che popolavano le cantine dell'epoca.
Gli In Solitude riescono a pescare dalle pagine più oscure della NWOBHM con un tocco moderno ed estremamente attuale, con qualche riferimento che conduce ai Mercyful Fate, ma anche ai Mission e ai Sisters of Mercy.
La terza traccia, la splendida A Buried Sun, si muove sinuosa nell'oscurità più fitta e pericolosa e s'insinua dentro il cranio come un tremendo e subdolo parassita impossibile da debellare.
Pallid Hands prosegue il discorso su territori classic metal dall'anima nera e a questo punto dell'ascolto la voglia di andare a riprendere i due precedenti capitoli dalla band diventa irrefrenabile.
Lavander parte con un riff che riporta alla mente gli English Dogs della svolta metal e ha il sapore forte e grezzo che solo certo heavy metal underground degli anni 80 poteva possedere, sino all'avvento di questa band svedese.
Le magnifiche cavalcate di Sister e Horses in the Ground (ricamata dalla voce della mitica Jarboe) conducono verso il gran finale affidato a Inmost Nigredo che parte con suoni pischedelici e atmosferici e poi cresce e si sviluppa come un'immonda creatura che abita nell'oscurità assoluta.
Grande album.
Da collocare accanto ai migliori dischi dei Paradise Lost, Katatonia, Ghost e The Devil's Blood.

Tracklist:

01.He Comes
02.Death Knows Where
03.A Buried Sun
04.Pallid Hands
05.Lavander
06.Sister
07.Horses in the Ground
08.Inmost Nigredo

2013 - Metal Blade Records

Formazione:

Pelle Åhman - voce
Niklas Lindström - chitarra
Henrik Palm - chitarra
Gottfrid Åhman - basso
Unio Bruniusson - batteria










martedì 26 novembre 2013

Gary Numan - Splinter (Songs from a Broken Mind)


Gary Numan è tornato e lo ha fatto in grande stile con questo Splinter, un album eccellente che si candida ad essere uno dei migliori di quest'anno tormentato.
Per chi non lo conoscesse (spero non siano tanti) Gary Anthony James Webb ha scritto alcune delle pagine più memorabili della storia della musica alternativa, dapprima con i seminali Tubeway Army, autori di un travolgente e innovativo suono new wave-punk-synth pop, poi da solista proseguendo il discorso di destrutturazione e addolcimento della materia elettronica con risultati strepitosi e decine di canzoni entrate di diritto nella storia della musica moderna.
Dopo c'è stato l'inevitabile declino e la continua ricerca dell'identità perduta con risultati molto discutibili, in qualche caso al limite della decenza. Ma i grandi, si sa, riescono sempre a raddrizzare la schiena e a riprendere il posto che gli spetta nell'Olimpo, e Gary Numan non è stato da meno: dagli anni 90 ha ricavato una rinnovata ispirazione e la sua penna ha ripreso a scrivere cose importanti. 
Dopo le schifezze immonde pubblicate a suo nome da metà anni 80 sino agli inizi dei 90, Gary Numan si è ripreso la scena con una serie di ottimi dischi, soprattutto Exile, Pure, Jagged, il live Scarred e il precedente Dead Son Rising del 2011.
Sicuramente si tratta di dischi molto diversi rispetto ai capolavori Tubeway Army, Replicas, The Pleasure Principle o Telekon; la musica è diversa, più moderna e oscura e più vicina alle atmosfere industriali care all'amico Trent Reznor, ma sempre di musica eccellente si tratta.
In ogni caso, dalla rinascita a oggi, la sua carriera è in continuo e inarrestabile sviluppo e la sua musica cresce con lui, con risultati sempre più sorprendenti
Splinter (Songs from a Broken Mind) decolla subito con la traccia iniziale I Am Dust, potente inno post industriale, carico di suoni intensi e urticanti, rumori e tappeti di synth, sopra i quali si erge la maestosa melodia. La splendida Here in the Black riesce a fare ancora meglio con le sue atmosfere oscure e pericolose, potente e aggressiva come la seguente Everything Comes Down.
Ma ci sono altre luci splendenti in questo mare di oscurità: la titletrack è un emozionante ed epico capolavoro di rara intensità; Lost è una stupenda e dolce ballata elettronica che riesce a toccare dentro; Love Hurt Bleed è potente e gelida con il suo ritmo incalzante e i fantastici ricami di synth; la lenta e ispiratissima Where I Can Never Be è semplicemente strepitosa.
Il compito di calare il sipario su questo bellissimo album spetta alla struggente My Last Days, lenta e notturna, si adagia su suoni ovattati e tastiere evocative e maestose che conducono in modo sublime verso l'ultimo dei 54 minuti e 50 di Splinter.

