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Bochesmalas

mercoledì 26 gennaio 2011

I divoratori delle ombre

I Divoratori delle Ombre

Le sfere arrivarono d’improvviso, erano una moltitudine splendente e inarrestabile. Lasciavano lunghe scie luminose tra le nuvole candide come panna montata sullo sfondo azzurro. Gli occhi della gente ne seguivano le traiettorie, sino a quando si accorsero che la pioggia di palle luminose non era un gradevole effetto scenografico progettato da qualche produttore hollywoodiano. Le sfere arrivavano al suolo ad altissima velocità, roteando vorticosamente e scavando buche profondissime su terra, case, auto e qualsiasi altra cosa. Erano in grado di bucare un essere umano come se fosse fatto di burro e i corpi iniziarono ad accumularsi. Il panico si diffuse velocemente con il suo seguito di clacson, grida e lacrime e fiotti di terra, gas e acqua che si levavano in cielo. La gente correva disperata per cercare di raggiungere un riparo, ma anche le case venivano perforate come gigantesche forme di gruviera e bisognava scavalcare i cadaveri. Ai semafori iniziò l’autoscontro e le fiamme si levarono alte, tagliate dalle scie della pioggia di sfere. Poi uno sfrecciare continuo di auto di polizia, ambulanze e camion dell’esercito. Gli altoparlanti invitavano alla calma, ma nessuno li ascoltò e la calma non arrivò. Il fumo si levava alto, più alto dei palazzi, più alto delle urla di terrore. Poi la pioggia cessò. Miliardi di sfere, poco più grandi di una pallina da tennis, avevano ricoperto la città, i morti e ogni cosa. Arrivò il silenzio con una scia di ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco, e la gente uscì per strada con il naso all’insù nel timore di altri scrosci di pioggia. Le sfere nel terreno pulsavano, la loro superficie liscia, di una materia sconosciuta era cangiante e ipnotizzava e affascinava chiunque le osservasse a lungo. Qualcuno provò a prenderle a martellate, ma i colpi non le scalfivano minimamente e le sfere, come se fossero animate, si rifugiavano nel terreno scavando profonde buche con una velocità elevatissima. Qualcuno provò a spararci sopra ma i proiettili rimbalzavano e schizzavano via pericolosamente. Altri provarono a schiacciarle con le auto, bulldozer o altri mezzi, ma ogni tentativo era vano e le sfere rotolarono via per sfuggire alle aggressioni. L’esercito cercò di raccogliere quanti campioni fosse possibile, ma era difficile portarle via, nonostante le loro dimensioni contenute, sia per il loro elevato peso specifico sia perché non si lasciavano catturare e rotolavano via dalle scatole e rompevano e distruggevano anche i più robusti contenitori. Allora provarono a infilarle in casseforti di metallo per poterle trasportare nei laboratori, ma ottennero come unico risultato un leggero guadagno di tempo nell’ordine di qualche millesimo di secondo, non di più. Le piccole sfere luminose non si lasciavano catturare. Semplicemente se ne stavano lì a formare un gigantesco tappeto colorato che si spostava al passaggio di mezzi, uomini o animali per poi riprendere possesso del terreno. E il panico dilagò, definitivamente, senza pietà.
Il via vai di gente, voci e uomini in divisa accompagnò l’arrivo del crepuscolo e, con esso, il crepitare delle sfere che come grilli nell’oscurità iniziarono a cantare. Le palle roteavano sul loro asse vorticosamente e, con uno sfavillio di colori vivaci, si schiusero contemporaneamente, tutte insieme.
Dai frantumi luminescenti delle piccole sfere, dalle ceneri metalliche, sorsero degli esseri antropomorfi enormi e dalla pelle grigiastra. Camminavano eretti, lievemente ricurvi sulle spalle, con gli arti superiori molto lunghi, soprattuto per causa delle lunghissime dita nodose che andavano assottigliandosi nelle estremità, divenendo acuminate come aghi. Le gambe, invece, erano corte e massicce e terminavano nei grandi piedi a tre dita. La testa era di dimensioni spropositate: la parte inferiore, la bocca, era simile a quella di un grosso pesce carnivoro con tantissimi denti acuminati e lunghissimi che sporgevano verso l’esterno; il naso era lunghissimo e sottile, come le dita delle mani; gli occhi erano sporgenti e grandi, privi di luce ed espressione; le orecchie erano assenti e al loro posto avevano due piccoli orifizi scuri; la parte superiore era priva di peluria e leggermente più chiara e sottile del resto della pelle, era attraversata da una fitta rete di vene e capillari molto superficiali. Si muovevano veloci con grandi falcate, nonostante le gambe relativamente piccole e tozze, e vagavano tra le rovine, i morti e la gente in fuga senza degnare di uno sguardo niente e nessuno. 
L’esercito si organizzò con armi pesanti e truppe in assetto da guerra. In attesa dell’ordine di aprire il fuoco. La tensione e il sudore aumentavano sotto gli elmetti e le mani inguantate stringevano nervosamente le armi. Partì un colpo, forse inavvertitamente, forse a causa della paura, e ne seguirono altri: mitragliatrici, mortai e cannoni.
Gli esseri cadevano a terra sotto le fitte raffiche di proiettili, ma poi si rialzavano come se nulla fosse accaduto, senza una ferita, senza un segno. Proseguivano il loro cammino tra le tenebre incalzanti senza curarsi delle armi puntate verso di loro e delle esplosioni che rendeva il loro equilibrio instabile.
Arrivò l’ordine per cessare il fuoco e le armi tacquero. I giganti passarono in mezzo alle fila di cannoni e militari schierati in un silenzio irreale, sotto la luce dei grandi fari dei blindati. I soldati si scostarono per non essere schiacciati da quegli esseri alti tre metri e loro sparirono in silenzio, con grandi falcate verso il buio.
Le ambulanze ripresero a correre e le sirene saturarono la notte. Lo scricchiolio dei resti delle sfere accompagnava ogni movimento, ogni passo. I bambini  collezionavano quintali di frammenti cangianti e luminosi, liberando in questa maniera le strade in modo molto efficace.
Arrivò il mattino con i suoi raggi caldi e subito dopo arrivarono gli esseri dalle mani lunghissime e il panico. La gente, già adeguatamente allenata dalla sera prima, si mise a correre per sfuggire al pericolo. Ma i giganti pareva che ignorassero completamente i fuggiaschi. Poi uno di loro si avvicinò alle spalle di un’ignara vecchietta, presumibilmente sorda, che passeggiava su un marciapiede. La gente urlò per richiamare l’attenzione della donna, ma lei non si accorse di nulla. L’essere grigio si chinò, un po’ goffamente, verso la vecchietta, spalancò le fauci con gli enormi denti umidi di bava e morse l’ombra della donna. Si risollevò e ne tastò il gusto poi rincorse la vecchia, che aveva continuato a camminare seguita dalla sua ombra dimezzata. La raggiunse, si chinò nuovamente e finì il pasto, ingurgitando completamente l’ombra della vecchia. Lei  a quel punto avvertì qualcosa, una strana sensazione, e si voltò, trovandosi il mostro davanti con le gambe divaricate e la bava che gli colava dal muso. La donna gridò, lasciò cadere per terra le buste che aveva in mano e scappò via a gambe levate.
E i divoratori delle ombre ripresero la caccia dietro altri passanti inconsapevoli.

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