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Bochesmalas

domenica 30 gennaio 2011

Il gatto

Qui di seguito troverete il racconto "Il gatto" estratto da "Fantasmi fritti a cena", raccolta di racconti vecchi e polverosi riportati in vita grazie a lulu e ai suoi utenti.



                                      Il gatto

Gino si alzò dal letto, come al solito aveva dormito male.
Mentre stiracchiava le membra intorpidite si rese conto che la lancetta aveva corso più del previsto. Rimase alquanto perplesso, ma era ben cosciente del fatto che quella sveglia, pur odiosissima, non mentiva mai, anche se lui la induceva in tentazione con mille lusinghe. Era una sveglia tutta d’un pezzo, che però aveva rischiato diverse volte di veder moltiplicati all’inverosimile i propri pezzi.
Gino raccolse le idee, anche quelle che erano cadute molto in basso e se le mise in tasca, al sicuro. Era pronto ad affrontare una nuova noiosissima giornata.
Squillò il telefono.
Nell’altro capo del cavo c’era il signor B, che ovviamente sceglieva sempre il momento meno opportuno per fare le solite due chiacchiere senza capo né coda. Era un uomo con poche idee, ma decisamente confuse.
Gino ascoltò con pazienza, mentre le palpebre, incuranti del sole splendente, si abbassarono nuovamente riattivando il circuito automatico: buio = notte = sonno. Inevitabilmente si riaddormentò profondamente, cullato dalla voce monotona del suo interlocutore. La cornetta dentro l’orecchio e i sogni che si rincorrevano a vicenda, come bambini, felici per essere stati richiamati proprio quando si erano, ormai, rassegnati alla fine.
Al suo risveglio il telefono gracchiava stancamente. Erano passate alcune ore e il signor B era sparito dentro quel pezzo di plastica bianco, o forse era rimasto incastrato in qualche piega del cavo.
Gino si alzò dal nuovo, improvvisato, giaciglio, aprì la finestra e fissò dritto negli occhi il sole cocente che, sornione, si cullava sopra alcune nubi solitarie. Dopo un po’ la sua attenzione venne attratta da un oggetto fluttuante nell’aria. Una sorta di disco luminoso che, a grande velocità, si avvicinava a lui. Nella testa di Gino si presentarono subito degli allegri ometti verdi con tanto di antennine, ma la realtà li spazzò via nel giro di pochi millesimi di secondo, sotto forma di un grande piatto di ceramica che gli si frantumò in fronte. Gino crollò a terra e, mentre stava per perdere la ragione, decise di perdere solo i sensi e darsi una spiegazione logica all’evento in un secondo tempo.
Al suo terzo risveglio decise di prendere delle precauzioni. Chiuse la finestra, staccò il telefono e si sedette sulla sua comoda poltrona. Con la testa tra le mani cercò di capire come mai anche gli ufo ce l’avessero con lui in quella stupida mattina d’agosto, ma non riuscì a risolvere il mistero. La solita insolente sveglia rintoccava le dodici e tutto era come prima, anzi peggio.
Mentre vaghi pensieri assortiti scorrazzavano impunemente nella sua materia grigia sonnolenta, tastò con il piede destro il pavimento e, dopo alcuni istanti di studio accurato, si rese conto che stava schiacciando il gatto. Quindi, senza esitare, spostò le sue ricerche mezzo metro più avanti, ma incontrò nuovamente la morbida pelliccia del gatto.
Rifletté un momento in merito a questa stranezza e decise, quindi, di aprire gli occhi e scrutare l’ambiente sottostante. Al suo sguardo annebbiato si presentò una scena incredibile e decisamente drammatica. Il dorso del gatto era attaccato alla pianta del piede, la coda era avvolta intorno alla caviglia e l’animale non dava l’impressione di essere in possesso delle proprie facoltà mentali. Cercava di correre agitando le zampette, ma non si muoveva di un solo centimetro. Inoltre non riusciva a chiudere le fauci che, come in preda ad improvvisa paresi, rimanevano spalancate al massimo dell’estensione.
Gino cercò di trovare un rimedio alla tragica situazione. Agitò in aria il piede con la strana calzatura animata scuotendolo con sempre maggiore forza, ottenendo, però, come unico risultato, il vomito dell’animale a causa dell’effetto centrifuga. Provò ad aiutarsi con le mani, ma non appena cercava di staccarle dalla su testa dolente, questa sembrava che stesse per esplodere da un momento all’altro e infatti gli parve che, quando scostò il polpastrello dell’indice destro, un cubetto di cervello schizzò via lontano. Ma di questo particolare non ne era troppo sicuro. Provò ancora a scuotere il piede, ma dopo diversi tentativi, ebbe come unico risultato la completa disidratazione della sua nuova pantofola, che continuava a perdere liquidi, e anche qualche solido, da ogni dove. Dopo una breve consulta con i suoi neuroni riuniti in assemblea plenaria, decise di tenersi la scarpa, anche se un po’ lo rattristava il fatto di non averne una anche per il piede sinistro.
Finalmente il dolore al capo si attenuò e Gino si poté alzare e liberare la testa dal turbante di polpastrelli. Fece alcuni passi di prova durante i quali il gatto ingerì ogni sorta di oggetto a causa dell’apertura spropositata della sua bocca. Gino si ritrovò il piede ancora più in alto perché lo sventurato inquilino del piano di sotto era diventato ben più grasso, grazie all’ingestione forzata, tra le altre cose, di un telecomando, un posacenere e addirittura un compact disc di Jovanotti.
Per Gino era un bel problema abituarsi alla strana novità, ed era un problema, soprattutto, cercare di mantenere l’equilibrio.
Dopo vari sforzi riuscì a camminare quasi normalmente, nonostante il dislivello, e d’altronde non si preoccupò più di tanto, dato che il gatto non si lamentava, anzi, con quella bocca spalancata sembrava stesse ridendo, gli mancava solo il sonoro.
Finita la passeggiata, Gino decise di ignorare per un po’ il problema e di darsi ad una lettura rilassante. Prese in mano il suo libro preferito “Fantasmi fritti a cena” di tal Anito Riboldi e, mentre cercava di immergersi in quelle righe, fu subito riportato alla realtà dal gatto, che ora cantava allegramente:
- Penso positivo, perché son vivo, perché son vivo...
A quel punto Gino perse completamente il controllo di sé. Cacciò il libro in bocca al felino. Si alzò. Prese un coltello da cucina e si recise di netto il piede all’altezza della caviglia e quindi, una volta aperta la finestra, prese piede con tanto di gatto attaccato e li scaraventò fuori verso il cassonetto della spazzatura.
Finalmente libero decise di tornarsene a letto e proseguire il discorso con i ben più tranquilli sogni che aveva lasciato in sospeso.


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