I suoni di questo disco sono spettacolari, grazie ad un'ottima produzione e un sapiente uso dell'elettronica come solo il Maestro riesce a fare; l'album è attraversato da una tensione crescente, scariche di synth analogico e distorsioni inquietanti.
Non ci sono cadute di tono, né riempitivi. Probabilmente è il suo miglior album da quando ha ripreso in mano le redini della sua creatura musicale e il posto d'onore nella scena alternativa.


Tracklist:

01.I Am Dust
02.Here in the Black
03.Everything Comes Down
04.The Calling
05.Splinter
06.Lost
07.Love Hurt Bleed
08.A Shadow Falls on Me
09.Where I Can Never Be
10.We're the Unforgiven
11.Who Are You
12.My Last Day

Mortal - Cooking Vinyl 2013

Formazione su Splinter:

Gary Numan - voce, tastiere
Ade Fenton - tastiere, missaggio, produzione, programmi
Robin Finck - chitarre
Steve Harris - chitarre
Tim Muddiman - chitarre, basso
Nathan Boddy - missaggio
Matt Colton - mastering
Josh Giroux - art direction





lunedì 25 novembre 2013

Disappears - Era


I Disappears sono un quartetto di Chicago dedito a sonorità di matrice post punk, noise, shoegaze e kraut rock. Era è (scusate il gioco di parole) il loro quarto album dopo gli ottimi Lux del 2010, Guider del 2011 e Pre Language dell'anno scorso. Sicuramente non sono avari in fase di scrittura data l'abbondanza di materiale sfornato dal 2008 a oggi (hanno all'attivo anche un live e svariati EP). Sino a poco tempo fa avevano in formazione nientemeno che l'ex batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley, ora sostituito da Noah Leger.
Questo non è un album facile, è carico di trovate sperimentali, tempi dilatati e un'incessante ricerca sonora che non rende semplice un primo approccio, ma che è in grado di offrire ottime sensazioni a un ascolto più attento. Il disco, infatti, cresce con l'incremento dei passaggi nel lettore cd e si fa apprezzare per le sue atmosfere cupe e opprimenti ma, allo stesso tempo, quiete e quasi oniriche.
Era si apre con l'ipnotica Girl, dilatata e carica di effetti, si poggia su una sezione ritmica monotona e martellante e può costituire un ostacolo oppure, al contrario, una porta spalancata per il proseguo dell'ascolto. Dipende dai gusti.
Un basso rotondo e un contorno post industriale arricchiscono l'ottima Power, traccia in grado di far decollare il disco. Il suono è puro post punk d'annata con richiami ai Wire, PIL o Joy Division, ma con gusto moderno e personale.
La lunga e ossessiva Ultra si snoda su un tappeto di rumori di fondo e chitarre nevrotiche e potrebbe risucchiare l'ascoltatore in un vortice dal quale non si esce più. Al suo interno compare l'ombra inquietante dei Bauhaus.
La pacata e oscura titletrack è trainata da un ottima linea melodica e da un eccellente lavoro delle chitarre e rappresenta uno dei vertici dell'album.
La seguente Weird House ha una ritmica più sostenuta e nevrotica, assolutamente irresistibile.
A questo punto dell'ascolto o si è deceduti sul campo di battaglia a causa della noia o, viceversa, si è colti dagli spasmi dell'entusiasmo.
Elite Typical si muove su ritmi white funk-new wave con eleganza e funge da antipasto al pezzo forte del disco: la conclusiva New House, lenta, tenebrosa e affascinante, con la voce cupa di Brian Case a declamare parole che si ficcano in testa come chiodi.

Ottimo disco, ma non per tutti.

Tracklist:

01.Girl
02.Power
03.Ultra
04.Era
05.Weird House
06.Elite Typical
07.New House

Kranky - 2013

Formazione:

Brian Case - voce, chitarre
Jonathan Van Herik - chitarre
Damon Carruesco - basso
Noah Leger - batteria e percussioni





sabato 23 novembre 2013

Cambogia: Siem Reap e le meraviglie di Angkor


Nel Sud-est asiatico ci sono tantissimi luoghi estremamente interessanti, ma forse il posto più affascinante di tutti è l'immenso sito archeologico di Angkor in Cambogia. Qui si possono ammirare centinaia di templi dell'epoca d'oro dell'impero Khmer, disseminati in un'area di oltre 400 Km2. Quelli meglio conservati sono circa 36, ma tanti altri gioielli sono in via di recupero e ristrutturazione grazie all'UNESCO e ad altre organizzazioni che si occupano del restauro e della tutela dei monumenti (la Scuola Francese dell'Estremo Oriente, fondata a Saigon nel 1920, il World Monument Fund, il German Apsara Conservation Project e altre).
Dal Vietnam il sito si raggiunge comodamente grazie all'efficiente sistema di collegamenti aerei dai principali aeroporti vietnamiti verso Siem Reap, la seconda città della Cambogia, che si trova in una posizione estremamente favorevole per visitare Angkor.
Siem Reap è una bellissima città ricca di tante altre attrattive oltre alla vicinanza con lo splendido sito archeologico. Qui c'è un'intensa vita notturna con numerosissimi ristoranti e locali di tutti i gusti, come nella movimentata Pub Street; il cibo è ottimo e i prezzi ragionevoli, ma bisogna tenere conto che la moneta ufficiosa e maggiormente richiesta è il dollaro, la valuta locale (il Riel) non è preso in grande considerazione, dato che i prezzi di tutti i locali sono espressi in dollari. A causa di questo piccolo particolare le cose costano leggermente di più rispetto al Vietnam, ma come ho detto prima, i prezzi sono comunque contenuti e onesti.
La Cambogia è, in linea di massima, più povera rispetto agli scomodi vicini vietnamiti, ma in una città come Siem Reap questo non si nota, in quanto pullula di milioni di turisti e i quattrini girano inevitabilmente. Per quanto riguarda i rapporti con il Vietnam c'è da dire che non sono idilliaci, perché anche se è vero che l'esercito di Ho Chi Minh ha liberato la Cambogia dal regime sanguinario di Pol Pot è anche vero che non lo ha fatto senza un certo tornaconto e si è rosicchiato un bel po' di terra cambogiana.
Comunque, rispetto al popoloso Vietnam, la Cambogia ha un architettura diversa, per certi versi più simile all'Europa, per quanto riguarda le abitazioni civii più recenti; non ci sono le case alte e sottili tipiche del Vietnam, ad esempio, e l'ottimo cibo che viene servito da queste parti è meno ricco e speziato di quello dei loro vicini, probabilmente non migliore ma, forse, leggermente più affine ai nostri gusti.
Rispetto al Vietnam (lo so che non è corretto fare continui paragoni tra i due bellissimi paesi, ma li ho visitati entrambi nel giro di pochi giorni, perciò il confronto è inevitabile) qui ci sono molti più animali selvatici in giro e la natura regna sovrana in buona parte del territorio. Forse perché sono in pochi (circa 14 milioni di abitanti, contro gli oltre 90 milioni del Vietnam).

La gente è molto ospitale, socievole e simpatica; può capitare spesso di fermarsi a fare quattro chiacchiere soprattutto con i bambini, i venditori ambulanti o i guidatori dei tuk tuk (curiosi mototaxi diffusissimi in tutta la zona).

Per quanto riguarda il sito archeologico, non sono da perdere la città fortificata di Angkor Thom, con i templi Bayon e Baphoun; l'immenso Angkor Wat (simbolo della Cambogia, immortalato anche nella bandiera nazionale) e Ta Phrom, il tempio immerso nella giungla con gli alberi e le loro radici che lo abbracciano affettuosamente. Ma ci sono tantissimi altri gioielli in questo luogo affascinante (Ta Nei, Ta Koav, Tommanoun, Chaysai Tevada, Phrea Palylai, la terrazza degli Elefanti, la terrazza del Re Lebbroso, Pre Rup, Banteay Srey).

Si aspetta da un momento all'altro di vedere Lara Croft o Indiana Jones.

Un sentito ringraziamento a Voeun Saveth, grandissima guida e splendida persona. 















































































































Antonio e Barbara.
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